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mercoledì 19 dicembre 2007

Mente e Corpo nella Psicosomatica

L’uomo è un’entità formata da corpo e mente. E’ un insieme inscindibile di queste due parti, aspetti diversi di una sola totalità. Corpo e mente non sono separati ma sono parte l’uno dell’altra. Tuttavia il corpo ha un’essenza diversa dalla mente, può essere misurato nelle sue dimensioni spaziali, fotografato e pesato. Si possono derivare, in modo scientifico, dati oggettivi delle sue funzioni, si possono analizzare i suoi fluidi e le sue secrezioni ed è possibile sezionarlo per studiarlo nelle sue componenti anatomiche.

Talvolta però, tutte queste conoscenze non si sono rivelate assolute e non sono state sufficienti per fornire una visione più precisa del corpo. Basti pensare che spesso la percezione del nostro corpo muta da un momento all’altro e sembra non essere mai lo stesso. E’ sufficiente vivere un’esperienza diversa o un’emozione più intensa, che all’improvviso si manifesta un corpo che non riconosciamo come quello di partenza.

«L’esperienza umana oscilla continuamente tra la sensazione di avere e quella di essere il nostro corpo[i]»

Il concetto di corpo non è poi così disgiunto da quello di mente. Infatti, si ritiene che l’essere umano sia capace di una rappresentazione psichica del proprio corpo e questa funzione si sviluppa sin dalla nascita, mediante il rapporto madre-bambino.

Il corpo, ha una funzione fondamentale nella comunicazione. Il linguaggio non verbale può confermare e/o negare tutto quanto viene trasmesso con le parole.

Se il concetto di corpo è più chiaramente comprensibile in modo, semplice e unitario, quello di mente o psiche risulta essere più ambiguo e complesso. La parola psiche o mente rimanda a concetti non osservabili concretamente e difficile da descrivere, come le emozioni, i sentimenti, le fantasie e il pensiero. Ed è proprio nella difficoltà di comprendere la mente, che l’uomo, per lunghi anni, si è percepito solo negli stimoli corporei.

Oggi, invece, le emozioni svolgono un ruolo importante nel motivare e orientare il comportamento.

Infiniti esempi, tratti dall’esperienza umana, dimostrano che comunissimi fenomeni psicologici, come una leggera emozione di gioia e/o di paura, si ripercuotono nell’organismo causando tachicardia; di contro, un banalissimo disturbo organico, come il raffreddore, si ripercuote sull’umore creando notevole irritazione. E, ancora: un succedersi di pesanti e particolari tensioni emotive può provocare, in alcuni individui, malattie come l’ulcera gastrica o l’ipertensione. L’approccio psicosomatico è un tentativo di vedere le persone nella loro interezza e, soprattutto, di comprendere che cosa loro succede. Possiamo dire che la medicina psicosomatica è nata per contrapporsi alla tradizione meccanicistica e riduzionista della filosofia ottocentesca, che separava nettamente la vita psichica e la malattia, essendo quest’ultima considerata sempre di origine organica, dovuta cioè alla lesione di qualche parte del corpo. La medicina psicosomatica si fonda sul concetto chiave che la persona rappresenta una inscindibile unità biologica, fatta di corpo e mente, cioè di fattori psichici ed emotivi che svolgono un ruolo determinante nello sviluppo delle malattie organiche. In generale, quindi, possiamo dire che la psicosomatica è lo studio dei rapporti intercorrenti tra mente e corpo. Essa parte dalle premesse che ogni malessere di natura psicologica abbia una ripercussione a livello somatico, e che viceversa una malattia organica comporti una alterazione della sfera psicologica. Al di là delle varie interpretazioni è sicuramente un modo nuovo di concepire l’uomo malato, una modalità che non considera solo l’organo malato da “curare”, ma la globalità psichica, sociale e culturale dell’essere umano, per cui l’organo rappresenta solo l’espressione ultima di un disturbo.

 

Il dualismo Cartesiano

Il rapporto tra soma e psiche è un discorso piuttosto antico. I primi studi sull’unità psicosomatica dell’uomo, risalgono alla scuola ippocratica. La dottrina ippocratica si propone di liberare la medicina da ogni concezione magica e religiosa, per farne una scienza basata su un metodo sicuro e razionale di diagnosi e di terapia. La salute o la malattia dell’organismo umano sono il risultato di un’armonia o disarmonia interna dell’organismo, legata all’equilibrio di quattro umori che esso contiene (sangue, flegma, bile gialla, bile nera) la cui diversa proporzione determina anche il temperamento dell’individuo e l’adeguamento dell’organismo all’ambiente climatico, geografico e politico sociale. In base a ciò, l’approccio terapeutico doveva ristabilire la perdita di armonia che deve normalmente esistere in ciascun individuo. Con Platone (primo sostenitore della posizione dualistica) si introduce la distinzione tra anima e corpo, sostanze indipendenti e irriducibili l’una all’altra. L’anima era considerata immortale e continuava a vivere dopo la morte. Per Aristotele, che rifiuta il dualismo platonico, l’anima conferisce la forma al corpo che da esso non può essere separata. L’anima, quindi, diventa il principio vitale del corpo. Con Cartesio, il dualismo (mente – corpo) anziché conoscere un rinnovamento subisce una potente cristallizzazione. La mente ed il corpo erano considerate entità completamente separate; il corpo era una macchina governata dalla mente e seppure corpo e spirito erano divisi e separati, esercitavano un’influenza reciproca. Vedere ancora oggi applicata questa posizione culturale, cioè diversificare nettamente psiche e soma nell’affrontare una patologia, è l’errore più grande, perché come già evidenziato, il corpo e la mente non sono separati ma sono parte l’uno dell’altra, aspetti diversi ma costitutivi di una totalità. In definitiva è un approccio scientifico che congloba la totalità dei processi integrati di rapporto tra il sistema somatico, psichico, sociale e culturale. Per gli orientamenti scientifici tradizionali invece il concetto psicosomatico è una conquista recente, perché a causa di pregiudizi scientifici essa era ancorata alla concezione che l’uomo fosse un prodotto materiale e che la malattie fosse perciò solo una realtà organica. Esistono, tuttavia, reazioni e disturbi psicosomatici. La reazione psicosomatica è episodica, magari momentanea, e scaturisce da un evento stimolo: per esempio nella tachicardia da spavento c’è una evidente alterazione del battito cardiaco, che è solo momentaneo e che scompare appena passa la reazione emotiva. Nei disturbi psicosomatici esiste invece un’alterazione duratura, funzionale oppure organica. Nel primo caso l’organo non è leso, ma si comporta come se lo fosse: un esempio tipico è la nevrosi cardiaca, in cui esistono tutti i sintomi dei disturbi cardiaci, ma il referto clinico appare negativo. Nella malattia organica esiste una lesione all’organo in questione: un esempio è l’ulcera gastro – duodenale, che oltre ai sintomi comporta un referto anatomo – patologico ben preciso ed individuabile.


da: www.psicolab.it

Il Modello Psicosomatico

Prima di entrare in merito del modello psicosomatico è di fondamentale importanza recuperare e approfondire dei concetti che ci guideranno lungo questo percorso di analisi.

 La famiglia è uno dei più importanti gruppi di riferimento, che assicura la formazione dell’identità umana per tutti i membri, ma soprattutto per i figli. All’interno della famiglia i bambini sviluppano autonomia e appartenenza. Dunque, il modo in cui funziona una famiglia ha implicazioni importantissime per lo sviluppo psicologico del bambino. Perché una famiglia possa funzionare bene devono essere stabiliti, all’interno del nucleo stesso, i confini ossia delle regole che definiscono chi partecipa e come al sottosistema. La funzione dei confini, e quindi delle regole, è quella di proteggere la differenzazione del sistema. Affinché una famiglia proceda lungo un iter progressivo in modo sistematico i confini devono essere chiari, in quanto i membri del sottosistema devono poter svolgere i loro compiti. La chiarezza dei confini è un parametro utile per la valutazione del funzionamento familiare.

Le famiglie con confini diffusi sono famiglie invischiate, spesso concentrate su se stesse con conseguente coinvolgimento tra i componenti e minore distanza. In situazioni di tensione questo sistema diventa sovraccarico e privo di risorse necessarie per adattarsi a cambiare. Dinanzi ad una famiglia invischiata è facile osservare come i membri abbiano sviluppato maggiore senso di appartenenza e minore senso di individualità/autonomia. Infatti, il comportamento di un membro influenza direttamente gli altri, oltrepassando prontamente i confini e riflettendosi sugli altri.

Con confini eccessivamente rigidi si delineano le famiglie disimpegnate, in cui la comunicazione tra sottosistemi diventa difficile e in cui esistono funzioni di difesa. In questo genere di famiglia i membri del sistema hanno sviluppato minore senso di appartenenza e maggiore individualità e autonomia. In genere si stratta di un sistema dove manca la capacità di chiedere aiuto e sostegno e dove è assente il senso di lealtà nei confronti della famiglia. Le tensioni che opprimono un membro non riescono a valicare i confini eccessivamente rigidi, solo un livello di tensione individuale molto elevato può far attivare sistemi di sostegno della famiglia.

Sull’analisi delle strutture familiari, Minuchin ha sviluppato la teoria sull’origine del disturbo psicosomatico. I concetti che fanno capo a questo modello sono i seguenti: - il «paziente designato[i]» è legato agli altri da un rapporto di circolarità, i suoi sintomi influenzano il malfunzionamento della struttura familiare e viceversa; - fattori stressanti esterni possono favorire l’insorgenza del disturbo, ma una volta che è comparso, esso viene mantenuto «omeostaticamente» dalla disfunzione familiare; - può essere presente una predisposizione o un’alterazione organica che spieghi il tipo di sintomo, ma, poiché il paziente reagisce in modo circolare con la famiglia, il disturbo tende a protrarsi anche dopo una terapia medica adeguata.

Secondo questo modello, Minuchin ha ipotizzato quattro modalità collegate alla comparsa e al mantenimento del sintomo psicosomatico. Primo fra tutti è l’invischiamento, che come abbiamo già accennato, è la tendenza dei componenti ad occuparsi eccessivamente degli altri. In queste famiglie “le porte sono sempre aperte”, anche gli spazi fisici non sono definiti; i membri sono intrusivi, e invadenti. Spesso parlano al posto dell’altro; i ruoli sono confusi e i confini poco distinti. Pertanto, è possibile che in tali famigli i figli hanno un ruolo genitoriale con i fratelli minori e i genitori si comportano come fossero figli.

Un’altra caratteristica fondamentale delle famiglie psicosomatiche è l’iperprotettività. Si tratta di famiglie con importanti livelli di coinvolgimento emozionale, dove ogni segnale di malessere, di uno o più membri, muove tutto il nucleo ad assumere atteggiamenti eccessivamente protettivi, che limitano l’autonomia e lo sviluppo degli interessi esterni al gruppo.

Terzo elemento distintivo delle famiglie psicosomatiche è la rigidità. In questo caso, il nucleo familiare pone resistenza a ogni forma di cambiamento. Quando un membro cerca di cambiare la propria posizione rispetto al gruppo gli altri agiscono rendendo inutile le forze. Un esempio tipico è il caso dell’adolescente, che pur cercano maggiore autonomia, viene stremato dal gruppo che si compatta e non gli permette di apportare alcuna modifica al loro sistema familiare.

Nei momenti più critici del ciclo vitale[ii]la famiglia cerca di mantenere lo stesso funzionamento divenendo molto vulnerabile. In fasi come questa, è frequente che uno dei componenti si ammali, spostando su di se ogni preoccupazione.

Ultimo requisito della famiglia psicosomatica, per questo non meno importante, è l’evitamento dei conflitti. Si tratta di famiglie con una tolleranza alle frustrazioni molto bassa e che, non sopportando il disaccordo, soffocano i problemi al loro nascere o li negano. Queste sono famiglie che imparano a convivere con grandi conflitti irrisolti e che trovano modalità comportamentali funzionali alla loro disfunzione.

Per modificare le caratteristiche disfunzionali delle famiglie psicosomatiche Minuchin tre finalità terapeutiche: lo sviluppo dell’autonomia individuale; il riconoscimento e l’espressione di conflitti; la valorizzazione del cambiamento.

Ad oggi, la maggior parte dei terapeuti ad orientamento familiare e sistemico considerano pregevoli gli studi fatti da Minuchin e valutano importanti le sue teorizzazioni. Anche i clinici di formazione psicoanalitica e cognitivista, hanno rivolto la loro attenzione allo studio delle relazioni, approfondendo in particolar modo la relazione madre-bambino. Dunque, si può affermare che Minuchin ha contribuito notevolmente a ad allargare i confini della psicosomatica, fornendo contestualizzazioni nuove e ricche di soluzioni ad antichi problemi. Senza mai dimenticare, la complessità dell’esperienza umana, le differenze, le contraddizioni e la ricchezza di pensiero che appartengono all’individuo nel suo essere unico e inimitabile.


da www.psicolab.it



venerdì 5 ottobre 2007

Il tradimento del corpo. Un percorso di autoaffermazione











Il percorso di G. per far emergere la sua assertività (capacità di autoaffermarsi) è un interessante viaggio verso la consapevolezza emotiva. Emozione è un termine composto: e-motion, ovvero “movimento fuori”. Esprimere emozioni significa portare la propria forza vitale fuori da sé, esprimere quindi se stessi al mondo esterno.


“Come al solito ho sbagliato… Ma cosa mi passava per la testa? …sono un disastro, non ce la farò mai!”. Questi sono alcuni dei pensieri che animavano la mente di G., quando si è rivolta a me per una consulenza; la turbavano molto più di quello che volesse ammettere.



Le hanno sempre insegnato a “pensare con la testa prima di agire” e lei ha sempre preso alla lettera questo insegnamento. Tanto che si è dimenticata tutto il resto! Si sforzava di capire la sua mente, analizzandone ogni minimo pensiero, in modo tale da poter avere un pieno controllo su di essa.

Tutto questo non aiutava però G. ad affrontare il malessere che viveva quotidianamente. Così ha iniziato a porsi quesiti come “ma io chi sono? Posso identificarmi con i miei pensieri?”.



Questo dubbio non è poi così strano. Da secoli siamo abituati a pensare che noi siamo ciò che pensiamo e che il corpo è materia distinta da questo. Cartesio(1) ne sa qualcosa… Per questo motivo per il corpo ci sono medici specifici (cardiologo, urologo, gastroenterologo…), mentre per la testa ci sono psicologo e psichiatra.

Tutto torna! Ma allora perché se abbiamo il mal di pancia, prendiamo un antidolorifico e se abbiamo l’ansia, prendiamo un tranquillante? Il tranquillante viene assunto tramite il corpo e agisce sul corpo.



Inoltre come capiamo che siamo in preda all’ansia? Respiro corto, battito cardiaco accelerato, sudorazione accentuata, mal di stomaco… sintomi fisici!

Provate ad accelerare la frequenza della vostra respirazione per 30 secondi e ponete attenzione a come vi sentite… non so voi, ma io mi sento improvvisamente agitata, in ansia oserei dire. Allora è il corpo che induce gli stati d’animo o sono gli stati d’animo che inducono i sintomi corporei?

Finché operiamo questa distinzione, non troviamo risposta. Questo perché in realtà questa distinzione non esiste.



Qui torno ai quesiti di G.: noi siamo i nostri pensieri, le nostre azioni, le nostre sensazioni corporee e le nostre emozioni. Tutte queste funzioni sono integrate e interagenti.

Mentre leggiamo questo articolo, per esempio, agiamo (leggendo), pensiamo (“questo articolo mi incuriosisce”, “mi annoia…”), proviamo emozioni (sorpresa, noia, curiosità…) e sensazioni corporee (siamo comodi/scomodi così seduti, sentiamo freddo/caldo…). Questo avviene sempre, in ogni attimo della nostra vita, così automaticamente che non ce ne accorgiamo. Avviene perché siamo ben integrati con noi stessi.

Il lavoro svolto con G. tiene in considerazione questa complessità, grazie all’ausilio dell’approccio biosistemico. È necessario che mi soffermi brevemente sul quadro teorico della biosistemica.



La biosistemica si basa sul presupposto che a disagi di tipo psicologico corrispondano disagi di tipo fisico. Per fisico si intendono sia il comportamento, manifesto nella gestualità, la mimica facciale, la postura, sia i disturbi di tipo neurovegetativo, manifesti nei disturbi gastrointestinali, cardiocircolatori, respiratori, endocrini… In particolare si suppone che l’inibizione protratta dell’azione di fronte a stimoli stressanti provochi disequilibri a livello di sistemi, quali i sistemi nervosi centrale ed autonomo, endocrino ed immunitario.



Si suppone inoltre che la naturale alternanza delle componenti del sistema nervoso autonomo (simpatico, che regola l’attivazione di energia e parasimpatico, che regola il recupero energetico), possa essere alterata, mutandosi in azione simultanea a causa di protratte situazioni stressanti; questo ostacolerebbe un pieno riposo rigeneratore e una piena attivazione delle energie durante il lavoro.

Una terza possibilità di disfunzione è data dalla difficoltà di interazione tra le funzioni principali con cui l’uomo si interfaccia con il mondo esterno: funzione cognitiva, motoria ed emotiva. Siccome si teorizza che ognuna di queste tre funzioni siano originate da  tre strati dell’embrione, si presuppone che uno squilibrio tra le loro azioni possa colpire anche gli apparati che da questi tre strati sono originati (apparati nervoso e scheletrico, cardiocircolatorio e muscolare, gastrointestinale e respiratorio).



La biosistemica interviene favorendo l’espressività  spontanea e naturale del corpo, senza l’utilizzo di interpretazioni o consigli diretti da parte del consulente. Egli ascolta come guida che accompagna nel processo di presa di coscienza il paziente, con l’obiettivo di ristabilire le alterazioni cronicizzate a livello dei sistemi biologici, oltre che dei sistemi relazionali, in cui è inserito il paziente.

A fronte di eventi importanti e significativi, la funzione cognitiva di G. lavorava in eccesso, sfinendo la componente motoria e boicottando quella emotiva. Contemporaneamente si erano attivate le azioni parallele della coppia simpatico/parasimpatico. Questo le impediva l’accesso sia alla energia vitale, importante per un riposo rigeneratore, sia al riposo, indispensabile per ricaricare l’energia spesa durante il lavoro.



La nostra collaborazione ha avuto l’obiettivo di riallineare le tre funzioni (cognitiva, motoria ed emotiva) e ristabilire la collaborazione sinergica simpatico/parasimpatico.

Attraverso il nostro lavoro G. ha realizzato di vivere immersa nella paura. Era talmente abituata a provarla, che non la sentiva più. Un po’ come un costante mal di testa: alla fine ti abitui alla sua presenza e non lo senti più, a meno che questo non raggiunga un’intensità elevata.



Come prima reazione, G. ha tranquillamente deciso di ignorare la sua paura. Tuttavia ignorare un problema non lo fa scomparire. In tal modo si è innescato un circolo vizioso per cui più scappava dalla sua paura, più la sentiva.

E più la sentiva, più dolore provava. Affrontava questa situazione, fuggendo nella parte di sé che riteneva più sicura, quella che conosceva meglio e in cui si muoveva come un pesce nell’acqua: la sua mente.



i conseguenza nel corpo regnava l’anarchia. La sua paura era come un buco nero in cui ogni emozione implodeva, rimaneva sola e sovrana. Tutto questo a spese del fisico, che cercava di difendersi come poteva.

Da qui una serie di problemi legati a bruciori di stomaco, mal di testa… se non poni attenzione al tuo corpo, lui cercherà il modo di farsi sentire da te comunque. Sono ormai noti gli studi che indicano lo stress come nemico del sistema immunitario e come fonte di problemi di varia natura: gastrointestinali, cardiovascolari, respiratori, malattie ormonali e della pelle. Negli ultimi anni alcuni studi azzardano ad annoverare tra i disturbi correlati anche il cancro.



Arrendendosi alla pressione della paura di essere accolta, nella situazione protetta dello studio, il dolore si attenuava; si è definito sempre di più e l’intensità diminuiva progressivamente. Con il tempo G. ha imparato ad affrontarlo. Questo le ha permesso di sentirsi di nuovo protagonista della sua vita ed ha vinto sul suo senso d’impotenza. Ha accettato il rischio di vivere, ed ora che non è più impegnata a fuggire dalla sua vita interiore, può occuparsi della sua vita esteriore con maggior efficacia (lavoro, famiglia, amici, interessi…).



Vivere significa accettare l’incerto, lo sconosciuto, la paura (paura di perdere qualcosa di importante, paura dell’ignoto, dell’incerto…). Non si sta meglio senza fatica, chiunque venda questa speranza, mente. Voglio citare una frase; e spero che il suo autore, che leggendola la riconoscerebbe certamente come propria, non me ne voglia: “come nelle favole, se vuoi sposare il principe, devi attraversare la foresta nera, altrimenti devi accontentarti dello stalliere”.



Il corpo non mente, esso non è un contenitore vuoto, ma un luogo capace di esprimere l’identità. Così ascoltando il corpo, oltre la mente, dando parole alle emozioni e corpo alle parole, si può scoprire se stessi. Ora G. riesce a sentire le sue emozioni attraverso il corpo. Riesce ad avvertirle, distinguerle, accoglierle e accettarle. La realtà intorno a lei non è cambiata, ma è cambiata lei. Questo le permette di modificare ciò che non ama della realtà che la circonda.



Come afferma Enzo Spaltro, il passato e il futuro non esistono: il passato non c’è più e il futuro non c’è ancora, pertanto quello che deve interessarci è solo il presente. Il nostro corpo è il nostro presente. In esso si intrecciano le nostre sensazioni, emozioni e pensieri. Se ascoltiamo il nostro respiro, o poniamo attenzione al piacere di un massaggio, di una carezza, o sentiamo il dolore di una ferita, stiamo vivendo nel nostro presente.



Il corpo ci impone di rimanerci; se invece pensiamo perennemente alla lite con il capoufficio di ieri o alla spesa che dobbiamo fare domani, viviamo nella nostra mente. È legittimo progettare il futuro o ricordare il passato, è tuttavia ingiusto esserne sequestrati. Quando questo avviene troppo a lungo, il nostro corpo inizia a fare i capricci; ci reclama qui e ora. Lui non conosce dubbi o bugie, può essere la nostra risorsa più ricca. Basta saperla usare!


Note

(1) Cartesio distingueva il corpo (res extensa) dall’anima (res cogitans). Il primo è materia che ha un’estensione; la seconda è “sostanza pensante”. Poiché pensa, l’uomo non può dubitare di esistere: cogito ergo sum.


Bibliografia

- Boadella D., Biosintesi, Astrolabio, Roma, 1987.

- Boadella D., Liss J., La psicoterapia del corpo, Astrolabio, Roma, 1986.

- Downing G., Il corpo e la parola, Astrolabio, Roma, 1995.

- Gellhorn E. (1967) Principles of autonomic-somatic integration: physiological basis and psychological and clinicaliImplication Minneapolis, University of Minnesota Free Press

- Laborit H., L'inibizione dell'azione, Il saggiatore, Milano, 1986.

- Liss, J., Dall’emozione al cancro, Le ipotesi più recenti sul Rapporto tra Emozioni e insorgenze Tumorali, in Riza Psicosomatica, n° 68, Ottobre, 1986.

- Liss, J., Stupiggia M. (a cura di), La Terapia Biosistemica, FrancoAngeli, Milano, 1994.Lowen A., Il piacere, Astrolabio, Roma, 1984.

- Lowen A. Volontà di vivere e voglia di morire – Biosofia. Rassegna di studi di psicologia somatorelazionale, Milano, 2004.

- Pert C. “Le molecole delle emozioni” – Tea, Milano, 2005.

- Spaltro, E. Conduttori di gruppo. Feltrinelli, Milano, 2005.


 

La pelle, organo di percezione, di relazione e di comunicazione

Nell’entrare in relazione con un essere umano, la struttura che notiamo primariamente è la superficie del suo corpo che risulta essere, nello stesso tempo, il suo legame con ciò che lo circonda.

Un medico, Mantegazza, definì la pelle come “il telegrafo per il mondo esterno e specchio per il mondo interno” (R. Bassi, 1977;3), in quanto ci permette di inviare al mondo esterno dei messaggi molto efficaci, senza la necessità di utilizzare vane parole e contemporaneamente su di essa trovano espressione privilegiata le manifestazioni del disagio psicosomatico.



Un primo aspetto psicologico della pelle riguarda il contatto cutaneo nelle prime relazioni oggettuali.

La cute ha un ruolo decisivo nel mantenimento dell’omeostasi dell’organismo; l’importanza della sensibilità cutanea per la sopravvivenza dell’individuo e della specie è ormai universalmente riconosciuta: si può vivere da ciechi, da sordi, privi dell’olfatto e del gusto, ma difficilmente si sopravviverà al deterioramento totale della pelle e quindi alla perdita della funzione tattile.



La tattilità è filogeneticamente ed ontogeneticamente il primo dei sensi (D. Anzieu, 1974; 1990; 5,6). Nell’embrione, infatti, il primo senso che si sviluppa è il tatto, esso diviene l’organo principale attraverso cui comunicare con il mondo circostante, la madre, durante i 9 mesi di gestazione. Durante il parto le stimolazioni principali che il neonato riceve sono cutanee; nell’entrare a far parte del mondo umano, dopo la nascita, attraverso la stimolazione tattile e l’allattamento materno, il corpo del nascituro entra in funzione.



A questo punto si può ben immaginare l’importanza del contatto a partire dalla relazione madre-bambino: il primo legame affettivo si costituisce proprio grazie alla soddisfazione del bisogno di contatto e di calore che il bambino sperimenta all’inizio della sua vita. Ciò è valido ovviamente non solo per il neonato, ma anche per i piccoli di altre razze animali, come hanno dimostrato le classiche ricerche di H.F. Harlow, et al.(1959) sulle scimmie Rehsus, riportate da L. Camaioni (1980; 7).



Da questo momento in poi il neonato acquisisce informazioni, apprende e comunica attraverso la pelle; solo se i messaggi tattili ricevuti saranno gratificanti, la crescita e lo sviluppo del nuovo nato proseguiranno in modo normale (G.L. White, R.C. La Barba, 1976; G.E. Evoniuke, C.M. Kuhn, S.M. Schanberg, 1979; M.D. Diamond, 1990; S.J. Weiss, 1990; H.J. Polan, M.J. Ward, 1994; questi studi sono stati riportati da C.S. Koblenzer, 1997; 8).

In linea con questo filone si esprime anche A. Montagu (4, 9) che mette in evidenza l’influenza prolungata delle stimolazioni tattili sullo sviluppo e sul funzionamento del nostro organismo; tali stimolazioni, soprattutto carezze e palpeggiamenti, aiutano fin dalla nascita lo svilupparsi di attività quali la respirazione, la vicinanza, le difese immunitarie, la socievolezza, il senso di sicurezza; gli scambi tattili risultano inoltre essenziali per un normale sviluppo sessuale (Anzieu,D., 1974; 1990; 5,6).



Di questa opinione sono anche gli altri Autori di stampo psicoanalitico, i quali hanno messo in primo piano il ruolo della pelle e delle prime esperienze infantili e cutanee, considerandole essenziali per uno sviluppo sano del bambino, sia dal punto di vista fisico che psichico.

Secondo M.S. Mahler (1975; 10) la pelle rappresenta un terreno fondamentale nel processo di evoluzione dello schema e dell’immagine del corpo.

È attraverso la pelle che il neonato riceve i primi messaggi di rassicurazione e di gratificazione, e le sensazioni risultanti dalle variazioni ambientali. È il primo organo di relazione attraverso il quale il neonato comincia a costruire il suo mondo iniziale passando dalla fase simbiotica a quella di separazione-individuazione, per poi passare alla strutturazione definitiva della personalità del soggetto.



E. Bick (1968; 11) ritiene che la pelle svolge un ruolo di collegamento tra le componenti della personalità del bambino, in quanto nella loro forma più primitiva non hanno ancora capacità coesiva e devono quindi essere contenute: ciò avviene solo grazie all’azione contenitrice della pelle che funziona come confine.

Solo quando questa funzione di contenimento verrà introiettata, grazie all’identificazione con essa, sarà possibile superare lo stadio precoce di non integrazione e costruire quindi uno spazio interno ed uno esterno.



Dalle parole di E.Bick: “Nello sviluppo infantile le parti della personalità, nella loro forma primitiva, sono percepite come prive di legami reciproci e bisognose di essere tenute insieme dall’azione contenitrice della pelle.

L’identificazione con tale funzione consentirebbe successivamente di sperimentare la fantasia di uno spazio “interno” e di uno “esterno”.

La funzione epidermica di contenimento permette di superare uno stadio precoce di non integrazione, di delimitare uno spazio interno rendendo possibile l’introiezione e cioè la costruzione di un oggetto interno.

In assenza di tale funzione il soggetto è in grado esclusivamente di operare identificazioni proiettive con conseguenti confusioni di identità”.



D. Anzieu (1974; 1990;5,6) considera le prime sensazioni cutanee essenziali per introdurre il bambino in un universo di esperienze nuove e complesse.

Ciò avviene fin dalle prime cure di cui il piccolo è oggetto; è, infatti, grazie a queste prime appaganti e rassicuranti esperienze di contatto tra il corpo del bambino e quello della madre che viene acquisita la percezione della pelle, necessaria a garantire l’integrità dell’involucro corporeo contro angosce di involucro perforato e quindi di svuotamento.



Anzieu ha introdotto il concetto di IO-PELLE, che può essere spiegato come una rappresentazione dell’Io del bambino utilizzata da questi nelle prime fasi del suo sviluppo. Grazie a questa rappresentazione il bambino riesce a vedere il proprio Io come capace di contenere materiale psichico, il tutto a partire dalla consapevolezza della propria superficie corporea, che gli fornisce la possibilità di differenziare lo spazio interno da quello esterno; il concetto di IO-PELLE ha il pregio di mettere in evidenza la funzione di contenimento della pelle.



L’IO-PELLE secondo Anzieu ha principalmente tre funzioni: “La pelle è il sacco che trattiene dentro di sé il buono e il pieno che l’allattamento, le cure, il “bagno” delle parole (“l’enveloppe sonore du soi”) vi hanno accumulato.

La pelle è la superficie che demarca il limite con l’esterno e lo mantiene “fuori”; è la barriera che protegge dall’avidità e dalle aggressioni altrui, siano esse da parte di esseri viventi od oggetti. La pelle infine, contemporaneamente alla bocca e come quella, è un luogo e un mezzo primario di scambio con gli altri”.



Lo psicoanalista O. Fenichel (1951; 12) ha scritto: “La pelle ha una funzione protettiva generale. Attutisce o allontana gli stimoli esterni. Allo scopo di proteggersi dagli stimoli interni quando sono disturbanti, l’organismo tende a trattarli come fossero esterni. Questa tendenza vale anche per gli impulsi repressi che cercano di scaricarsi.

La pelle è un’importante zona erogena. Se l’esigenza di usarla come tale viene repressa, le tendenze pro e contro le stimolazioni cutanee trovano la loro espressione somatica in alterazioni cutanee.

La eterogeneità della pelle non si limita a stimoli tattili: le sensazioni di temperatura sono la fonte di un piacere erogeno importante componente della sessualità infantile. L’erotismo della temperatura e quello orale appaiono strettamente uniti; dunque gli appoggi narcisistici reclamati con urgenza da persone oralmente fissate sono pensati non solo come cibo ma anche come calore. Allo stimolo del toccare e a quello connesso con la temperatura si aggiunge lo stimolo della sofferenza che può essere anch’esso un piacere cutaneo erogeno. La pelle è la parte esternamente visibile dell’organismo; è dunque il luogo dove si esprimono i conflitti dell’esibizionismo.

Gli equivalenti dell’angoscia, intesa come uno stato simpaticotonico, possono esprimersi attraverso reazioni della pelle”.



Con queste parole l’Autore ha messo in evidenza quattro caratteristiche della pelle:



• La pelle è uno strato di copertura che ha soprattutto una funzione generale di protezione; essa analizza gli stimoli in arrivo e li attenua se necessario ed applica le stesse misure protettive verso gli stimoli interni, trattandoli come se fossero esterni.



• La pelle è un’importante zona erogena; la sua qualità erogena non è limitata alla stimolazione tattile, ma anche alle sensazioni di temperatura e di dolore.



• La pelle è la superficie dell’organismo che è visibile, è il luogo dove i conflitti di esibizionismo si esprimono ed hanno luogo.



• Attraverso le reazioni della pelle l’ansia viene canalizzata.



Per A. Freud (1954; 13): “All’inizio della vita l’essere accarezzato, abbracciato, blandito rende sensibile le varie parti del corpo del bambino, lo aiuta a costruire un’immagine corporea ed un io corporeo sani, accresce la sua libido narcisistica e contemporaneamente promuove lo sviluppo dell’oggetto amore mediante il consolidamento del legame tra il bambino e la madre.

Non v’è dubbio che in questo periodo la superficie della pelle assolve, nel suo ruolo di zona erogena, una funzione molteplice nella crescita del bambino”.



Secondo un’immagine originale di M. Spira, riportata da W. Pasini (1984; 14), la pelle può essere considerata come una membrana porosa, non solo biologica, ma anche psicologica. La pelle è un’area privilegiata della comunicazione intima corpo-a-corpo che è alla base della comunicazione erotica; è un’espressione dell’immagine di sé e rappresenta come viene vista e vissuta dagli altri.

Ad esempio nella cultura occidentale la pelle deve essere, il più possibile, libera da imperfezioni, mentre in alcuni gruppi etnici le cicatrici ed i tatuaggi assumono un significato rituale o sociale. La pelle e le sue singole parti definiscono l’identità personale.



Un altro aspetto psicologico della pelle, degno di considerazione e precedentemente ricordato, è l’idea di pelle come confine e la sua funzione di barriera.

A tale proposito non si può non prendere in considerazione le ricerche presentate da S. Fisher ed S.E. Cleveland (1968; 15), che analizzando le risposte ad alcuni test proiettivi, come le macchie di Rorschach o di Holzmann, hanno individuato due nuove variabili: la Barriera e la Penetrazione.

La prima variabile è valutata in tutte le risposte che implicano una membrana, un guscio ed è una grandezza psicologica che esprime il grado di definitezza nella percezione dei confini del proprio corpo e la capacità di demarcazione del corpo dall’ambiente esterno (M. Milizia et al., 1988; 16).



La seconda variabile si riferisce invece alla percezione di un corpo che può essere leso e perforato facilmente.

Fisher e Cleveland, dopo aver somministrato il test di Rorschach ai pazienti psicosomatici, hanno stabilito che coloro che presentavano un sintomo localizzato sulla parete esterna del corpo immaginavano quest’ultimo ben delimitato; al contrario, coloro che presentavano una sintomatologia che interessava le viscere, percepivano il proprio corpo come facilmente penetrabile (D. Anzieu, 1974; 1990; 5,6).



Le più recenti ricerche pervenute non sono in totale accordo con questi risultati, in quanto hanno potuto constatare nei dermopatici un più basso livello di Barriera, nel senso indicato da Fisher e Cleveland, ed un più alto rifiuto del contatto fisico ed erotico.



Quando si parla del contatto fisico ed erotico, si fa riferimento all’ipotesi secondo la quale attorno al soggetto si delineano tre barriere psicologiche concentriche:



• La barriera dell’intimità fisico-erotica, che è quella più vicina al soggetto;

• La barriera spaziale;

• La barriera sociale.



Il soggetto può innalzare ognuna delle tre barriere rendendo più difficile il contatto a quel dato livello, e ciò fornisce una possibile spiegazione del fatto che nei dermopatici sia presente un più elevato rifiuto del contatto fisico: il basso livello di Barriera li rende più indifesi nei confronti delle sollecitazioni al contatto e quindi diviene necessaria una compensazione tramite un innalzamento di quella che è la barriera più vicina al soggetto. Se il paziente riuscisse ad acquisire dei confini più stabili, allora probabilmente avvertirebbe meno il timore del contatto interpersonale (M. Milizia et al., 1988; 16).



La pelle, inoltre, è considerata una zona erogena nella sua interezza e la sua stimolazione, quando non provoca dolore, dà piacere (R. Bassi, 1977; 3).

Un esempio significativo è dato dal prurito, una delle attività derivate più importanti, in cui è ben visibile il legame tra l’attività del grattarsi e l’emozione di piacere provata, un piacere filogeneticamente antico e comune a tutti i mammiferi.



La percezione tattile precoce contribuisce, infine, allo sviluppo di tre importanti funzioni emotive:

• Permette la strutturazione dell’immagine corporea.

• Favorisce la strutturazione dell’autostima.

• Infine, permette la modulazione adattiva dell’ansia, una funzione che in seguito si tradurrà nella modulazione delle emozioni (H. Hartmann, E. Kris, R.M. Lowestein, 1946; D.G. Brown, 1959; D. Pines, 1994; lavori citati da C.S. Koblenzer, 1997; 8]).



Queste tre funzioni interagiscono e contribuiscono alla formazione della personalità, della flessibilità del carattere e dello stile di coping.




Bibliografia


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(2) Panconesi, E., “Conclusioni provvisorie: la psicosomatica come strumento necessario”, In: Panconesi E., (1989), “Lo stress, le emozioni e la pelle”, Ed. Masson, Milano, pp. 149-152.

(3) Bassi, R., (1977), “Introduzione alla dermatologia psicosomatica”, Piccin Editore, Padova.

(4) Montagu, A., (1971), “Touching: the human significance of the skin”, New York, Columbia Univ Press.

(5) Anzieu, D., (1987), “L’Io-pelle”, Borla, Roma (ed. or.1974).

(6) Anzieu, D., (1992), “L’epidermide nomade e la pelle psichica”, Cortina, Milano (ed. or. 1990).

(7) Camaioni, L., (1980), “La prima infanzia”, Il Mulino, Bologna.

(8) Koblenzer, C.S., (1997), “Psychodermatology of women”, Clinics in Dermatology, 15, pp. 127-141.

(9) Montagu, A., “The skin, touch, and human development” , In: Panconsesi, E., (1984), “Stress and skin diseases: Psychosomatic Dermatology”, Lippincott, Philadelphia, pp. 17-26.

(10) Mahler, M.S., (1978), “La nascita psicologica del bambino”, Boringhieri, Torino (ed. or. 1975).

(11) Bick, E., (1968), “L’esperienza della pelle nelle prime relazioni oggettuali. L’osservazione diretta del bambino”, Boringhieri, Torino.

(12) Fenichel, O., (1951), “Trattato di psicoanalisi delle nevrosi e delle psicosi”, Astrolabio, Roma.

(13) Freud, A., (1954), “Psychoanalitic study of child”, 9, pag.322.

(14) Pasini, W., “Sexologic problems in Dermatology”, In: Panconesi, E., (1984), “Stress and skin diseases: Psychosomatic Dermatology”, Lippincott, Philadelphia, pp. 59-65.

(15) Fisher, S., Cleveland, S.E., (1968), “Body image and personality”, Dover Pubb., New York.

(16) Milizia, M., Bellanca, M., Taddei, E., Ruggieri, V., (1988), “Problematiche dello schema corporeo e del contatto in dermopatia”, Chronica Dermatologica, 2, pp.249-256.


Fonte: http://www.giornaletecnologico.it