| L’organizzazione istintuale preadolescente di Peter Blos |
Un assunto fondamentale della psicoanalisi è stato sempre quello di comprendere il comportamento umano, in qualunque periodo della vita, in rapporto con eventi precedenti, contemporanei e anticipati, così da considerarlo come un istante nel continuum dell’esperienza mentale. Questa concezione evolutiva ha illuminato quei complessi processi adolescenziali che, in un passato non troppo lontano, erano collegati unicamente all’avvento della maturazione sessuale. L’approccio psico-genetico alla ricerca sull’adolescenza ha fatto sì che il comportamento adolescente, rivelando qualcosa della propria storia, potesse dire qualcosa della propria natura. I “Tre saggi” (Freud, 1905b) fissarono le tappe progressive dello sviluppo psicosessuale e misero a fuoco la natura bifasica dello sviluppo sessuale come caratteristica dell’essere umano. Le fasi precoci dello sviluppo istintuale e dell’organizzazione zonale sono state esplorate accuratamente e quindi coordinate con maggiore esattezza con la formazione della struttura psichica. Quanto alla seconda, ampia fase dello sviluppo psicosessuale, la pubertà, sebbene sia stata esplorata in senso lato, attende ancora una teoria comprensiva e l’elaborazione delle varie fasi che vi si susseguono. In questo contributo io cercherò di integrare osservazione e teoria in un piccolo settore della psicologia dell’adolescente, e cioè la preadolescenza. Il modo di dire corrente che l’adolescenza è una “seconda edizione” o “una ricapitolazione” dell’infanzia ha un suo senso in quanto sottolinea il fatto che l’adolescenza contiene elementi delle fasi precedenti dello sviluppo, così come qualunque altra fase dello sviluppo psicosessuale è significativamente influenzata dallo sviluppo precedente degli impulsi istintuali e dell’io. Il prerequisito per entrare nella fase adolescente dell’organizzazione istintuale e dell’io sta nel consolidarsi del periodo di latenza, altrimenti il bambino pubescente sperimenta un semplice intensificarsi delle caratteristiche anteriori alla latenza, mostrando comportamenti infantili tipici di un arresto dello sviluppo piuttosto che di una regressione. Varrebbe la pena di definire quei traguardi essenziali della latenza che fungono da precondizioni per un progresso riuscito verso l’adolescenza. Nel lavoro analitico con gli adolescenti (prevalentemente primo-adolescenti) noi dedichiamo un’attenzione particolare a quei deficit della latenza che precludono i conflitti specifici dell’adolescente. Ogni volta che la latenza non si è instaurata in modo soddisfacente e il paziente mostra ritardi di sviluppo notevoli, noi associamo all’analisi (o la facciamo precedere da) sforzi educativi per raggiungere qualche essenziale traguardo della latenza. Nella pratica ciò avviene più spesso di quanto non si dica nel corso degli anni. L’alto numero di bambini con sviluppo ritardato o deviante dell’io è andato legittimando questo “allargamento degli scopi della psicoanalisi” nel senso della sua applicazione al lavoro analitico con bambini e adolescenti.Esempio Nel caso di un bambino di dieci anni che presentava difficoltà di apprendimento, inadeguatezza sociale e pensiero bizzarro, comparve bruscamente il desiderio esplicito di dormire nel letto della madre, e di tenere il padre lontano da lei. Le richieste di baci e carezze si alternavano al desiderio di essere preso in braccio dalla mamma come un bambino più piccolo o di poterle sedere in grembo. La madre tendeva a cedere ai desideri del figlio. Sembrava essenziale che, proprio all’inizio dell’analisi del bambino, ella riuscisse a resistere agli approcci sessuali di suo figlio e ad imparare a frustrarlo, pur offrendogli gratificazioni adeguate alla sua età. Il fatto che fosse la madre e non il padre ad impedirgli attivamente di realizzare i suoi desideri edipici influenzò la reazione del bambino in modo decisivo. Egli reagì alle proibizioni materne reprimendo i suoi desideri edipici ed esibendo una triste rassegnazione. Cominciò a preoccuparsi ossessivamente dei compiti, a riempire quaderni su quaderni di soluzioni, verificandole continuamente. Questo comportamento ossessivo serviva da difesa contro le fantasie anali di vendetta nei confronti della madre frustrante. Le fantasie venivano agite con le madri dei suoi compagni di scuola. Solo dopo che questa regressione e il relativo spostamento furono elaborati, emerse del materiale edipico e fu evidente l’angoscia di castrazione attraverso la negazione, la proiezione e il pensiero confuso. L’interesse del bambino si rivolse a temi di castrazione presi principalmente dalla Bibbia: l’uccisione di un agnello maschio per Pasqua, il Signore che “avrebbe colpito tutti i primogeniti del regno d’Egitto”, Erode che ordinava la strage dei bambini di Betlemme, la paura di un toro selvaggio nei pressi della casa di campagna. Credo che senza l’impiego accessorio di un intervento educativo (il rifiuto materno di gratificare i desideri sessuali del figlio) l’analisi di questo bambino non sarebbe stata possibile.Passiamo ora all’aspetto tipico della preadolescenza che segna la conclusione del periodo di latenza. E’ ben noto che all’inizio della pubertà si osserva uno sviluppo psicologico ben diverso nel maschio e nella femmina. La differenza tra i sessi è evidente. La psicologia descrittiva ha dedicato molta attenzione a questo periodo e ha accumulato una gran quantità di dati osservativi importanti. Ciò che colpisce nel ragazzo è il suo percorso verso l’orientamento genitale, passando per l’investimento d’impulsi pregenitali. La ragazza si rivolge all’altro sesso in modo molto più pronto ed energico. Solo se ci si riferisce al ragazzo è corretto dire che l’aumento quantitativo dell’impulso istintuale nella preadolescenza porta ad un investimento indiscriminato della pregenitalità. Effettivamente nel maschio il risveglio della pregenitalità segna la fine del periodo di latenza. Nella femmina tale risveglio è di solito molto più modulato, fatto che rivela, attraverso le sue tattiche molto diversive, come questo passaggio evolutivo rappresenti una crisi più complessa per la ragazza che per il ragazzo. In questa fase dell’adolescenza maschile osserviamo un aumento della motilità indifferenziata (irrequietezza, agitazione), dell’avidità orale, delle attività sadiche, di quelle anali espresse nel gusto per la coprofilia e nel linguaggio sporco. C’è trascuratezza della pulizia, attrazione per gli odori e virtuosismo nel produrre rumori onomatopeici. Un quattordicenne, che aveva iniziato l’analisi a dieci anni, disse bene nel riassumere retrospettivamente la sua esperienza: “A undici anni pensavo alla sporcizia, ora penso al sesso. E’ molto diverso”. Abbiamo già accennato che la preadolescente femmina non presenta gli stessi tratti del maschio. Ella è un maschiaccio oppure una piccola donna. Il ragazzo tende a rifuggire da questa giovane Diana che sfoggia seduttivamente il proprio fascino mentre vaga nella natura selvaggia con una muta di cani. Uso questo riferimento mitologico per sottolineare l’aspetto difensivo della carica pregenitale del maschio e sopra tutto il suo evitare la donna castrante, la madre arcaica. Dalle fantasie e attività di gioco, dai sogni e dal comportamento sintomatico del ragazzo preadolescente sono giunto alla conclusione che l’angoscia di castrazione nei confronti della donna fallica non soltanto è un fenomeno universale della preadolescenza maschile, ma può essere considerato il tema centrale di essa. Possiamo chiedere se questa osservazione ricorrente sia dovuta al fatto che vediamo in analisi tanti ragazzi primo-adolescenti con impulsi passivi che provengono da famiglie con madri forti, decise a formare i loro figli secondo le fantasie che le hanno accompagnate per tutta la vita. Possibilità di questo genere meritano la nostra attenta considerazione.Esempio Un undicenne obeso, sottomesso, inibito e ossessivo faceva parecchi sogni in cui appariva una donna nuda. Egli non ricordava bene e vedeva in modo vago le parti basse del corpo di lei. Il seno sostituiva il pene, come organo sia erettile che escretorio. I sogni erano sempre ispirati da esperienze che egli faceva in una scuola mista, in cui la competizione fra maschi e femmine gli forniva continuamente la prova della malizia, del gioco sleale e della malignità prepotente delle femmine. La rassicurazione ossessiva attraverso la masturbazione, una volta interpretata nel contesto di cui sopra, sfociò in un disturbo del sonno con l’idea prevalente che sua madre potesse ucciderlo durante la notte.L’angoscia di castrazione, che aveva spinto la fase edipica di questo ragazzo verso il declino, rialzò la sua brutta testa con l’instaurarsi della pubertà. Nella fase preadolescente della pubertà maschile possiamo verificare che l’angoscia di castrazione è collegata alla madre fallica, ma è sperimentata verso la donna in genere. Le tendenze passive sono ipercompensate e la difesa contro la passività riceve generalmente un potente sostegno dalla maturazione sessuale stessa (A. Freud, 1936). Prima che avvenga una svolta riuscita verso la mascolinità, però, vi è un uso caratteristico della difesa omosessuale contro l’angoscia di castrazione. Nel ragazzo primo-adolescente assistiamo proprio a questa particolare e transitoria risoluzione del conflitto. La psicologia descrittiva ha definito questo tipico comportamento di gruppo “fase della banda”, mentre la psicologia dinamica si riferisce ad esso come alla “fase omosessuale” della preadolescenza. Nella vita della ragazza non appare niente di simile. La dissimiglianza di comportamento fra maschio e femmina si intravvede nella massiva rimozione della pregenitalità che la ragazza deve effettuare prima di poter entrare nella fase edipica. Questa rimozione è un vero e proprio prerequisito per il normale sviluppo della femminilità. La ragazza, staccandosi dalla madre a causa della delusione narcisistica che sente per se stessa e per la condizione castrata della donna, reprime gli impulsi sessuali intimamente connessi alle cure materne e alle manipolazioni del corpo, che rappresentano lo scopo complessivo della pregenitalità. Ruth Mack Brunswick (1940) nel suo classico lavoro su “La fase preedipica dello sviluppo libidico” afferma: “Una delle maggiori differenze fra i sessi sta nell’enorme misura in cui la sessualità infantile è rimossa nella ragazza. Tranne che negli stati nevrotici gravi, nessun uomo ricorre ad una rimozione simile della sua sessualità infantile” (p. 246). La ragazza che non riesce a mantenere rimossa la sua pregenitalità incontrerà difficoltà nel suo ulteriore sviluppo. Ne consegue che normalmente la ragazza primo-adolescente esagera i suoi desideri eterosessuali e si attacca ai ragazzi spesso in frenetica successione. Helene Deutsch (1944) nota che “Nella prepubertà delle ragazze l’attaccamento alla madre rappresenta un pericolo maggiore dell’attaccamento al padre. La madre è un ostacolo più serio rispetto al desiderio di crescere della ragazza, e noi sappiamo che la condizione di “infantilismo psichico” riscontrabile in molte donne adulte è il risultato di un attaccamento irrisolto alla madre durante la prepubertà” (p. 10). Nel considerare le differenze tra la preadolescenza maschile e femminile è necessario ricordare che nella ragazza il conflitto edipico non è portato ad una conclusione così repentina e fatale come nel ragazzo. Freud (1933) afferma: “Le ragazze rimangono nella situazione edipica per un tempo indeterminato. Esse le demoliscono tardi e mai completamente” (p. 235). Di conseguenza la ragazza lotta con l’angoscia di castrazione (paura e desiderio) in rapporto all’attaccamento con la madre. Infatti le azioni di distacco dalla madre, prolungate e dolorose, costituiscono il compito principale di quel periodo. Come già detto, il ragazzo in preadolescenza lotta con l’angoscia di castrazione (paura e desiderio) in rapporto alla madre arcaica e di conseguenza rifugge dal sesso opposto. La ragazza invece si difende dall’attrazione regressiva per la madre preedipica mediante una svolta forzata e decisiva verso l’eterosessualità. In questo ruolo la ragazza preadolescente non può dirsi “femminile” perché è più che evidente che è quella che aggredisce e seduce nel gioco dello pseudo-amore. In effetti in questa fase la qualità fallica della sua sessualità è evidente e per un breve periodo le dà un insolito senso di adeguatezza e completezza. Il fatto che tra gli undici e i tredici anni l’altezza media della femmina sia maggiore di quella del maschio della stessa età non fa che accentuare la situazione. Benedek (1956) si rifà ai dati endocrini: “Prima che la funzione procreativa maturi, prima che l’ovulazione assuma una relativa regolarità, la fase estrogena domina, come per facilitare gli scopi evolutivi dell’adolescenza, sopra tutto quello di stabilire reazioni emotive con il sesso maschile” (p. 411). Helene Deutsch (1944) si riferisce alla “prepubertà” della ragazza come al “periodo di massima libertà dalla sessualità infantile”. Questa condizione è normalmente accompagnata da un energico “ritorno alla realtà” (Deutsch) che, secondo me, contrasta il risveglio dell’organizzazione istintuale infantile. Il conflitto specifico della preadolescenza femminile rivela in modo particolare la sua natura difensiva in quei casi in cui non è stato mantenuto uno sviluppo progressivo. La delinquenza femminile, ad esempio, offre un’opportunità istruttiva per lo studio dell’organizzazione istintuale preadolescente nella donna. Ho già citato l’affermazione della Deutsch (1944) circa il maggior pericolo dell’attaccamento alla madre. Nella delinquenza femminile, che in senso lato rappresenta l’acting out sessuale, la fissazione alla madre preedipica gioca un ruolo decisivo. La delinquenza femminile è spesso precipitata da una forte spinta regressiva verso la madre preedipica e dal panico che questa resa implica. A prima vista l’abbandonarsi all’acting out eterosessuale sembra rappresentare la recrudescenza di desideri edipici. Secondo me invece ad un esame più attento risulta connesso a punti di fissazione più precoci, inerenti alle fasi pregenitali dello sviluppo libidico: l’eccessiva frustrazione, l’eccessiva stimolazione o entrambe. La pseudo-eterosessualità della ragazza delinquente serve da difesa contro la spinta regressiva verso la madre preedipica. Questa attrazione incontra resistenze così forti perché, se accolta, comporterebbe una rottura fatale nello sviluppo della femminilità, ricadendo su una scelta d’oggetto omosessuale. Una quattordicenne alla quale chiedevo perché avesse bisogno di dieci corteggiatori per volta, mi rispose indignata: “Devo fare così. Se non avessi tanti corteggiatori direbbero che sono lesbica”. Quelli che “direbbero” includono la proiezione di quei desideri sessuali che la ragazza si sforza di contraddire con tanta veemenza mediante il suo comportamento dimostrativo e provocatorio. La rottura del processo di sviluppo emotivo messo in moto dall’avvento della pubertà costituisce per l’integrazione della personalità della ragazza una minaccia più seria di quanto non sia per il ragazzo.Esempio Nancy, tredici anni, era una “delinquente sessuale”, perché aveva relazioni sessuali indiscriminate con adolescenti e tormentava la madre con i racconti delle proprie imprese. Biasimava la madre per la sua infelicità, avendo provato sentimenti di solitudine fin dall’infanzia. Nancy credeva che la madre non l’avesse mai voluta e le faceva incessanti e irragionevoli richieste. Era ossessionata dal desiderio di un bambino. Tutte le sue fantasie sessuali vertevano sul tema “madre-bambino” e, fondamentalmente su un’avidità orale travolgente. Fece un sogno in cui aveva rapporti sessuali con parecchi adolescenti: nel sogno aveva 365 bambini, uno al giorno per un anno, da un ragazzo che poi uccideva a risultato raggiunto. L’acting out sessuale cessò completamente appena Nancy diventò amica di una ventenne, sposata, promiscua e incinta, che aveva già tre figli. Nel rapporto con questa amica-madre Nancy trovava la gratificazione dei suoi bisogni orali e materni, mentre era protetta dalla resa omosessuale. Faceva da mamma ai bambini, li accudiva affettuosamente mentre la loro madre batteva il marciapiede. Da questa amicizia Nancy venne fuori a quindici anni come una persona narcisista, piuttosto pudica, interessata alla recitazione di cui frequentava una scuola. Non era riuscita a portare avanti la ricerca di un oggetto eterosessuale. Nello sviluppo femminile normale la fase dell’organizzazione istintuale preadolescente è dominata dalla difesa contro la madre preedipica, e ciò si traduce nei conflitti che sorgono tra madri e figlie in questo periodo. Un progresso vero e proprio verso l’adolescenza è segnato dalla comparsa di tendenze edipiche che sono dapprima spostate e alla fine esaurite da un “irreversibile processo di spostamento”, giustamente definito da Amy Katan (1951) “eliminazione dell’oggetto”, fase che però esula dallo scopo di questo lavoro.Il caso di DoraAvendo definito l’organizzazione istintuale preadolescente in termini di posizioni preedipiche, voglio ora riferire le mie osservazioni alla prima analisi di una ragazza adolescente, quella di Dora (Freud, 1905a). Dora aveva sedici anni quando incontrò Freud per la prima volta, e diciotto quando iniziò la terapia. Alla fine dello “stato clinico” Freud introduce un elemento che - egli confessa - “può servire solo a oscurare o cancellare i contorni del bel conflitto poetico che abbiamo potuto ascrivere a Dora . Infatti dietro la prevalente catena di pensieri che riguardava i rapporti di suo padre con la signora K. Si cela un sentimento di gelosia che aveva per oggetto quella signora, cioè un sentimento che poteva essere basato solo sull’affetto, da parte di Dora, per una persona del suo stesso sesso” (p. 349-350). Potremmo parafrasare l’ultima parte di questa frase dicendo: che poteva essere basato su un affetto da parte della ragazza, per sua madre. Si resta affascinati dal racconto di Freud circa la relazione di Dora con la sua governante, con sua cugina e con la signora K. . Freud notò che la relazione di Dora con la signora K. Aveva un “effetto patogeno maggiore” rispetto alla situazione edipica che “ella cercava di usare come schermo” del più profondo trauma di esser stata sacrificata dalla sua intima amica, la signora K. “senza la minima esitazione, affinché i suoi (della signora K.) rapporti con suo padre potessero restare indisturbati (p. 352). Nella sua conclusione finale Freud sottolinea che “la prevalente catena di pensieri di Dora circa i rapporti di suo padre con la signora K. Aveva lo scopo non solo di sopprimere il proprio amore per il signor K., che in passato era stato cosciente, ma anche di nascondere il proprio amore per la signora K., che era inconscio in senso più profondo” (p. 352). E’ abituale osservare che in adolescenza le tendenze edipiche sono più ingenti e forti delle fissazioni preedipiche, che però hanno tanto spesso un potenziale patogeno più profondo. Nel caso di Dora l’analisi era finita “prima di poter gettare qualche luce su questo aspetto della sua vita mentale”. L’adolescente ci ripropone continuamente di avere un disperato bisogno di un punto d’appoggio a livello edipico - cioè un orientamento appropriato al suo sesso - prima che le fissazioni più precoci diventino accessibili all’investigazione analitica. In questo quadro mi sembra legittimo il riferimento ad un primo-adolescente passivo. Nei primi tre anni di analisi (da undici a tredici anni di età) egli mantenne ostinatamente un’immagine di suo padre come uomo forte e importante nella famiglia. Il padre potente, figura illusoria della sua immaginazione serviva a questo ragazzo come difesa contro l’angoscia di castrazione preedipica. Egli non si permise mai di criticare l’analista, dubitare di lui o fargli domande. Alla fine l’analisi del transfert portò alla luce la paura che aveva dell’analista, paura di rappresaglia e di offesa. Allora l’analisi dell’angoscia di castrazione edipica poté aprire la strada alle angosce, molto più disturbanti, connesse alla madre preedipica. L’elaborazione di queste fissazioni precoci consentì una valutazione realistica, anche se deludente, di suo padre. La persistenza di una situazione “edipica illusoria” sembra mascherare una forte fissazione preedipica.Conclusioni In questa breve comunicazione mi sono soffermato sull’organizzazione istintuale preadolescente. Da questo punto in poi la strada conduce a cambiamenti dell’organizzazione istintuale che sono sempre più solidamente radicati nelle innovazioni biologiche della pubertà, in particolare nella scoperta del piacere orgastico. Questa innovazione biologica richiede una sistemazione gerarchica delle molteplici posizioni infantili residue che, per motivi individuali restano tuttora investite e premono per trovare espressione e soddisfazione. Questa sistemazione finisce per tradursi in un quadro strettamente personale di piacere preliminare. Come sempre, il contemporaneo sviluppo dell’io prende lo spunto dall’organizzazione istintuale esistente e dalla sua interazione con l’ambiente. Conseguentemente in adolescenza possiamo osservare la tendenza verso una sistemazione gerarchica anche nell’organizzazione dell’io. Infatti ogni volta che ciò non si verifica, ne consegue una generica mancanza di scopi e di risorse che in molti casi preclude un impegno e un adattamento stabili nel lavoro. Secondo la mia esperienza in questi casi la patologia dell’organizzazione istintuale merita un esame accurato che può richiedere un lungo periodo di esplorazione clinica e di lavoro analitico. Chiudo questo discorso prima che esso mi trascini oltre il limite di questo testo. Se mi sono soffermato su un piccolo aspetto dell’intero problema della psicologia dell’adolescente, l’ho fatto nella convinzione che, di rimando, gli esiti e le tendenze dell’adolescenza possano essere meglio conosciuti. Dal tempo dei “Tre saggi” (Freud, 1905b) la comprensione psicoanalitica dell’adolescenza è cresciuta costantemente. Però vale ancora la pena di ripetere le parole di Freud che figurano in “Le trasformazioni della pubertà” (1905b): “Il punto di partenza e lo scopo finale del processo É sono chiaramente visibili. I passaggi intermedi sono per molti versi ancora oscuri. Dobbiamo riconoscere che più d’uno rimane un enigma irrisolto”. Oggi, come allora, il problema che reclama la nostra attenzione, è quello dei “passaggi intermedi”.* Pubblicato nel Journal of the American Psychoanalytic Association 6:, 47-56, 1958 e successivamente incluso in The Adolescent Passage, International Universities Press, New York, 1979, p. 105-116. Ad entrambi gli editori esprimiamo la nostra riconoscenza. Traduzione di Arnaldo Novelletto.Bibliografia:Benedek T. (1956) Toward the biology of the depressive constellation. J. Amer. Psychoanal. Assn., 4:389-427.Brunswick R. M. (1940) The preoedipal phase of libido development. In: The Psycho-Analytic Reader, ed. R. Fliess. New York: International Universities Press, 1948, pp. 231-253.Deutsch H. (1944) Psicologia della donna nell’adolescenza. Einaudi, Torino, 1957.Freud A. (1936) L’Io e i meccanismi di difesa. Martinelli, Firenze, 1969.Freud S. (1905a) Frammenti dell’analisi di un caso d’isteria. Opere, vol. IV, Boringhieri, Torino.Freud S. (1905b) Tre saggi sulla teoria della sessualità. Opere, vol. IV, Boringhieri, Torino.Freud S. (1933) Introduzione alla psicoanalisi. Opere, vol.11, Boringhieri, Torino.Katan A. (1951) The role of “displacement” in agoraphobia. Internat. J. Psycho-Anal., 32:41-50. |
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lunedì 5 febbraio 2018
L’organizzazione istintuale preadolescente
domenica 14 ottobre 2007
Le fasi dello sviluppo della personalità: due teorie a confronto
Lo sviluppo è una sequenza ordinata di cambiamenti del comportamento in determinate direzioni; è un processo continuo che include, nell’organismo umano, cambiamenti e nuove capacità risultanti da due processi quale la maturazione e l’apprendimento: la maturazione comporta cambiamenti strutturali dell’organismo a livello somatico e psichico; l’apprendimento è il processo attraverso cui un’attività sorge e si modifica per mezzo di un addestramento.
Lo sviluppo è descritto dai vari autori e dalle teorie di riferimento attraverso la suddivisione in stadi o fasi, che sono periodi di tempo attraverso cui si osservano precisi e identificabili cambiamenti qualitativi ordinati in sequenza gerarchica o temporale.
La teoria di Freud individua tre fasi ( orale, anale, fallica ) , che hanno luogo prima dei cinque anni d’età; poi descrive il periodo di latenza e la fase genitale.
Carl Gustav Jung, fondatore della psicologia analitica, che ha descritto il ruolo dei complessi e l’inconscio collettivo, parla di due periodi di fondamentale importanza: quello prima dei trentacinque anni e quello dopo questa età. Prima dei trentacinque anni, la persona è piena di forza utilizzata per apprendere un mestiere, per il matrimonio, per i figli; dopo i trentacinque anni, la persona è meno energica ed ha acquisito saggezza.
Harry Sullivan, Alfred Adler, Karen Horney, Erich Fromm pongono in rilievo il ruolo dei fattori sociali e culturali e delle relazioni interpersonali all’interno della famiglia, nella formazione della personalità.
Erik Erikson ritiene che la personalità si sviluppi per tutto il ciclo vitale della persona.
Esistono diverse teorie sullo sviluppo. Le teorie dello sviluppo più utilizzate sono:
- la teoria cognitiva, con gli studi di J. Piaget, secondo il quale è necessaria un’attiva partecipazione del bambino al suo ambiente per uno sviluppo corretto;
- la teoria dell’apprendimento, che da importanza all’apprendimento sociale nei primi anni di vita per l’acquisizione di abitudini comportamentali;
- la teoria psicodinamica di K. Lewin, secondo il quale ogni evento psicologico va collocato all’interno dello spazio di vita individuale. Si parla di psicologia topologica, cioè spazio fisico applicato allo spazio psicologico in cui la persona vive;
- la teoria organiosmica di Werner concepisce lo sviluppo umano come un processo autocostruttivodi interazione tra fattori organistici e fattori ambientali;
- la teoria psicoanalitica, iniziata da S. Freud, si è interessata soprattutto dei problemi emozionali e dei conflitti interni nella formazione della personalità. Uno degli autori che ha approfondito e ampliato le intuizioni freudiane è E. Erikson.
E sono proprio Freud ed Erikson i due autori che qui si vogliono descrivere circa le loro affermazioni sulla fase adolescenziale.
Il fondatore della psicoanalisi conseguì la laurea in medicina presso l’Università di Vienna e studiò per un anno a Parigi con il grande psichiatra francese Jean Charcot. Insoddisfatto dei matodi terapeutici usati in quel tempo, adottò il metodo delle libere associazioni, elaborato originariamente da un suo collega viennese, Joseph Breuer. Questo fatto segnò l’inizio della psicoanalisi.
Erikson, dopo le scuole superiori, trascorse un anno in viaggio per l’Europa per trovare una strada per la sua vita futura. Decise di diventare pittore e di insegnare arti figurative.
Durante il periodo in cui insegnava in una piccola scuola privata a Vienna, entrò in buoni rapporti con la famiglia Freud e, incoraggiato da Anna Freud, cominciò a studiare psicoanalisi presso la Società di Psicoanalisi di Vienna. Negli anni ’30 si trasferì negli Stati Uniti ed ebbe incarichi ad Harvard dove nel 1970 concluse la sua attività accademica.
Egli è un autore di orientamento psicodinamico che sostiene che l’Io è autonomo e lo sviluppo della personalità investe l’intero arco di vita, con tappe che si caratterizzano per il superamento di compiti e conflitti psicosociali.
Freud pone attenzione all’Es, che rappresenta l’inconscio dove sono contenute le pulsioni, gli elementi rimossi, cioè quelli allontanati dalla coscienza, da presente. Si basa sul principio di piacere che è la scarica immediata della tensione per ristabilire l’equilibrio (es. : il bambino piccolo che aspetta il seno materno non è capace di ritardare la gratificazione).
Erikson pone attenzione all’Io, che è quella parte più strutturata e più organizzata della personalità, e che fa da mediatore tra l’Es e il Super – Io, quest’ultimo che rappresenta l’interiorizzazione delle norme e permette lo sviluppo della coscienza morale.
Freud considera il triangolo padre–madre–bambino e le relative dinamiche, mentre Erikson considera il triangolo madre–padre–bambino in relazione con l’ambiente socio –culturale.
Ancora, Freud concentra la sua attenzione sullo sviluppo patologico, mentre Erikson afferma che è necessario il superamento di crisi per la crescita. Infatti, ogni fase di sviluppo è caratterizzata da crisi intesa come svolta.
Per Erikson, la soluzione dei momenti critici, cioè delle crisi, porta alla formazione di attitudini di base positive o negative che sono atteggiamenti derivanti dalle esperienze di relazioni stabilite tra l’Io e il suo ambiente psico – sociale. L’autore utilizza l’espressione “senso di …” per indicare la sensazione di aver acquisito una certa qualità o frustrazione nel tentativo di acquisire la qualità.
Ad ogni attitudine di base positiva corrisponde una virtù psicologica, una forza attiva dell’Io; mentre, al contrario, si crea una debolezza dell’Io che comporta disfunzioni e difficoltà di relazionarsi.
L’esistenza di stadi nello sviluppo della personalità è stata postulata sia da Freud che da Erikson. Freud considera cinque fasi dello sviluppo psicosessuale, considerando l’importanza dei primi anni di vita nella formazione della personalità. Dunque, descrive le fasi: orale, anale, fallica, il periodo di latenza e la fase genitale. Le cinque fasi dello sviluppo psicosociale di Erikson comprendono le fasi: incorporativa, muscolare, spaziale, produttiva, adolescenziale.
Fino alla pubertà, le fasi descritte dai due autori coincidono tra loro, mentre le seguenti descritte da Erikson sono tre fasi innovative di vita adulta: fase della giovinezza, fase dell’età adulta, fase dell’età senile.
La fase orale trova corrispondenza con la fase incorporativa ( 0 – 1 anno): per Freud, il bambino si interessa alla madre perché ne è gratificato attraversi il cibo. Con il passaggio dalla suzione allo svezzamento, il bambino prova sentimenti di amore – odio verso la madre, che è cattiva e frustrante finché il bambino non risente più della mancanza della suzione.
Mentre Erikson non si ferma alla gratificazione che il bambino riceve dalla madre attraverso la suzione, ma il bambino è ricettivo anche al piacere di essere cullato, riscaldato, stimolato col sorriso e con la parola. Le attitudini di base che possono svilupparsi sono la fiducia e la sfiducia a seconda del comportamento adeguato e inadeguato della madre.
La virtù che si sviluppa è la speranza, cioè la convinzione della realizzabilità dei desideri sentiti come importanti dal bambino.
La fase anale di Freud corrisponde alla fase muscolare di Erikson ( 1 – 3 anni) : la fonte di piacere si sposta dalla zona orale alla zona anale, ed eliminazione e ritenzione sono fonti di piacere lipidico.
Freud afferma che l’eliminazione rappresenta un regalo che il bambino fa per provare la sua obbedienza, e con la ritenzione vuole che sia concessa attenzione da parte delle figure genitoriali. L’igiene corporale porta ad un primo abbozzo del Super – Io.
Per Erikson, il bambino è capace di controllare gli sfinteri anali e uretrali.
Può acquisire il senso di autonomia se i genitori concedono libertà in alcune aree e intransigenza in altre; la virtù è la volontà, per cui il bambino impara a volere ciò che è realizzabile.
La fase fallica e la fase spaziale ( 3 – 6 anni) vedono spostare la fonte di piacere sulla zona genitale; per gli autori, il bambino è interessato e incuriosito dalle differenze anatomiche tra i sessi e dall’esplorazione manipolazione degli organi genitali.
Per Freud, in questa fase si sviluppa il complesso di Edipo, un insieme organizzato di desideri amorosi e aggressivi per lo più inconsci che il bambino sperimenta nei confronti dei genitori.
Il suo superamento avviene con l’identificazione del bambino col genitore del proprio sesso, e ciò porta alla scelta del sesso psicologico appropriato. Si sviluppa il Super – Io, paragonabile ad un censore nei confronti dell’Io, ad un giudice che media tra gli impulsi dell’Es e la morale del Super – Io.
Anche per Erikson si risolve qui il legame edipico, per cui si ristrutturano i rapporti affettivi con la madre e si stabiliscono relazioni più ampie e meno esclusive.
Si sviluppa l’attività di base dell’iniziativa, per cui si pianifica e c’è il piacere di essere attivo. O si può sviluppare il senso di colpa per essersi comportato in maniera aggressiva o inadeguata rispetto alle aspettative. La virtù è la fermezza dei propositi, cioè perseguire scopi validi che ci si è posti.
Il periodo di latenza freudiano e la fase produttiva eriksoniana, le fasi che poi aprono all’adolescenza, non presentano grandi problemi da rilevare: il Super – Io si organizza maggiormente e si struttura definitivamente grazie a educazione, morale e religione, e vengono acquisite le conoscenze che permettono alla persona di inserirsi nella società a cui si appartiene.
L’adolescenza è una fase di passaggio che inizia con la pubertà e si conclude con l’ingresso dell’individuo nel mondo degli adulti; si inizia da un cambiamento fisico e si termina con l’assunzione di responsabilità e la maturità. Le idee prima accettate passivamente vengono riesaminate dal giovane con spirito critico
L’adolescenza è un periodo della vita che appartiene all’arco di sviluppo della personalità.
Nella fase genitale, che corrisponde all’adolescenza, avviene, secondo Freud, una riattivazione delle pulsioni sessuali e l’amore è altruistico e non più possessivo e utilitaristico come nelle fasi precedenti dove il bambino era centrato sulla propria gratificazione. Si verifica il passaggio alla relazione eterosessuale che comporta approcci, ritiri, rifiuti, per cui la persona impara gradualmente ad affidarsi emotivamente ad un’altra persona.
Si verifica il meccanismo della sublimazione, per cui il giovane sa canalizzare sentimenti e situazioni in modo accettabile; preferisce stare con gli amici e poi in compagnia dei genitori. Infatti, è qui che l’adolescente si mostra molto interessato alle attività di gruppo, ai progetti sociali.
La fase adolescenziale eriksoniana è caratterizzata dalla ricerca del senso di identità che è importante per dare un senso alle scelte professionali e sessuali. Ma si può sviluppare, altrimenti, il senso di dispersione, che può provocare insicurezza, confusione circa i ruoli e l’identità.
L’Io sviluppa la propria identità superando le identificazioni infantili con i genitori. La virtù che si sviluppa è la fedeltà, cioè la capacità di restare coerenti ai principi scelti.
Freud conclude la descrizione delle fasi dello sviluppo psicosessuale con la fase genitale, il cui superamento dovrebbe prevedere lo sviluppo e la formazione dell’uomo normale: l’uomo normale è l’uomo genitale che sa “amare e lavorare” .
Erikson continua la descrizione dello sviluppo della personalità delineando altre tre fasi:
- la fase della giovinezza, dove la persona è capace di un rapporto intimo con sé. L’attitudine di intimità e solidarietà implica la capacità di stabilire rapporti di amicizia e solidarietà, contro il senso di isolamento. La virtù è l’amore, che è la capacità di reciprocità alla luce dell’esperienza di essere adulti;
- la fase dell’età adulta, dove l’adulto ha bisogno di sentirsi utile e di prendersi cura.
C’è la possibilità di acquisire il senso di generatività contro la preoccupazione esclusiva di sé. L’adulto si preoccupa di creare e guidare la nuova generazione; la virtù che si manifesta è la sollecitudine, cioè la preoccupazione per ciò che è stato generato; - la fase dell’età senile, con l’acquisizione del senso di integrità contro il sentimento di disperazione. L’individuo sintetizza la sua esperienza vitale e la virtù che sviluppa è la saggezza, che si manifesta nell’interesse per la vita e si conclude con la morte.
La mancanza di integrità si esprime in un sentimento di disperazione, secondo cui l’individuo capisce che il tempo è troppo breve per cominciare un’altra vita diversa
nasconde la sua disperazione dietro l’amarezza. Superata la disperazione, c’è la consapevolezza di poter offrire alle nuove generazioni un esempio di chiusura di stile uno di vita.
Una differenza che emerge circa lo sviluppo della personalità descritto da Freud e quello descritto da Erikson è che, dopo la fase adolescenziale, Erikson descrive fasi che sono innovative; il modello eriksoniano si distingue da quello freudiano nel valorizzare gli eventi, le esperienze individuali, pur non abbandonando il modello dinamico, pulsionale e topico di Freud.
Secondo Erikson, il tema centrale della vita di ogni individuo è la ricerca dell’identità.
Nel processo di costituzione dell’identità è necessario riferirsi alle fasi di sviluppo psicologico del bambino e ai processi di identificazione col genitore.
Contributo dell’opera freudiana è la considerazione della sessualità infantile che si
manifesta in modo diverso da quella dell’adulto.La fenomenologia psichica è concepita come risultante dell’equilibrio dinamico tra la spinta delle pulsioni lipidiche e aggressive, l’influenza della realtà, gli interessi e le capacità funzionali dell’Io, i propri ideali e valori morali.
domenica 16 settembre 2007
La realtà virtuale cambia la figura del supereroe
| Per comprendere l'animo umano ormai bisogna studiare la realtà virtuale. Dopo l'interessamento degli psicologi al fenomeno "Second Life" ora è la volta del "Marvel Universe". Nato nel 2002 per volontà della famosa casa editrice di fumetti americana, la Marvel appunto, madre dei più famosi supereroi americani tra cui Spider Man, X-Man e i fantastici quattro, il Marvel Universe è una comunità virtuale, neanche a dirlo, in cui i fans dei fumetti possono costruire la storia dei personaggi e partecipare attivamente alla vita dei propri supereroi. Ovviamente questo gruppo di persone è diventato oggetto di studio: psicologi, sociologi e informatici hanno studiato le dinamiche di connessione che si stabiliscono tra gli internauti per giungere ad una conclusione illuminante: nella realtà virtuale gli individui tendono a ricostruire le dinamiche della vita quotidiana. Il supereroe, anche se continua ad avere la meglio sempre e comunque sul male, non è più un concentrato di forza fisica e virtù morali; con l'aiuto dei lettori è diventato più astuto e mediatore rispetto alla legge, in sostanza è diventato più "umano". In particolare i "cattivi" non sono più un coacervo di malvagità e bruttezza, ma cominciano ad avere fascino e seguaci. Tuttavia, tranquillizzano gli esperti, i supereroi conservano la caratteristica di vincere sempre e comunque sul male, l'unica differenza rispetto al passato è che la distinzione tra bene e male non è più così netta. Certo che se non ci si può fidare più neanche dei supereroi... | |||||
| Fonte: Why superheroes always win. NewScientist.com 2 settembre 2007 |
mercoledì 12 settembre 2007
Il rischio: limite o risorsa dell’adolescente?
La trasformazione adolescenziale implica un salto qualitativo complesso: “è un tempo di grandi metamorfosi, di alchimie complesse e di trasformazioni continue nel quale in ognuno vi è tutto e il contrario di tutto”.
“Né carne né pesce”, “né bruco né farfalla”; sono queste le affermazioni che si sentono spesso dire a proposito di un’età che, vista in questa prospettiva, non può che essere “ingrata”, così spesso definita per quello che non è o che non ha.
La psicoanalista francese Dolto ha evidenziato la possibilità di ritenere gli adolescenti come le aragoste: nel momento un cui perdono la corazza e si sta formando un nuovo guscio, attraversano un periodo delicato in cui sono deprivati della protezione; cambia improvvisamente il proprio corpo, e di conseguenza cambiano i sentimenti verso se stessi e verso gli altri. È invece un momento delicato in cui tener vivi sia i ricordi del passato che i progetti del futuro.
Con le frequenti tensioni intrapsichiche e relazionali che l’adolescenza comporta con tempi e ritmo diversi per ciascuno, ragazzi e ragazze crescono procedendo per “oscillazioni”; si alternano fasi di enfasi evolutiva a fasi di regressione momentanea che permettono però di recuperare l’equilibrio e tra questi il “rischio” è il fattore che all’età adolescenziale risulta maggiormente connesso. Ma cosa può rappresentare veramente per l’adolescente questa parola e cosa significhi per lui rischiare - se una necessità o un passatempo - dipende sicuramente dal valore che l’adolescente in prima persona riconosce al rischio stesso.
Rischiare o non rischiare?
Per molto tempo si è pensato che gli adolescenti indulgessero in comportamenti non salutari perché non assumevano una prospettiva orientata al futuro e quindi non riuscivano a prefigurarsi la possibilità di farsi del male o di morire, sottostimando, quindi, ogni tipo di rischio.
A tal proposito molte ricerche hanno messo in luce quanto sia infondata l’idea del cosiddetto “mito dell’immortalità” e che i ragazzi sono del tutto consapevoli dei rischi che corrono, addirittura sovrastimandoli rispetto agli adulti. La differenza che li contraddistingue da questi ultimi, però, è il fatto di soffermarsi a soppesare i benefici derivanti da quel determinato comportamento; da questo calcolo possono deliberatamente ritenere che i benefici superano i rischi; benefici quasi sempre di tipo emotivo e legati al piacere.
Diventare grandi dunque, da questa prospettiva, non significa affatto diventare più riflessivi, ma al contrario diventare più intuitivi, automatici e, in un certo qual senso, più “irrazionali” se intendiamo con questo termine un “decision making” meno mediato dal ragionamento.
È necessario, quindi, concentrare l’attenzione sulla dimensione soggettiva del rischio che differenzia non soltanto l’adolescente dall’adulto ma anche gli adolescenti tra di loro, operando una distinzione a livello teorico tra la percezione del rischio - riferita ai processi cognitivi -, assunzione del rischio - riferita ai comportamenti nocivi per la salute - e propensione al rischio - intesa come tratto della personalità, alla base del quale si presuppone l’esistenza di differenze individuali che orientano sia la percezione che il comportamento nei suoi riguardi (Zani, 1999).
Il rischio, in ogni caso, non è solamente sinonimo di condotte problematiche dagli esiti negativi per il benessere e la salute, ma può essere affrontato anche in maniera positiva grazie all’intervento di fattori protettivi che agiscono direttamente, prevenendo le conseguenze negative, o indirettamente, come moderatori dell’esposizione a fattori di rischio (Jessor et al., 1995); esso costituisce una scommessa sul futuro in una società proiettata verso l’avvenire che, per alcuni versi, vede nel rischio un possibilità di autorealizzazione
Rischiare per “sentire”.
Nella prima adolescenza, l’adozione di comportamenti irregolari ed il desiderio di rischiare si manifestano con particolare ripetitività ed intensità, sia per le caratteristiche dell’età che per la complessità del contesto sociale in cui l’adolescente è inserito (Bonino S., Cattelino E., 1999). In questa fase, i soggetti evidenziano differenti valutazioni dei comportamenti a rischio, mostrando una tendenza a sottostimarlo con la crescita; ciò potrebbe essere associato alla maggiore esperienza ed a una migliore comprensione del rischio stesso.
L’assunzione del rischio viene considerata come un comportamento naturale e quasi inevitabile: è un modo per mettere alla prova le proprie capacità e competenze, per completare le esigenze dello sviluppo legate alle necessità di padronanza ed individuazione. Ogni volta che un adolescente supera un’esperienza azzardata si sente definito come “persona”.
In una realtà in cui risulta impossibile trovare luoghi di senso, di emozione e di sfida, il rischio diventa una possibilità di guadagnare la legittimità della propria presenza nel mondo e il sentimento di esistere (Le Bereton D., 2003). La letteratura suggerisce che gli adulti implicati nei comportamenti azzardati tendono a sottostimare il rischio associato agli stessi comportamenti (Weinstein, 1984) ed è probabile che negli adolescenti si verifichi lo stesso fenomeno.
La ricerca estrema di sensazioni forti è una delle tante “finalità” che accompagnano l’intera vita dell’individuo ma, mentre nell’età adulta le sensazioni forti possono essere perseguite tramite il soddisfacimento di necessità più “raggiungibili”, in epoca adolescenziale e giovanile questa finalità porta il soggetto alla messa in atto di comportamenti rischiosi e di forte impatto emotivo.
Tale tratto, associato all’adozione di comportamenti spericolati e non consoni alla salvaguardia della salute, fa riferimento al bisogno, che alcune persone hanno, di sperimentare sensazioni nuove ed eccitanti, soddisfatto attraverso la ricerca attiva di situazioni ed esperienze anche pericolose. Per tali persone, esperienze meno intense e legate alla vita quotidiana risultano di fatto noiose, incapaci, cioè, di evocare livelli sufficienti di gratificazione e, talora, nemmeno livelli sufficienti di attenzione ed interesse.
Fu M. Zuckerman (1983) a condurre interessanti studi sulla ricerca di sensazioni, definita Sensation Seeking (SS), ovvero "il bisogno di varie, nuove e complesse sensazioni ed esperienze, nonché la propensione ad assumere rischi fisici e sociali al solo fine di tale esperienza” (V. Lingiardi, 2001).
L’espressione inglese si riferisce, quindi, al perseguimento di nuove e intense sensazioni ed esperienze associate alla trascuratezza dei rischi conseguenti la loro ricerca. Il tratto comune di queste attività è il desiderio di novità, cambiamento ed eccitazione. Si va, ad esempio, dall'utilizzo di droghe, ad attività sportive estreme, ai viaggi esotici, agli stili di vita stravaganti, ai comportamenti disinibiti, ecc.
Dagli esperimenti di Zuckerman (1971) emerse il profilo del sensation seeker : soggetto relativamente giovane, con caratteristiche di personalità impulsive e a tratti aggressive, molto curioso, anticonformista e con livelli di ansia relativamente bassi (M. Bedetti, 2004).
In riferimento allo studio di tale fenomeno, alcuni psicologi e psichiatri attribuiscono serie responsabilità alla società odierna troppo spinta agli eccessi, altri sottolineano la presenza di elementi narcisistici nella personalità dei sensation seeker, altri ancora colgono nei loro comportamenti la ricerca di quella attenzione che il mondo relazionale e familiare non ha ad essi riservato.
I comportamenti del sensation seeker si caratterizzano, quindi, per lo scarso senso morale, l'indifferenza alle regole, l'inosservanza della sicurezza propria e di quella altrui. Tali comportamenti esprimono ostilità nei confronti dell'organizzazione del gruppo sociale di appartenenza. La spiegazione di questi atteggiamenti si ricollega al fatto che nel sensation seeker, il più delle volte, i comportamenti trasgressivi mirano a superare la noia di una vita senza valori. Nell'affrontare situazioni ad alto rischio, egli mette alla prova la propria capacità di controllo degli eventi. Aprire il paracadute all'ultimo momento, pigiare il freno della macchina pochi secondi prima del possibile schianto contro il muro, ad esempio, creano in lui un'eccitazione tale da renderlo appagato, almeno in quell'istante (Heinberg F., 1997).
La valutazione della minaccia che produce il brivido, quindi, dipende dalla stima che il soggetto compie delle proprie capacità. Dagli studi effettuati sul motociclismo e deltaplano (Kurz, 1988), la minaccia e il brivido sono percepiti come piacevoli soltanto finché il soggetto ha la sensazione di controllare il corso degli eventi. Gli sport estremi, perciò, possono essere ritenuti uno dei pochi modi che gli individui che li praticano hanno di sentirsi “vivi”, per non cadere in un senso di vuoto e noia dato da attività definite “normali”. Se questo è vero, un sensation seeker potrebbe tradurre la sua motivazione nei termini “Sento, dunque sono” .
Il tratto di personalità “ricerca delle sensazioni” può essere misurato tramite la somministrazione di un questionario finalizzato a rilevare l’attrazione dell’individuo per il comportamento ad alto rischio, meglio conosciuto come Sensation Seeking Scale, i cui item riguardano le preferenze per l’intensità di alcune percezioni sensoriali (caldo, freddo, rumore, gusto, colori), per la familiarità in opposizione alla novità e per la routine in opposizione all’avventura.
Ogni individuo, quindi, ha delle soglie di attivazione le quali possono essere considerate per lui ottimali e che, nel corso della vita, subiscono una certa oscillazione. Quando si verificano scostamenti eccessivi, in un senso o nell’altro, quindi, il soggetto tenderà ad attivarsi al fine di riportare le stimolazioni sensoriali entro i giusti confini.
Il rischio: gioco di vita
“…l’inquietudine di chi si sente esposto ai pericoli di una trasformazione profonda di chi sa che non può e non vuol fermarsi”.
L’adolescenza, finora definito un periodo di rapide trasformazioni, rappresenta una fase evolutiva fondamentale: molte sono le potenzialità e le risorse dell’adolescente, ma elevato è il rischio di perturbazioni sia intrapsichiche che interpersonali.
I comportamenti a rischio, assolvono spesso, a questa età, funzioni ben precise e, sebbene siano dannosi da punto di vista fisico, psichico e sociale, sembrano fornire all’adolescente una via di uscita alle insicurezze e alle incertezze sperimentate in questa fase della vita. Tali comportamenti si configurano, pertanto, come una componente del normale sviluppo psicologico dell’adolescente stesso ed una espressione del suo bisogno di esplorazione.
Molte persone attribuiscono l’elevata incidenza di comportamenti a rischio in adolescenza alla immaturità cognitiva, ritenendo gli adolescenti meno capaci di comprendere le conseguenze delle loro azioni in seguito ad un’accresciuta percezione dell’invulnerabilità influenzata dal concetto di egocentrismo.
L’età della maturazione biologica, quindi, influenza le competenze cognitive, la percezione di sé, dell’ambiente sociale e i valori personali ed è possibile ipotizzare, perciò, che queste quattro variabili possano predire i comportamenti a rischio dell’adolescente attraverso la mediazione della percezione del rischio e delle caratteristiche del gruppo dei pari.
Poiché è stato ampiamente dimostrato che i comportamenti a rischio iniziati nell’adolescenza persistono per tutta la quarta decade della vita come causa di mortalità e morbilità, se si intende migliorare le condizioni di salute degli adolescenti e degli adulti è necessario prestarvi una maggiore attenzione.
Ritenere l’adolescenza la fase della vita a cui ricondurre l’insorgenza dei comportamenti rischiosi, quindi, sta a dimostrare la veridicità del fenomeno meglio conosciuto con il nome di Risk-Taking (RT). Questa generica definizione implica la partecipazione in attività dall’esito incerto, che possono essere potenzialmente compromettenti per il benessere del soggetto, che dimostra di avere scarsa o assente conoscenza delle conseguenze ad esse correlate (Pellai e Bonicelli, 2002).
Questi comportamenti a rischio, di natura prettamente intenzionale, possono essere considerati come il risultato dell’interazione tra le caratteristiche biologiche, psicologiche, sociali dell’individuo e il suo ambiente. Nel corso dell’adolescenza, gli evidenti cambiamenti che si verificano potrebbero rappresentare per il ragazzo degli stimoli molto potenti nel processo di assunzione e messa in atto del rischio.
Ecco, quindi, che il concetto di risk-taking comprende molto più che la scelta di attuare comportamenti problematici, disfunzionali o dannosi (Zuckerman, 1979), ma costituisce una dimensione normale nell’arco del processo di crescita dell’adolescente. Pertanto, se il rischio fa parte del gioco della vita e della maturazione dell’individuo (Bastiani Pergamo e Drogo, 2002), è il modo in cui esso viene a volte sottovalutato e banalizzato dagli adolescenti ad essere potenzialmente pericoloso.
È di fondamentale importanza, inoltre, non tralasciare la dimensione emotiva. Stephen Lyng presenta, a tal proposito, una prospettiva sociologica sul RT, ponendo la questione delle similarità tra assunzione volontaria di rischio (ad esempio, nell’alpinismo) e le azioni criminali. Egli sostiene in maniera convincente la posizione secondo cui entrambi possono essere concepiti come comportamenti “al limite” (edgework), sebbene possano essere distinti in base alla dimensione ecologica vs interpersonale. Egli propone, inoltre, che i comportamenti “al limite” avvengono in risposta ai sentimenti di impotenza e di perdita di controllo personale, offrendo all’individuo rinnovati sentimenti di controllo e di auto-realizzazione.
Alla base del rischio come rimedio alla propria impotenza e al proprio mancato controllo personale, lo stesso ambiente sociale nel quale l’individuo si trova inserito, riveste un ruolo di fondamentale importanza.
Questo rimane uno dei principali fattori predittivi dei comportamenti a rischio in adolescenza compreso la scuola e le sua organizzazione. Deve essere inoltre riconosciuto il ruolo protettivo dell’ambiente: la famiglia e i coetanei rimangono elementi fondamentali insieme allo stile educativo - rivelatosi un correlato importante nell’esordio dei comportamenti a rischio - e alla scuola.
Questa ultima, in particolare, gioca un ruolo fondamentale nella prevenzione del rischio soprattutto nel momento in cui gli alunni vengono resi protagonisti di una battaglia generazionale in difesa della salute, del benessere e del rischio calcolato, quello inevitabile ai fini della crescita (Giori F.,1998).
…allora rischiare per crescere
All’interno delle culture giovanili è possibile rintracciare diverse costellazioni tipiche di comportamenti di sfida, di ribellione e di iniziazione che diventano segni, modalità di espressione e di affermazione caratteristici della condizione adolescenziale e che consentono, al tempo stesso, di mettere alla prova le proprie abilità e competenze testando, così, i livelli di autonomia raggiunti.
Prevenire le condotte rischiose degli adolescenti non significa fermare il loro naturale bisogno di novità, la curiosità e l’attrazione per persone e luoghi sconosciuti, bensì evitare che l’evoluzione cognitiva ed emotiva dell’adolescente possa deviare verso comportamenti pericolosi.
Sì, quindi, alle esperienze che aiutano i giovani a valutare i propri limiti, a dosare l’assunzione dei rischi, contribuendo al raggiungimento di un obiettivo, all’autonomia, alla responsabilizzazione e alla capacità di scelta. No, invece, al rischio per sfogarsi, allontanarsi da se stessi e sfidarsi, sganciato da qualsiasi obiettivo se non quello di sentirsi “invincibili”.
Al fine di riuscire a creare e costruire insieme al soggetto le giuste conoscenze in modo da renderlo agente attivo nella comprensione del rischio nella propria vita, sarà opportuno trasformare semplici modelli informativi - inerenti metodologie di apprendimento centrati sulle competenze ascrivibili nell’area dell’intelligenza accademica - in modelli educativi - basati principalmente su un apprendimento fatto “proprio” e reso il principale fattore influente nell’approccio al rischio presente e futuro -. Pur ritenendo l'eziologia della maggior parte dei comportamenti a rischio l’effetto della «difficoltà di crescere» propria della adolescenza, un adeguato intervento educativo - al fine di trasmettere al giovane il valore della propria vita, della salute e la necessità di salvaguardarle -, consentirebbe di modificare il rapporto dell’adolescente con la realtà esterna, riconducendolo “alla vita” attraverso la ricerca di motivazioni valoriali atte a contrastare la diffusa stanchezza di vivere.
Fonte: opsonline.it