domenica 11 maggio 2008

Il posto del padre

Circolo della Rosa - martedì 4 dicembre 2007


Qual è il posto del padre dopo la fine del patriarcato e l'avvento della libertà femminile?

Questo il tema discusso nel corso dell'incontro alla Libreria delle donne del 4 dicembre, primo di una serie dedicati a questo argomento, organizzati da Laura Colombo e Sara Gandini.

"Il senso politico di questi incontri per noi è affrontare la cosiddetta relazione di differenza, la relazione tra i sessi" dice Laura nel suo intervento. A discutere in questa serata è stato invitato Marco Deriu.



(trascrizione di Serena Fuart)


"Noi partiamo da un dato: la fine del patriarcato e la libertà femminile che hanno rivoluzionato le nostre vite - inizia così Sara Gandini nel corso del suo intervento introduttivo.

"Noi, figlie della rivoluzione femminista e del pensiero della differenza, investiamo il guadagno della relazione con la madre nella politica, nel lavoro, nelle relazioni che danno senso alla nostra vita. Non sentiamo il timore del ritorno del padre patriarcale, che non ha più spazio dentro di noi. Questa figura oramai sparisce di fronte alla grandezza dell'autorità femminile.

E però, Manuela Fraire, nell'intervento allo IAPH a Roma, sottolineava bene come l'immaginario collettivo sia abitato alternativamente dai due volti dello stesso fantasma del padre. Da una parte il fantasma del vecchio tiranno patriarcale, portatore di valori assoluti indeclinabili e indiscutibili. Dall'altra il padre umiliato, depresso, marginale nella sua funzione educativa. Anche nel saggio di Marco Deriu intitolato Disposti alla cura?, pubblicato nel volume Mascolinità all'italiana, emerge il timore di molti uomini che il padre diventi sempre più emarginato, dalla relazione della madre con il figlio, con la figlia; con il rischio che crescano sempre più forme di rivalsa aggressive sia verso la madre che verso i figli. Un padre che reagisce con la violenza al tentativo della madri di smarcarsi dal suo dominio. Le cronache ne sono piene ogni giorno di più.

Il nuovo fenomeno della sterilità maschile, di cui alcune hanno parlato durante la discussione per il referendum sulla fecondazione assistita, ancora non è stato spiegato dalla razionalità medico-scientifica che non ha indagato il suo aspetto di sintomo di una virilità che stenta a fare i conti con la libertà femminile, e con uno stato dei rapporti, tra uomini e donne, abbastanza sterile. Come fa notare Annamaria Piussi sulla rivista di Diotima del 2005, quello che si tende ad oscurare è proprio il nesso tra desiderio, erotismo tra i sessi che cala, e infertilità che cresce, in un'economia relazionale di coppia dove la sessualità, che è sempre un accettare di calarsi nell'oscurità di sé e dell'altro, diviene un terreno troppo complesso di incontro.

Charmet, in I nuovi adolescenti, individua la genesi attuale del desiderio maschile di paternità nella relazione sentimentale e passionale con una donna. Secondo Charmet è la relazione d'amore con la compagna il luogo in cui origina il desiderio di avere e di accudire un figlio; è la donna che ama che lo guarisce dal "narcisismo" maschile e lo predispone ad assumere la posizione paterna. Questa "fecondazione femminile" della mente dell'uomo funziona fino a quando il sogno d'amore non si incrina. A quel punto gli uomini-padri stentano a riorientarsi sulla nuova realtà, mostrando di avere grosse difficoltà a ridefinire il proprio rapporto con i figli, e alimentano in sé un senso di sconfitta che spesso si traduce in depressione o in voglia di rivalsa violenta nei confronti della madre. E' come se venisse a cadere non solo il centro su cui si è costruita la loro nuova identità di padri, ma anche la nuova possibile base di ridefinizione di sé come uomini. Dunque l'insicurezza dei nuovi padri, come mostra Marco Deriu, nel suo libro La fragilità dei padri, rivela qualcosa di essenziale anche dell'attuale fragilità maschile, di un'identità frantumata dai grandi cambiamenti dell'ultimo secolo che stenta a trovare un proprio ordine di senso.

E però, nella discussione che ho avuto proprio questa domenica con il nostro gruppo Intercity-Intersex (un gruppo misto di uomini e donne venuti dopo il femminismo, cui fanno parte tra gli altri alcuni uomini della associazione Maschile Plurale), è emerso un desiderio autonomo di esserci in quanto padri nella crescita del proprio figlio. E' stata una discussione molto animata in cui il conflitto fra i sessi nella crescita dei figli è emerso con una carica inaspettata. Emergevano i fantasmi delle donne, coinvolte dal conflitto interiore tra la paura di essere lasciate sole, il desiderio più o meno consapevole di dominio, e il sentirsi accusate di voler far fuori il padre. E i timori dei maschi, ma anche di alcune donne, che i padri vengano esclusi, marginalizzati nella crescita dei figli, e il desiderio più o meno inconscio di poter fare a meno della madre (ieri è uscito l'esempio significativo di un africano che con la morte della madre dei suoi figli tanto aveva fatto che era riuscito persino ad allattare). Uno dei nodi del conflitto riguardava appunto la necessità, o meno, che sia la madre a fare da mediazione nella relazione con il padre, ed emergeva un desiderio di parità rispetto ai figli. Al contrario io sono convinta della centralità della madre, anche in questo contesto, che la madre venga prima, temporalmente ma non solo, e ritengo che uno dei nodi del problema sia il posto che la madre assegna alla figura paterna.

Anche Luisella Brusa, in Mi vedevo riflessa nel suo specchio, sottolineava come solo lo sguardo della madre, il suo desiderio per altro, permette di fare spazio, di muoversi verso un altrove, specialmente per la figlia femmina. E anche Luigi Zoja, che da uomo ha riflettuto sulla figura del padre in Il gesto di Ettore, afferma che lo sguardo devoto del figlio, della figlia, verso la madre è un fatto originario, non ha bisogno della mediazione di un terza persona. La madre è invece necessaria come mediatrice, per spostare lo sguardo d'amore, di stima, del figlio, della figlia, da sé stessa al padre.

Per questo motivo io e Laura desideriamo interrogarci su come noi donne ci poniamo di fronte ai padri e ci preme dire che non siamo d'accordo con la lettera pubblicata su VD intitolata Il posto dei padri, in cui si riprende la tesi del libro Uomini e padri. L'oscura questione maschile di Giuditta Lo Russo. In quella lettera si risolve la questione sul posto del padre affermando che la figlia e la madre non escludono il padre perché avvertito come bisognoso: "se no - i padri - sarebbero troppo soli e non saprebbero dove andare", dice la bimba della lettera. Non viene nominato alcun guadagno, alcuna ricchezza dalla relazione con il padre. Non lo si immagina neanche come possibile polo di curiosità, attenzioni, carica erotica.

Ma io mi chiedo: "Solo facendo leva sulla nostra bontà, su un presunto altruismo femminile, gli troviamo un posto?"

Io penso invece che l'esclusione del padre implica elidere una parte di sé. Dal momento del concepimento noi ci portiamo dentro sia il padre che la madre, che per metterci al mondo ci hanno, anche solo per un breve istante, desiderato. La dimensione di desiderio da parte della madre, prima della nascita del figlio, è uno dei nodi da tenere a mente. Se nella mente della madre, con la nascita del figlio, non c'è più spazio per altro, c'è solo l'essere madre e non anche donna, se non c'è spazio per il padre, anche in quanto uomo, se non c'è spazio per il mondo segnato dalla differenza sessuale, c'è il rischio che il rapporto con il figlio, con la figlia, si chiuda. Posizione che relega la madre alla esclusiva funzione di cura, mentre favorisce nell'uomo un ritiro di stampo autistico. Il rischio quindi di convogliare nel rapporto con i figli anche tutto l'eros che precedentemente si era espresso nel rapporto con il padre dei suoi figli diviene un punto di massima contraddizione, proprio perché la nostra politica non rinuncia al legame con il corpo e con gli interrogativi che la sessualità porta nella relazione tra sessi e tra generazioni.

Perciò riguardo alla domanda della lettera di VD "Quale posto ha il padre?", che diventa per me "quale posto la madre, la donna assegna al padre, da una posizione di libertà", è cruciale l'intuizione con cui il femminismo della differenza pone l'accento sul desiderio, oltre alla cura, come motore della curiosità verso l'altro.


Marco Deriu: "vorrei raccontare delle ricerche e degli interrogativi che mi hanno guidato nelle riflessioni sulla paternità. Questioni che, per me, nascono in parte da interrogativi legati alla mia biografia e, in parte, da una curiosità che riguarda il rapporto tra generazioni, cioè in che misura stia modificando la paternità e in che misura il maschile possa cambiare anche pensando una trasformazione tra generazioni di uomini, tra genealogie maschili. La mia prima curiosità è nata proprio dalla questione di come gli uomini di oggi si rappresentino e si sentano in rapporto alle donne, ma anche in rapporto agli uomini, ai padri da cui provengono. La prima cosa che vorrei dire è generale: la riflessione sul padre non può che partire del fatto che avviene in una situazione di forte cambiamento, quello che avete nominato come fine del patriarcato che è anche la fine di un ordine simbolico in cui la figura del padre era molto forte. Questo si evidenzia in una situazione generale di spaesamento, di incertezza che vivono gli uomini, i padri, in cui compaiono dimensioni problematiche di disagio e di difficoltà.

Le mie ricerche sono partite da un'osservazione: in alcuni servizi dell'Emilia Romagna le operatrici e gli operatori dei centri famiglia o dei centri per adolescenti si rendevano conto che ogni volta che c'erano delle difficoltà nei ragazzi, sia che si trattasse di violenza, sia che si trattasse di disagio, droghe ecc. mancava o non interveniva mai il padre. Non c'era insomma un intervento diretto della figura paterna. Era molto difficile contattarlo, entrare in rapporto con lui. Mi sono chiesto, una parte della ricerca era proprio su questo punto, in che misura questa difficoltà, questo disagio dei figli raccontasse di una comunicazione interrotta tra generazioni diverse di uomini.

Da una parte difficoltà e disagi dall'altra un'occasione. Perchè un'occasione? Perchè una situazione in cui vanno in crisi i modelli di riferimento coincide con una situazione in cui, per la prima volta, gli uomini, ma nello specifico i padri, non si pensano più come autotrasparenti, come autoevidenti. Quindi c'è tutta una dimensione di interrogazione, di riflessione, in parte consapevole e ricercata, in parte inconsapevole e comunque agita, che secondo me è qualcosa di molto nuovo e può essere raccontato da molti punti di vista. Questo aspetto ha anche un legame con un altro fatto, cioè l'idea che non c'è più un modello di padre che si trasmette di generazione in generazione, un modello che quindi i nuovi padri assumono, ereditano, indossano ma c'è qualcosa di diverso. La mia impressione è che in gran parte la figura paterna e anche il tema di un'eventuale autorevolezza paterna non è più qualcosa che viene recepito da una struttura sociale o che viene recepito da modelli precostituiti, ma è qualcosa che si gioca, che emerge che si può costruire solo nelle relazioni. Questo mi sembra un aspetto molto interessante perché è come dire che i padri di oggi, in qualche modo, imparano a fare i padri in maniera molto più esplicita che in passato confrontandosi con tre tipi di relazione: la prima è una relazione che riguarda il rapporto tra generazioni di padri, cioè il rapporto del nuovo padre con il padre che ha avuto e con l'esperienza che ha avuto come figlio, deve fare i conti insomma con il proprio universo maschile. Il secondo è il rapporto con l'altro sesso, sia nella dimensione della relazione con la madre sia nella dimensione del rapporto con la partner. Il il terzo è il rapporto con i propri figli, che terrò un po' sullo sfondo, che però è molto importante anche questo. Non c'è più una gerarchia rigida, c'è un modello molto più complesso in cui anche i padri imparano qualcosa dai figli. In tutti i tre i casi, che per me sono sfide relazionali, il farsi padre è qualcosa che emerge in fieri, emerge nelle relazioni, e di questo molti padri iniziano ad essere consapevoli.

Un accenno rapidissimo alla questione delle genealogie maschili. In tutte le ricerche che ho fatto, interviste, focus group, ma anche molti gruppi di padri e, separatamente, di madri di bambini di scuole di infanzia, emergeva in modo molto forte che uno dei conflitti che questi padri avevano nella loro esperienza e storia era nel rapporto con il proprio padre, un conflitto doloroso, faticoso. Si trattava di un'esperienza di padri ingombranti, in qualche caso violenti, in altri casi invadenti, pesanti non rispettosi e per un altro verso distanti. Il confronto con questo tipo di padri più vicini al patriarcato ha avuto un peso molto forte nella vita di queste persone e nel loro modo di ripensare in qualche modo la paternità. Questo da due punti di vista. Molti di questi padri tendono a prendere le distanze dai padri che hanno avuto in una modalità nuova, che non è più quella del conflitto aperto, esplicito e dichiarato in stile Sessantotto, l'idea dell'uccisione simbolica del padre. Secondo me non c'è tanto questa modalità oggi, quanto invece molto di più una presa di distanza che passa attraverso forme di silenzio, assenza di verbalizzazione da certi punti di vista. Il che, in alcuni casi può significare un passaggio all'atto, in altri una chiusura sul piano della comunicazione molto forte. E quindi, secondo me, anche qualcosa di più radicale che non un conflitto come lo pensavamo un tempo. Questo apre a dei problemi che ho cercato di indagare un po'. Trovo che ci sia un nodo non facile da sciogliere: molti dei nuovi padri che cercano di essere padri diversi da quelli che hanno avuto, che cercano di prendere le distanze, secondo me fanno fatica a comprendere che non ci si costruisce a tavolino, che non ci si autodetermina razionalmente, che non c'è nessuna libertà e nessuna possibiltià di fare esperienze diverse se non si sta nelle relazioni, se non ci si interroga, se non si diventa competenti nelle relazioni, nelle storie, nelle trame da cui si proviene. Qui c'è un'apparente discontinuità, ovvero la presa di distanza dai padri, ma anche una continuità perché mi sembra che riconfermi questo tentativo tipicamente maschile di autodeterminarsi senza prendere coscienza dell'importanza delle relazioni. La seconda sfida è quella del rapporto con l'altro sesso. Due gli elementi che mi hanno colpito: il primo è che moltissimi padri citano come modello di riferimento le madri.

Leggo un piccolo frammento di intervista di un padre cinquantenne che dice: "Se devo valutare l'atteggiamento di mio padre nei miei riguardi nella primissima età, direi che è pari a zero, anche perché la divisione tra ruoli maschili e femminini era totale. Mio padre è un grande assente io sto cercando di essere un grande presente. Ricordo delle sue prese di posizioni assurde, io oggi sono uno che cerca di ragionare fin troppo. Mi accorgo che sto cercando di creare un tipo di rapporto che è quasi all'opposto di quello che ho avuto io. Io sono lo controfigura di mia madre che invece c'era e c'è anche oggi. Mia madre mi ha insegnato un patrimonio mio padre era un fallito. Fare figli è stata come un'opportunità ricercata per pareggiare un conto con la vita, significava mettere in campo un modo nuovo di essere padre diverso da quello che abbiamo ricevuto"

Si tratta di una testimonianza estrema, non siamo tutti su queste posizioni, però è molto paradigmatica perché parla del rapporto molto negativo con il proprio padre, dell'assunzione della madre come modello anche di paternità e del rapporto con i figli come occasione di uscire dallo scacco del rapporto con il proprio padre. Questo racconto incrocia le tre sfide di cui vi parlavo: la relazione con i padri, con l'altro sesso e con i figli. Da una parte c'è, anche in maniera forse meno estrema anche con altri padri che ho incontrato, un riconoscimento dell'autorevolezza femminile, dell'importanza e della competenza relazionale nella cura e nella capacità di ascolto e di empatia che molti padri, secondo me, riconoscono e che in parte cercano di far propri. Questo quando c'è in atto un meccanismo positivo. In altri casi questo riconoscimento di una disparità o di una asimmetria nel rapporto madre - padre - figli può essere vissuto come fonte di paura o di gelosia quindi la questione cui accennava Sara prima ovvero sentirsi in qualche modo esclusi o superflui o fuori da una relazione, che può essere percepita come una fortezza inespugnabile nel rapporto di intimità molto stretto che si crea nel rapporto tra madre e figlio. In questi casi ci può essere una reazione sia di tipo aggressivo o competitivo o violento ma anche reazione di fuga e sottrazione. Viceversa mi sembra che questo riconoscimento di un'assimetria, disparità possa funzionare nel momento in cui si riesce a passare dal registro dell'invidia a quello dell'ammirazione, quindi anche a saperlo nominare raccontare, esplicitare e farlo diventare terreno di scambio.

L'ultima cosa che vorrei dire più nello specifico è che ultimamente ho fatto studiato una realtà particolare, quella delle associazioni dei padri separati, un universo particolarissimo che ho incrociato per molti motivi. Ci sono infatti connessioni forti con altre realtà maschili tipo Uomini3000, Maschi Selvatici, Pari diritti per gli Uomini. Ho dedicato quasi un anno di ricerche a viaggiare su internet, perché la maggior parte di queste associazioni lavora con internet o hanno internet come principale nodo di riferimento. Ho avuto occasione di leggere tutti i documenti, testi, dichiarazioni libri, poi di studiare sui giornali le loro uscite pubbliche. Per me è stata una cosa molto interessante perché ho l'impressione che sia un universo di cui sappiamo ben poco. Ho registrato una quarantina di sigle, associazioni a cui corrispondono: alcune sono nazionali e sono molto grandi poi ci sono una serie di locali. Stiamo parlando insomma di un centinaio, o forse di più, di realtà di questo tipo operanti nel territorio italiano. Cito questa questione perché per me si evidenziano alcune cose. Ovviamente nel momento in cui la famiglia tradizionale in qualche modo va in crisi, in cui c'è una libertà femminile dove tutto dipende dal riconoscimento e dalla condivisione al momento della separazione, secondo me la figura paterna mostra ancora di più la sua fragilità e anche l'asimmetria da un certo punto di vista dei ruoli. C'è un conflitto molto esplicito e molto forte di queste associazioni di padri che in parte ha sicuramente dei tratti misogini o antifemmnili molto espliciti in parte però no, in parte corrisponde a una difficoltà, secondo me, dei padri di trovare una collocazione, un loro ruolo, di veder riconosciuto un legame affettivo - emotivo - relazionale. In questo tipo di conflitto ho trovato, per come è strutturato, l'impossibilità di un confronto reale tra uomini e donne. Per questo mi ha interessato e colpito perché da una parte queste associazioni di padri assumono un atteggiamento antifemminile, antifemminista, per cui attaccano tribunali, assistenti sociali, associazioni femministe, accusandoli di essere antipaterni, di voler affossare la figura del padre e di avere un atteggiamento antipaterno; in parte proiettano le loro paure, le proprie angosce come se la figura del padre sia stata sottratta dalle donne. Dall'altra è diventato molto un conflitto di posizione, quindi in sostanza si gioca a chi ottiene di più o riesce ad ottenere di più in questo tipo di situazioni. C'è poca discussione, almeno in questi casi che ho studiato, ma mi pare anche nel dibattito che ho iniziato ad approfondire, sul piano della civiltà delle relazioni che invece secondo me sarebbe l'aspetto più interessante. Mi colpiva l'osservazione che faceva Marina Terragni in uno degli ulitmi numeri di Via Dogana Lo svantaggio maschile. Lo svantaggio maschile non corrisponde affatto a un vantaggio femminile, in questo contesto trovo che sia molto interessante. Mi aveva anche colpito molto la riflessione che faceva Lia Cigarini sulla questione del rischio di voler stravincere in questo tipo di situazioni.

Concludo dicendo che ho identificato tre tipi di paradossi in questo conflitto.

Tre paradossi che spiegano per me perché questo tipo di conflitto non è produttivo.

La cosa che mi interessa è capire la modalità attraverso cui si è strutturato questo genere di conflitti che secondo me parla dello stato delle relazioni tra uomini e donne, padri e madri. Comprendendo come è strutturato si capisce come sia improduttivo e come diventi per me importante riuscire a capire, come uomo, che alternative ho per nominare un desiderio di relazioni affettive tra padri e figli, di valorizzare la figura paterna senza fare una questione di potere".

Deriu racconta poi un fatto curisissimo e paradossale. "Gli uomini delle associazioni in situazioni di difficoltà, di spaesamento adottano il linguaggio delle pari opportunità, dell'uguaglianza. Nel momento in cui si sentono messi da lato allora assumono su di sé il linguaggio delle pari opportunità, tant'è che c'è anche un'associazione che si chiama Pari diritti per gli Uomini. Mi verrebbe da dire che forse la mancanza di un confronto reale sulle relazioni e sull'importanza del riconoscimento del ruolo del padre e dell'importanza delle relazioni affettive nel rapporto tra padri e figli, uomini e donne, si trasforma poi in un rifugiarsi di questi uomini in un linguaggio che è quello della parità e dell'uguaglianza che impedisce perfino di riconoscere quell' asimmetria che in altre situazioni gli stessi padri riconoscono e nominano".


"Vorrei riprendere un paio di spunti prima di dare avvio alla discussione - inizia Laura Colombo - Quando Sara e io abbiamo iniziato a discutere sul posto del padre, avevamo presente il lavoro fatto nel ciclo di incontri in Libreria sulla relazione madre-figlia e anche la domanda che Ida Dominijanni ha posto a Luisa Muraro a proposito de L'Ordine simbolico della madre, un libro dove il padre è un'assenza. Luisa ha poi precisato che si tratta di contestare la necessità della legge del padre e non di precludere la possibilità della figura paterna. Abbiamo sentito l'esigenza di ragionare su questa possibilità, organizzando anche alcuni incontri pubblici in Libreria, e questo è il primo. Vorrei precisare da subito che il senso politico di questi incontri per noi è affrontare la cosiddetta relazione di differenza, la relazione tra i sessi - come diceva prima anche Sara, quando parlava di erotismo. Parlare del padre sta per noi nella prospettiva di affrontare nodi che all'oggi sono impellenti, perché investono fenomeni sociali complessi come la violenza alle donne: quello che ci sta a cuore è una rappresentazione del rapporto tra i sessi lontana dai modelli patriarcali e da quanto propongono i media, e un cambiamento del senso comune per cui la donna non sia colpevolizzata per la sua libertà e l'uomo accetti profondamente - e non solo intellettualmente - lo squilibrio in gioco e l'asimmetria tra i sessi - per esempio quando c'è in ballo il suo desiderio di paternità, quando si toccano i temi che riguardano la vita e la riproduzione, ma non solo, quando si vuole affrontare il diverso rapporto col potere, il lavoro, i soldi…

Voglio precisare subito questa cosa perché il tema è complesso, ed è necessario quindi porre la prospettiva in modo chiaro. Non stiamo parlando della famiglia o di un fantomatico ritorno alla famiglia tradizionale. Sappiamo che esistono famiglie monoparentali e famiglie lesbiche con figli. Non si tratta di sdoganare una famiglia-tipo escludendo pezzi di reale, di esistenza e di esperienza.

Per noi si tratta, come ho già detto, di dare possibilità a una nuova civiltà tra donne e uomini, e di farci carico di un pezzo di storia importante - quella del femminismo - che ha dato molti frutti e qualche contraddizione. Cito ancora Ida Dominijanni che nel suo saggio sull'ultimo libro di Diotima dice: "La differenza oggi […] è data da ciò che noi abbiamo messo o rimesso al mondo della madre, della sua potenza e della sua impotenza, della sua realtà e della sua fantasmaticità, in replica, in mimesi o in differenza dalle tradizionali declinazioni del materno. Dopo quarant'anni di femminismo, la madre non ci sta alle spalle: per l'immaginario sociale, le madri siamo noi. La percezione reale o fantasmatica della madre riguarda direttamente la percezione reale o fantasmatica di ciò che nel femminismo abbiamo detto e fatto; perciò è importante e difficile tentare di decifrarla".

Quando abbiamo parlato con Marco del suo saggio pubblicato nel volume Mascolinità all'italiana - innanzi tutto volevamo prendere sul serio il desiderio di paternità degli uomini, e poi farci carico delle nostre contraddizioni ma anche dei nostri bisogni. I piani naturalmente si incrociano. Marco nel suo saggio mette in luce un triplice paradosso: 1) il primo a carico dei padri che solo per revanscismo reclamano un cambiamento delle regole dell'affido dei figli, mentre in realtà non sono disponibili a una trasformazione radicale delle relazioni tra i sessi; 2) il secondo paradosso in seno alle realtà femministe, che confondono la difesa delle posizioni delle madri nelle separazioni con l'autonomia e la libertà delle donne; 3) il terzo paradosso è lo stallo in cui si trovano donne e uomini che sono realmente interessati a un cambiamento, in questo panorama di contrapposizione sterile.

Il secondo paradosso mi chiama in causa direttamente. A me ha evocato la lettera su Via Dogana di settembre, cui Sara faceva riferimento prima. La cosa che più mi ha colpita di quella lettera è ciò che la madre fa dire alla figlia: la bambina direbbe che è disposta ad accogliere il bisogno del padre, c'è la figura di un padre bisognoso mentre non viene mostrato un bisogno della figlia, perché il rapporto con la madre è tutto il suo orizzonte, è tutto il suo mondo, l'universo in cui la bambina esaurisce il suo desiderio. Mi chiedo se questa sia la realtà, o se diventi una realtà per la bambina a causa del desiderio materno. La madre la interpreta, le mette in bocca le parole, fa sì che la "coppia primordiale" della maternità - quella della madre con la sua creatura - che è una realtà e una necessità per la sopravvivenza della piccola, resti tale, coppia chiusa al desiderio di altro. Mi chiedo: questa è realtà o fantasma materno? Il desiderio della madre - come abbiamo visto anche nel ciclo di incontri sul rapporto madre/figlia e come possiamo leggere nei due libri dedicati all'oscuro materno di Diotima (La magica forza del negativo e L'ombra della madre) - può essere onnipotente, inglobante, un inciampo per la figlia e per la stessa madre.

Mi chiedo anche se questa voglia di stravincere (vedi Via Dogana…) che in qualche modo riporta le ambivalenze dell'onnipotenza materna al centro della scena - a dispetto della lotta delle donne per metterne a fuoco i nodi - non sia una delle conseguenze paradossali del percorso di libertà delle donne, domanda che anche Ida Dominijanni si fa nel sua saggio sull'ultimo libro di Diotima.

Il padre c'entra in questo perché - fermo restando il rapporto del tutto particolare con la madre, l'origine, la fonte primaria di nutrimento - un movimento della madre che comprenda in sé il padre e faccia posto al padre dà una possibilità alla figlia di vedere altre parti di sé, di confrontarsi con l'altro, sempre che ci siano uomini disposti a farlo, e io so che ce ne sono sempre più. E questo punto - ossia un gesto intenzionale della madre che lasci spazio per altro, perché il desiderio di altro si esprima nel rapporto con la sua creatura - è essenziale in tutte le forme che la famiglia ha preso in questi decenni.

Anche nella lettera a Via Dogana si dice che "ai padri bisogna farglielo, un posto", ma lo si fa in nome del bisogno di lui e del non escludere, giustificando questo con un pensiero che tende all'essenzialismo, ossia dicendo che "il proprio della differenza femminile è di non escludere l'altro". Mi risuona di oblatività, che per me è fastidiosa.

Invece io credo che un passo indietro rispetto all'onnipotenza - oltre a far gioco anche alla madre perché le permette che ci sia altro dentro di sé oltre all'essere madre, il desiderio di far politica per esempio, il suo essere donna, l'attrazione per il mondo e le sue sfide, l'eros che si rivolge ad altro - fa spazio anche per la bambina, per un suo possibile desiderio di altro, e permette di far accadere qualcosa di nuovo. Insomma, forse è dal desiderio delle donne che un padre può rinascere. Qui parlo di me come figlia, dell'amore per mio padre che ha sempre rappresentato per me la forza, che lui con un gesto particolare e tutto nostro mi passava nei momenti più delicati per me, e che ora mi restituisce anche la sua fragilità nella malattia. Per me mio padre ha rappresentato un'occasione per entrare in contatto con una parte di me, la possibilità di scovare dentro di me alcune risorse che mi danno forza in determinati momenti difficili, la determinazione di andare avanti nonostante le difficoltà, scoperte importanti che ho potuto fare nella relazione con lui.

Parlo di me anche come madre nel rapporto con un compagno che ha il desiderio di sviluppare una relazione differente con sua figlia, desiderio che io voglio accogliere e rilanciare anche perché mi aiuta a fare i conti con le mie paure/desideri di onnipotenza.

Credo che per le donne che come me sono venute dopo il femminismo, non ci sia solo un bisogno di aiuto materiale da parte dell'uomo, con il rischio che si trasformi in una relazione strumentale, ma un reale desiderio di relazione, perché abbiamo a che fare con molti uomini trasformati come noi dalla rivoluzione femminista. Ne ho esperienza nel gruppo Intercity-Intersex già citato da Sara e di cui anche Marco fa parte.


INTERVENTI DEI PARTECIPANTI


"Volevo portare la mia esperienza perchè sono padre di un maschio di tre anni e mezzo - interviene Stefano Sarfati - e volevo ripartire dall'intervento di Marco Deriu quando parlava dei diversi orizzonti di un padre, quello dell'ordine simbolico paterno piuttosto che di altre situazioni, per dire che io mi ritrovo moltissimo con la dichiarazione di quel padre cinquantenne. Vado quasi sempre dicendo, in riunioni con altri uomini le poche volte che ci sono stato per esempio ad Asolo, che io se c'è un punto fermo che ho è che c'è un unico ordine simbolico che è quello della madre, per cui io quando mi muovo nei confronti di mio figlio ho in mente mia madre. Vorrei dire che non si corre il rischio che entri in competizione con mia moglie, nè che io mi schiacci in un modello che non è poi il mio, perché è ovvio che essendo io un uomo, essendo io il padre, non potrò mai essere la madre. Siccome però l'ordine simbolico è uno ed è quello della madre che ha fatto me, mia sorella oppure, nell'altro caso, ha fatto mia moglie, siamo entrambi figli di madre sappiamo entrambi cos'è la cura materna perché abbiamo avuto l'esperienza di aver avuto la madre e quindi, nel momento in cui io sono padre e lei è madre, il riferimento non può che essere quello. Per cui io mi ritrovo perfettamente nelle parole di questo padre cinquantenne tranne che per la questione della contrapposizione al padre. Il mio è stato abbastanza un buon padre, so che non è stato un buon marito ma questi non sono affari miei. A proposito volevo dire qualcosa a proposito della fortezza inespugnabile materna di cui Marco parlava prima. Secondo me ci può essere la fortezza inespugnabile materna nel momento in cui il padre cerca di espugnarla con l'ordine simbolico paterno".


Annamaria Rigoni: "mi sono chiesta quale sia la funzione paterna. Devo dire che non mi sono data una risposta però ho articolato nel tempo altre domande. Volevo riportare un'esperienza che ho fatto negli ultimi anni con dei giovani, sia adolescenti sia giovani uomini e donne dai venti ai venticinque anni. Ho seguito per un certo periodo questi giovani che stavano definendo un proprio progetto professionale quindi stavano delineando, stavano sognando, immaginando, la possibilità di iniziare una vita lavorativa. La cosa che mi ha colpito in questi gruppi è stata una scoperta del tutto casuale, avvenuta parlando nel corso una relazione con loro: quelli e quelle che facevano più fatica a immaginare un progetto lavorativo concreto erano coloro che non avevano alle spalle una figura paterna, che vivevano in famgile monoparentali femminili. Ovviamente io non ho fatto statistiche, non è una cosa scientifica però è qualcosa che mi ha colpito. E' come se, mentre raccontavano la loro possibilità di cominciare un lavoro, facessero fatica a trovare un equilibro tra onnipotenza e impotenza, continuavano a saltare tra frasi del tipo 'io posso fare tutto, ho davanti tutta la vita' oppure 'io non posso fare niente' 'sono uno schifo, il mondo non mi vuole'. Era più facile riuscire a costrurire qualcosa che avesse il senso del limite con coloro in cui riuscivo a intravedere una figura paterna più equilibrata. Questa è una cosa che mi ha colpito, mi ha incuriosito e mi ha fatto sorgere nuove domande. E'come se una figura paterna aiutasse i figli a costruire dentro di sé un senso del limite. Questa non è una cosa volontaria da parte del padre perché comunque il padre rappresenta un limite al desiderio del figlio di avere la madre tutta per sé. E quindi già il fatto che il padre esista, impone fin dalla prima infanzia di considerare che il desiderio di onnipotenza non possa essere soddisfatto e quindi, credo che sia un dato che è indipendente dalla volontà del padre, è un dato che c'è. Questo implica anche forse che gli uomini si assumano il fatto che un po' di conflitto con i figli c'ha da essere. Un conflitto che dev'essere generativo e costruttivo, non un confiltto distruttivo in cui si dimostra qual è il proprio potere schiacciando l'altro ma un conflitto nel quale si indica un limite e se lo costruisce insieme. Queste sono idee nate nella mia relazione con i giovani e nel fatto che uno dei grossi problemi che incontro anche oggi parlando con i giovani è il senso del limite. Una domanda che mi sono fatta è anche se la fuga dei padri non sia in qualche modo complice in questa fatica a trovare un limite".


Io invece volevo fare una domanda - interviene una partecipante - una domanda che riguarda un problema al quale io non so dare risposta, probabilmente non voglio rispondere. Quello che vorrei sapere è se nell'esperienza di Deriu c'è la capacità di cogliere una differenza fra i padri di figli maschi e padri di figli femmine, perché io penso che la paternità si declini in modo molto diverso. Se penso all'esperienza che io ho, che è molto modesta ma molto pregnante, io penso a un padre, il mio, così faticoso da essere a un certo punto da me rinnegato e penso a un compagno così faticoso da essere rinnegato a un certo punto da sua figlia. Ora in quest'ultimo caso e cioè del papà di mia figlia, io vedo, per quanto in un'osservazione superficiale, che il rapporto di quest'uomo con i suoi figli maschi è molto diverso e io so per mia esperienza che con la nascita di mia figlia e poi con il fatto che mia figlia progressivamente diventava grande, io mi misuravo spesso con lei per somiglianza o per differenza e mi riconoscevo in lei probabilmente più di quanto mia figlia non si riconoscesse in me per cui immagino che una relazione padre-figlio maschio abbia caratteri del tutto diversi però sono assolutamente non in grado di darmi delle risposte e vorrei indagare questo tipo di problemi".


Luisa Muraro:"ho ascoltato i tre discorsi, sono d'accordo con molte cose che ha detto Marco Deriu ma ho fatto fatica a innestarmi a un livello più profondo con lui soprattutto perché lo conosco meno. L'unico punto che avrei obbiettato è stato quello che ha rilevato Stefano e cioè il caso estremo del padre, perché così l'hai presentato. Si tratta invece di un caso ordinario ormai: gli uomini imparano la paternità o imitando o le propri madri o le proprie mogli, non hanno altro da fare. Cos'avrebbero altro da fare, non ci sono modelli. Qualcuno allora potrebbe dire 'mi invento, sarò creativo' ma a questi livelli, in queste cose non si è creativi.

Luisa fa un racconto. "Ho avuto uno studente che si è laureato sul tema del cambiamento del rapporto tra i sessi. E' un uomo figlio della madre, molto dolce con una grande tranquillità interna. Ha sposato la figlia del suo datore di lavoro. Suo padre è iperautoritario e tremendo ed è assolutamente inservibile come modello di paternità ma il figlio ha la capacità di modellarsi. Si è fatto figlio del padre di sua moglie e si è inserito come in un vecchio sistema matrimoniale celtico, uno dei meno patriarcali, in cui l'uomo andava a stare casa della donna"

Luisa fa poi riferimento agli interventi di Laura e Sara. "Invece Laura e Sara le ho sentite altre volte parlare di questi argomenti. Vorrei far notare che la posizione di fondo che Sara ha enunciato è proprio scritto ne L'ordine simbolico della madre: la posizione del padre è quella che ha bisogno di essere indicata dalla madre, che poi è la posizione di Lacan: la madre dice: "questo è vostro padre".

Quindi non è che L'ordine simbolico della madre non consideri il padre, lo considera en passant, senza fare teorie su questa figura.

I vostri discorsi li ho sentiti, li sento. In sostanza anche voi, forse anche Annamaria, e tutte le donne che riflettono sul tema della paternità tendono ad assumere in realtà la posizione che avete criticato, cioè quella pietistica ovvero "qualcosa bisogna pur fare di questi, sono qui, vogliono fare i padri li aiuteremo", "Adesso ci mettiamo a pensare cosa può fare un padre". Così facendo non so se salvate la dignità del vostro compagno.

C'è un elemento di materialismo emerso dai vostri discorsi: si passa dall'ordine di questa gratuità, certo compassionevole, un po' velata, a qualcosa cha appartiene alla necessità, cioè voi avete bisogno di un compagno.

Nella società di oggi e anche in quella di una volta, la donna che fa bambini ha bisogno di un compagno, non importa che sia il padre naturale, ha bisogno di un compagno degno che tenga conto delle sue esigenze. Voi l'avete detto denegando "Non è una relazione strumentale". E' invece una relazione strumentale ma è strumentale per degli scopi che sono quelli della riproduzione dell'umanità e può diventare non più strumentale nella misura in cui si inserisce stima, affetto, riguardo. Solo, si dà il caso, che per quattromila anni, forse anche di più, gli uomini di qusta necessità materiale hanno fatto quello che sappiamo, cioè un dominio. Non dico che gli uomini se ne sono approfittati, sembra una storiella buffa, ma è un fatto che è capitato ovvero che la donna abbia pagato questa necessità. Lo vediamo, lo abbiamo visto, le donne hanno pagato il bisogno in cui erano di un compagno con la soggezione e tutto un insieme di cose. La fine di questa faccenda non è venuta dagli uomini, neanche da Freud, da Jung bensì dal femminismo separatista. Anche questo è un fatto materiale. Voi potete interrogarvi generosamente di che cosa ne facciamo di questi nostri compagni, che si dà il caso siano anche i padri fisologici delle nostre creature, lo potete fare perché siete in una botte di ferro, siete in una posizione di forza. Altrimenti non lo potreste fare, ci penserebbero loro a piazzarsi dove conviene meglio.

Questa brutalità che io porto, questi elementi, non vogliono dire che non è possibile la questione che nominava Marco e cioè accedere a un discorso relazionale. Deve esser possibile questa cosa, però tutta la faccenda, che io conosco benino perché, a suo tempo, ho avuto momenti di scambio e scontro con le associazioni dei padri separati, è altamente istruttiva e Marco ha fatto bene a nominarla. Rende l'idea di che cosa la questione tende a diventare quando non c'è più legame amoroso. Io sono anche disposta ma allora torniamo alla compassione, bisogna avere compassione degli uomini separati perché a volte si sono veramente affezionati alle loro creature e i guidici con il buon senso e con il minimo di equità che la fine del patriarcato ha reso possibile non gli concedono più di tanto. Sappiamo per altro che la nostra cronaca nera è funestata da comportamenti abberrranti di padri a cui erano stati affidati i figli da giudici sconsiderati. Quindi questa è la situazione io ce la metto la compassione e non è un sentimento spregevole.

L'ulima considerazione materialistica: in effetti qualcosa bisogna fare dei padri perché le società dove le donne non si sono ingegnate abbastanza di far qualcosa degli uomini, cioè di farne dei padri, come l'America Latina, sono in preda a gravi forme di disordine: un'umanità maschile fa coito, produce bambini, non si assume la responsabilità, poi vaga facendo malefatte di vario tipo. Non voglio cadere in stereotipi però la società dell'America Latina, secondo me, per colpa di come è nata cioè della terribile invasione spagnola e portoghese (non che siano malnati loro, è un fatto storico), è sempre in preda a un grave disordine. Qualcosa di simile avviene anche in Africa. Sono le donne celtiche che hanno saputo far diversamente con un contratto minimamente libero e le donne mediterranee con la soggezione pesante agli uomini. Poi la borghesia certo ha prodotto questo grande cambiamento, l'idiolatria del lavoro da parte degli uomini li ha 'fregati' perché le donne si sono 'zompate' e li hanno fatto lavorare a man bassa. Adesso questo è finito perché adesso lavorano a man bassa anche le donne. C'è un materialismo in queste cose che io ho ricordato così, ho anche però afferrato i desideri. Qual è l'elemento desiderante che in tutte queste cose che ho ascoltato da voi? Ho sentito affiorare uno e uno solo anche in Ida Dominjanni: i sentimenti di figlie innamorate del padre, quello è il fattore desiderante".


"Mi lascia perplesso parlare di fine del patriarcato da una parte e l'affermazione che l'ordine simbolico è solo materno dall'altra - è l'inizio dell'intervento di Lorenzo Bernini -. Partiamo da questa seconda: è vero che Lacan sostiene che la madre afferma: "questo è vostro padre", però Lacan dice molto altro sul ruolo paterno. Il ruolo paterno è il ruolo del terzo differenziatore che è stato evocato già due volte negli interventi che mi hanno preceduto, cioè è colui che interviene nel rapporto simbiotico madre - figlio. Il padre simbolico di Lacan apre al figlio l'accesso al mondo discaccandolo dalla simbiosi onnipotente con la madre. Allora ponendo che il patriarcato sia finito, di cui io ho dei dubbi, mi sembra che nell'intervento di Deriu, siccome il patriarcato è finito e l'ordine simbolico è solo quello materno a chi ha avuto la sventura di nascere con un corpo maschile e di essere attratto dalle donne con cui fare figli non può fare altro che cercare di imitare un modello femminile nel rapporto con i figli.

Le alternative che si aprono sono due: ci sono uomini più cattivi di altri come quelli delle associazioni divorziati che cercano di accedere a una cultura dell'uguaglianza, di rivendicarla per sé, ma poi non riconoscono la differenza femminile e non vanno fino in fondo nell'accettazione della cultura della relazione. Poi ci sono gli uomini più bravi che si limitano a cercare di avere con i loro figli un rapporto modellato sulla relazione materna. Visto che il riferimento culturale è anche psiconalitico dato che è stato citato Lacan, io mi chiedo: la funzione del padre simbolico chi la svolge se gli uomini buoni imitano la madre? Se l'universo simbolico è solo femminile, è prevista una funzione differenziatrice, qualcuno che pone dei limiti al narcisismo del bambino e alla fusionalità tra bambino e madre?

Qualcosa di questa funzione non deve per forza essere svolta da un uomo, ma qualcosa di questa funzione forse, se uno fa dei figli per amore, bisognerà reintrodurre all'interno della relazione genitoriale, non è detto che devono esser gli uomini a farla. Credo, anche se c'è la fine del patriarcato, che questa funzione vada buttata a mare".


Laura Colombo risponde sulla questione della fine del patriarcato. "In realtà per me si tratta del fatto che io, dentro di me, non do più credito alle forme patriarcali. Nel momento in cui io non do più questo credito, non esiste più. Questo non significa che non esistano dei problemi nella società. Il fatto che ci sia solo l'ordine simbolico materno l'ha detto Stefano non l'abbiamo detto noi."


Stefano Sarfati interviene su quest'ultima questione "Io parlo sempre a partire dalla mia esperienza di avere un maschio di tre anni e mezzo ed è proprio un caso calzante. Io sostengo che l'ordine simbolico sia uno per uomini e per donne ed è quello della madre. Quando cerco di fare il mio lavoro di cura verso mio figlio mi ispiro quello che so fare, e quello che so fare l'ho imparato da mia mamma. Questo non vuol dire che mio figlio abbia due mamme. Mio figlio ha una madre e un padre e io posso essere un padre che ha imparato il lavoro di cura da una madre che ha ben saldo questo fatto dell'ordine simbolico materno unico per me, per mia moglie e mia sorella. Avere il ruolo di cui parla Lacan, pensando alla mia esperienza, non so quanto sia fondamentale, ogni tanto devo dire che intervengo ma non intervengo perchè vedo narcisismo che si avvita su di sè all'infinito in mio figlio. Penso che ci possano essere situazioni differenti di caso in caso ma comunque sia a me è capitato di intervenire, per cui l'unica cosa che volevo risponderti è questa: ci può essere il padre che sta nell'ordine simbolico della madre e che contemporaneamente ha il ruolo di cui parlava Lacan e di cui parlavi tu."


Marco Deriu. "Considero gli interventi che sono stati detti di per sè interessanti, significanti e molto arricchenti"

Marco inizia il suo intervento con la questione del patriarcato. "Personalmente ritengo che il patriarcato sia finito, nel senso di un ordine che non riceve più l'autorizzazione o il riconoscimento che aveva prima e questo si vede in tantissimi aspetti del vivere sociale su cui possiamo parlare. Non ritengo che l'ordine simbolico sia solo materno, penso che non è detto che all'uomo resti solo la possibilità di assumere il modello materno. Nell'esperienze che ho incontrato molti padri hanno fornito modelli positivi e quindi lì il problema non si pone negli stessi termini. Ma per molti si pone, come in quell'uomo del racconto che ho fatto prima in cui il modello materno è o unico o di principale riferimento, per cui credo che ci possa essere qualche problema nell'assunzione imitativa di quel modello, però ritengo che di lì si debba passare nella situazione in cui non ci sono altri modelli di riferimento. Non finisce lì per me. Ho parlato della possibilità di sperimentare, quando dico di sperimentare intendo proprio esperire e poi caso mai di ragionarsi nel mentre si fanno esperienze, sperimentare a posteriori una modalità di vivere la maschilità, la paternità in relazione. Quindi queste tre sfide relazionali di cui parlavo prima sono molto importanti, sono percorsi credo in cui si possa vivere la propria maschilità, paternità, in modo diverso nella misura in cui si accetta di avere uno scambio, un confronto differente con la propria storia di relazioni, quindi con il proprio padre e i propri universi familiari ma in particolare per quello che riguarda il maschile con i propri padri. Credo che altrettanto importante sia assumere un confronto con le donne, con l'altro sesso, e che questa sia un'occasione molto forte per conoscersi, per essere visti e per costruire un rapporto dialettico, di dialogo con se stessi e credo anche, la terza cosa di cui prima non ho parlato, che sia molto importante come padre, come adulti, costruire un rapporto di scambio diverso con i figli. Credo che soprattutto nella società in cui viviamo c'è un'esperienza che fanno i più giovani che è diversa da quella che abbiamo fatto noi e credo che una delle sfide nel costruire modelli di autorevolezza differenti stia nella capacità di mantenere una relazione di asimmetria, non scivolare in modelli orizzontali, egualitari cui peraltro molti padri assumono. Ma per me è importante avere in mente che l'asimmetria non è necessariamente una gerarchia che quindi può essere anche un'asimmetria variabile, che ci sono cose che gli adulti possono apprendere dai più giovani. Mi è capitato, avendo lavorato molto con i padri, che finchè chiedevamo che cosa loro avevano dato ai figli uscivano molte risposte ma quando la domanda era che cosa ti ha dato tuo figlio rimanevano ammutoliti, alcuni mi hanno hanno detto che ci avrebbero pensato e mi avrebbero scritto. Non riuscivano a mentarlizzarla questa questione, sono convinto che ci sarebbero state moltissime cose da dire ma non le vedevano, non le riconoscevano perchè non rientra nel tipo di rapporto che un padre si immagina nella sua funzione paterna.

Per tornare alla questione della funzione paterna io ho molta difficoltà a dire qual è la funzione paterna dei padri al di là del fatto che non amo molto la parola funzione.

Credo di poter riferire alcuni elementi che tornano nella mia esperienza, un'esperienza di figlio un po' particolare: ho perso i miei genitori quando ero piccolo, avevo 10 anni, però ho avuto molte figure maschili che per me hanno avuto la funzione del padre o dell'adulto, maschi di riferimento e in molte fasi della vita avere un'autorità maschile di fronte a me per me è stato cruciale.

Una cosa che sento tantissimo, che mi differenzia dalle figure femminili materne è il rapporto con il rischio, il rapporto con il pericolo, la capacità di rischiare, esporsi, non tutelarsi completamente, che naturalmente sono consapevole che può avere sbocchi negativi ma per me anche molti positivi. La capacità di stare in gioco nell'esperienza del reale senza avere come primato assoluto quello dell'autoconservazione o della protezione e quindi avere accesso a tutta una serie di esperienze che il materno che consoco io direbbe: "non farlo, non toccarlo, non provare, non andare". C'è nella mia esperienza un rapporto con il dolore, con le ferite, con un certo tipo di esperienze negative e per me il rapporto con alcune figure maschili è stato importante.

Riguardo la questione dell'esplorazione del mondo, forse un altro elemento che aggiungerei nelle figure maschili e paterne secondo me è l'elemento della ricerca di un senso di giustizia, di un orientamento da un punto di vista etico - morale.

La domanda sulla differenza tra figli maschi, figli femmine, non è la prima volta che mi viene posta e non ho risposte particolarmente intelligenti da dare purtroppo. Credo che ci siano differenze sicuramente perchè entra in gioco con figli maschi una dimensione di competizione mimetica molto forte, che tra l'altro nei nuovi padri è fortissima perchè, nella misura in cui si entra in uno spazio di intimità maggiore, nella misura in cui tante cose vengono condivise, dalla musica ai giochi agli interessi, c'è tutta una dimensione di competizione fortissima che non era ipotizzabile secondo me con padri di decenni fa. Mentre invece nel rapporto con la figlia sicuramente c'è una dimensione erotica, non c'è dubbio, noi abbiamo paura nominarla ma c'è ed è importantissimo che ci sia altrimenti il rapporto della figlia con l'universo maschile risulterebbe molto difficoltoso. Poi l'altro elemento che entra negli automatismi mentali del maschile nel rapporto con le figlie è la dimensione della protezione più forte nei confronti della figlia che del figlio.

Molto sinceremante non ho un'eguale esperienza su questo per dire delle cose intelligenti e originali. Mi viene in mente un saggio di Chiara Zamboni che mi era sembrato molto interessante in cui si interrogava sul rapporto tra padre e figlia, quindi quello potrebbe essere un suggerimento".


Sulla questione del modelli imitativi interviene Sara Gandini: "non credo che si tratti di imitare un modello ma semmai di reinventare, magari sulla base delle relazioni che ognuno di noi instaura, che può essere sia la relazione con la madre che con un eventuale padre. Ma vedo questi giovani uomini, le relazioni che instaurano tra di loro, che cercano di inventare e di mettere in pratica e credo che tutto ciò sia molto importante. Ho visto l'associazione Maschile Plurale. Le relazioni che hanno tra di loro sono importanti anche per me, per come mi pongo anche rispetto questi uomini. E' importante vedere i confilitti che si creano ma anche come si divertono fra di loro, quindi le relazioni tra uomini io credo che possano aiutare a stare in una situazione diversa anche con i figli. Si può reinvetare una civiltà maschile anche basandosi sullo scambio sulle relazioni tra uomini.

Questo può voler dire, e su questo mi interrogo, reinventare un ordine simbolico maschile paterno in dialogo con l'ordine simbolico materno.

Un'altra cosa che mi aveva colpito era la storia di un ragazzo che raccontava di aver avuto un padre molto violento. Anche la relazione con la madre non era stata facile perchè in qualche modo complice di questa situazione. Lui però desiderava instaurare un rapporto con questo padre. Mi ricordo che raccontava che per lui era stato importante recuperare, esperire una sensualità con il corpo del padre e che questo passaggio, il mettersi in gioco in questa relazione con il padre, per lui era stato fondamentale anche per recuperare il rapporto con la madre, quasi ci fosse stato bisogno di passare per il padre per recuperare il rapporto con la madre. Ho trovato un movimento interessante.

Rispetto al rapporto padre - figlio, padre - figlia, credo siano molto differenti tra di loro e fioccano i giochi di specchi come diceva Luisella Brusa.

Con mio padre c'è stata una grossa conflittualità tra me e lui e in parte hanno giocato le sue paure rispetto l'abbandono della madre e della moglie. Quindi nel momento in cui io mi sono separata mi ha 'buttato' addosso tutti i suoi rancori rispetto questo disagio, quindi credo che anche il conflitto tra i sessi si gioca nella relazione padre-figlia".


Carlotta: "Si è parlato adesso della difficoltà dei padri che hanno avuto modelli paterni negativi, anche della lettera di quell'uomo che raccontava di non avere un modello a cui riferirsi per creare un proprio modo di essere padre. Quindi, si diceva, in questo caso, si può ricorrere al buon rapporto avuto con la madre per inventarsi un proprio modello di padre. Mi viene da chiedermi: che cosa avviene invece nel momento in cui è il rapporto con la madre a essere negativo? Le donne non creano il loro materno soltanto in relazione al proprio rapporto con la madre, almeno non credo, quindi mi sembrava molto interessante questa ultima questione riguardante la molteplicità di relazioni, quindi di trovare all'interno di una struttura simbolica, come diceva Lorenzo Bernini, il proprio modo di crearsi un paterno e un materno non riferito semplicemente a dei modelli di padre e madre ma a modelli più ampi. E comunque mi rimane la questione sul materno negativo".


Luisa Muraro racconta di un suo studente - lavoratore sposato che, discutendo su questi temi, ha narrato di come sua moglie abbia acquisito le competenze materne semplicemente restando incinta

"Rispetto come era prima, cioè più di tanto non ne sapeva - diceva lo studente -, è diventata, nel giro di nove mesi, una madre: sapeva tutto e si muoveva bene. Io invece sto imparando piano piano."

"Non ci vuole un modello per essere madre - continua Luisa -: ci vuole un desiderio di esserlo e poi il resto viene. Il rapporto tra una donna e sua madre spesso è non buono o comunque ha delle ombre terribili anche terribilissime. Sono i maschi che devono avere un modello per la paternità. Per diventare madre, mia madre mi ha inconraggiato ma una madre può anche non incoraggiare la figlia nella maternità e questo crea dei problemi, non occorrono modelli, madre si diventa, sono i bambini, i neonati il feto, la situazione che ci fa diventare madri. Poi naturalmente c'è l'arte, Antonello da Messina, ci sono le poesie, c'è tanta cultura che ci fa diventare madri, ed è anche il desiderio di paternità dell'uomo che ci è vicino. E' così che si diventa madri, non con modelli. Invece padri sì, si diventa con dei modelli. Mio figlio non ha avuto il padre vicino e continuava a dirmelo, lui si è sempre crucciato soprattutto perchè vedeva riprodursi un vuoto lì tra lui e i suoi figli maschi".

lunedì 5 maggio 2008

IL RICHIAMO DELL'OMBRA

Piu' di 150 anni fa la filosofia ci ammoniva:


    "l'uomo ricco e' ad un tempo l'uomo che ha bisogno di una totalita' di manifestazioni di vita umana, l'uomo in cui la sua propria realizzazione esiste come necessita' interna, come bisogno" (nota 1).

La propria realizzazione.

E' su questo semplice aggettivo che si gioca la nostra vita.

 


In certi momenti critici dell'esistenza individuale questa influenza degli archetipi sull'Io diviene molto potente e le immagini archetipiche si possono fare riconoscibili, ad esempio, attraverso certi sogni che danno alla crisi una configurazione immaginativa personale, quasi il carattere di un mito individuale:


    "questi sogni si verificano spesso nei momenti o periodi decisivi della vita: nell'infanzia, dal terzo al sesto anno di vita; nella puberta', dai quattordici ai sedici anni; nel periodo di maturazione, dai venti ai venticinque anni; nell'eta' media, dai trentacinque ai quaranta; e prima della morte.

    Essi fanno la loro comparsa anche in situazioni particolarmente importanti psicologicamente.

    Sembra che questi sogni vengano principalmente in momenti o periodi in cui l'uomo dell'antichita' o il primitivo avrebbero ritenuto necessario eseguire certi riti religiosi o magici, per ottenere in tal modo risultati positivi o per impetrare il favore degli dei
    (nota 2)."

 


La trasformazione individuale che la situazione impone, richiede il sacrificio dell'attuale identita', e questo sacrificio puo' avere conseguenze diverse a seconda che sia rifiutato e contrastato o assecondato e investito di senso.

Cosi' si può dire che l'indebolimento della coscienza, l'attenzione alle immagini emergenti possono svolgere il ruolo di un rito di iniziazione–passaggio.

Un rito che puo' essere celebrato, ad esempio, anche attraverso l'analisi.

Come in ogni rito di iniziazione–passaggio, il protagonista e' un eroe, o un aspirante tale, e cosi' ecco che il "ciclo dell'eroe" deve essere nuovamente ripercorso, con nuove separazioni, nuove prove, nuovi tesori.

Chi fosse interessato puo' cercare il teso di J. Campbell "L'eroe dai mille volti" (Feltrinelli, Milano, 1958), molto interessante quanto introvabile.


Questo processo inizia generalmente con una lacerazione della personalita' e con la sofferenza che ne consegue.

Questo turbamento iniziale costituisce una sorta di "chiamata", anche se non sempre ci si rende conto di cio', ma, al contrario, l'Io si sente colpito nella sua volonta' o nei suoi desideri, e di solito proietta l'ostacolo nell'ambiente esterno, cioe' accusa Dio o la situazione economica, o il coniuge, e accolla a essi la responsabilita' di cio' che lo contrasta.


Queste costruzioni fittizie sono funzionali alla propria sopravvivenza poiche', se l'individuo accetta di "tradirsi", di nascondere a se stesso la propria intimita', la propria interiorita', ciò avviene perche' questo appare in quel momento l'unico sistema possibile per contenere le proprie tensioni interne.

Egli cosi' puo' convivere con questa forza negativa, regressiva, senza dare ascolto alla sua voce conturbante e perturbante che vuole indurre la coscienza a volgersi, a chinarsi, verso l'oscurita' da cui proviene.


Puo' anche darsi che, visto dall'esterno, il soggetto presenti un aspetto sereno, ma sotto la superficie soffre.

Magari di una noia mortale che rende tutto vuoto e privo di senso. Molti miti e racconti di fate descrivono simbolicamente questo grado iniziale del processo, quando parlano di un re che si ammala o diviene vecchio, oppure di una coppia regale sterile, o di un mostro che porta via dal regno tutte le donne, i bambini, i cavalli e tutta la ricchezza, o di un demone che impedisce all'esercito o alla nave del re di proseguire verso la meta, o dell'oscurita' che si estende sul regno, o di ogni sorta di catastrofe che arrivi ad affliggere il paese.


L'uomo in queste condizioni e', per restare nella metafora, come il sole che, raggiunto il suo apogeo, inizia l'ineluttabile discesa verso l'abisso da cui era sorto: la forza contro cui ha lottato fino a quel momento per affrontare le incombenze della vita, forza che si era col tempo indebolita e sembrava sconfitta, dimenticata, adesso, sara' l'eta', sara' la situazione del momento, riemerge nuovamente potente ad attirarlo verso le sorgenti un tempo abbandonate, e cosi:


    "si sviluppa una resistenza contro la tendenza al calo, in ispecie quando si sente che vi e' qualcosa in se stessi che vorrebbe obbedire a questo movimento, giacche' a ragione si intuisce che ls sotto non vi e' nulla di buono, ma qualcosa di oscuro, di detestabile e di minaccioso.

    Si avverte uno slittamento e si comincia a combattere contro questa tendenza e a difendersi contro la montante oscura marea dell'inconscio e la sua seduzione a regredire, che si paluda ingannevolmente di sacrosanti ideali, princìpi e convincimenti.

    Volendo sostenersi all'altezza raggiunta, occorre fare uno sforzo continuo per mantenervi la propria coscienza e l'atteggiamento da essa assunto.

    Si fara' pero' l'esperienza che questa lotta encomiabile e apparentemente indispensabile porta con il trascorrere degli anni a un inaridimento e a una lignificazione interiori.

    I convincimenti divengono banalita' trite e ritrite, gli ideali rigide e inveterate abitudini e l'entusiasmo gesto automatico.

    La sorgente dell'acqua di vita fluisce ormai a gocce.

    Se non saremo noi ad avvedercene, sara' il prossimo a farlo, e cio' e' penoso.

    Solo che ci arrischiamo a gettare uno sguardo dentro di noi, non disgiunto eventualmente da uno slancio di rara onesta' per lo meno di fronte a noi stessi, potremo avere una vaga idea di tutti i bisogni, i desideri, le ansieta' che vi stanno ammassati - uno spettacolo tetro e ripugnante.

    [...] il daimon pero' ci precipita nell'abisso e fa di noi dei traditori di quelli che fino a quel momento erano stati i nostri ideali e i nostri piu' nobili convincimenti, anzi di cio' che noi presumevamo di essere.

    Questa e', a dirla schietta, una catastrofe, in quanto e' un sacrificio non voluto.

    Le cose pero' vanno diversamente quando il sacrificio e' volontario.

    In tal caso esso non significa piu' crollo, 'sovvertimento di tutti i valori', distruzione di tutto cio' che un tempo fu sacro, ma trasformazione e conservazione
    (nota 3)."

 


Trasformazione e conservazione, dunque.

L'individuo puo' accettare la sfida del proprio destino e affrontare il rischio del distacco da cio' che gli era caro e del "tradimento" di cio' in cui credeva:


    "Quando si abbandona tutto cio' che si e' costruito, per volgersi verso altri orizzonti, si da' ascolto a una voce maturata dentro di se'.

    Quello che a un osservatore esterno puo' apparire il risultato di coincidenze fortuite, e' invece il risultato di un lungo lavoro psicologico sulle proprie ferite, di una sofferta elaborazione delle problematiche interiori.

    Solo il paziente riandare alle immagini, ai complessi puo' consentire di udire la chiamata e di mutare il corso della propria vita.

    Coloro i quali sono riusciti a esprimere in modo creativo la loro dimensione interiore hanno sperimentato questo richiamo proveniente dalle profondita' dell'anima.

    Gauguin lascio' il suo lavoro di impiegato, la moglie, i figli per vivere in Polinesia, in quel mondo primitivo, naturale, incontaminato che aveva sempre sognato, e nel quale pote' esprimere la ricchezza delle sue immagini inconsce.

    Le magiche fanciulle dipinte nei suoi quadri, con i loro sorrisi, la naturale sensualita' del corpo, sono forse una delle piu' splendide immagini dell'Anima, dell'Eterno Femminino.

    Ma sono anche il sogno di un Eden del quale l'uomo conserva, dall'origine dei tempi, un nostalgico ricordo.

    Mentre il destino di Gauguin incarna il mito dell'europeo che fugge dalla civilta' alla ricerca di un paradiso personale, quello di Albert Schweitzer illustra una diversa modalita' di realizzazione personale.

    Dopo essere stato uno dei piu' grandi organisti d'Europa, dei piu' sensibili interpreti di Bach, a trent'anni decise di studiare medicina e di dedicare il resto della sua esistenza alla cura dei lebbrosi, nell'Africa equatoriale francese.

    Nel suo caso la chiamata si esprime attraverso una forma di pietas.

    Per ciascuno di noi il destino e' racchiuso in questo richiamo che pone di fronte a un bivio.

    Da una parte c'è la vita, l'autenticita', la capacita' di accogliere e rispettare le nostre piu' profonde esigenze, mentre dall'altra non si trova che la morte interiore, la sterilita', la paralisi.

    Soltanto chi ha avuto il coraggio di compiere una scelta decisiva, abbandonando un'esistenza divenuta ormai troppo angusta, soffocante e inadeguata, puo' aiutare gli altri a procedere nel cammino di individuazione.

    Lasciarsi dietro le vie conosciute per seguire una nuova strada ha in se' una tragica bellezza, racchiusa nel fatto che la meta non e' mai visibile.

    Cio' che conta e' il percorso.



    Si tratta a volte di decisioni difficili, poiche' non si ha mai la certezza che quella che stiamo per intraprendere sia la strada giusta, la nostra.

    In tali momenti e' possibile contare solo sull'intuizione avvertita.

    Quando ci si trova in questi momenti cruciali dell'esistenza, ci si accorge tristemente della propria solitudine.

    Non soltanto nessuno puo' aiutarci, indicandoci con chiarezza cio' che e' giusto fare, ma pare anzi che il mondo esterno ci ostacoli.

    Dobbiamo lottare contro la famiglia, contro chi ci sta accanto e vorrebbe, per pigrizia o egoismo, rinchiudere la nostra esistenza in schemi prestabiliti.

    Non sempre sono le nostre paure, i nostri dubbi, le incertezze a frenarci, poiche' la vera e piu' ardua lotta siamo spesso costretti a ingaggiarla con coloro che ci circondano, per i quali il nostro agire rappresenta un severo monito, un muto rimprovero.

    La nostra capacita' di trasformarci, rischiando tutto cio' che abbiamo costruito fino ad ora, costituisce una segreta accusa nei confronti della paura che li ha paralizzati, impedendo loro di ascoltare la voce dell'inconscio.

    L'ostilita', la sfiducia, l'ironia, con le quali vengono accolti i nostri tentativi, somigliano a volte a una sorta di silenzioso complotto, il cui scopo e' quello di impedirci di intraprendere la nuova scelta.

    Rispondendo a una voce interna, invece che a una scelta standardizzata, per la prima volta ci comportiamo da individui che si distaccano dai parametri del collettivo, per obbedire solo alla voce interiore.

    Dal momento in cui nasciamo veniamo eterodiretti, dapprima dai progetti dei nostri genitori, poi da quelli dell'ambiente in cui viviamo.

    Soltanto quando operiamo delle scelte personali diventiamo autodiretti.

    Nell'immaginario collettivo questa capacita' di auto–dirigersi, di essere responsabili delle proprie decisioni, e' raffigurata dal mito di Ulisse.

    Nei dieci anni del suo peregrinare, egli incontra e ama delle creature bellissime: ninfe, maghe, o donne mortali.

    Ma deve sempre abbandonarle, per seguire il suo destino, quel richiamo inconscio, personificato da Ermes.

    Ulisse e' la perfetta incarnazione dell'uomo spinto dal suo demone interiore, quel demone che costringe l'individuo creativo a seguire sempre la propria strada, rimanendo fedele a se stesso, nonostante il dolore arrecato a se' e agli altri.

    Troncare gli affetti, voltare le spalle al mondo che noi abbiamo costruito, e' terribile, perche' non abbiamo nessun altra giustificazione, all'infuori della fedelta' a noi stessi.

    Tale modalita' di agire equivale al tradimento.

    Cio' che io tradisco, voltandogli le spalle, e' il collettivo.

    Si capisce allora come in tali situazioni si venga assaliti dai rimorsi, dai dubbi, dai sensi di colpa
    (nota 4)."

Tradire va inteso dunque in questo contesto come il liberarsi dai lacci e dai vincoli che, sotto la maschera della fedelta' e della coerenza, nascondono il volto del conformismo e della paura di cambiare ed emanciparsi.

Incontrare se stessi non e' pero', come tutti sappiamo, ne' un’operazione facile ne' un'esperienza piacevole, anzi buona parte delle nostre energie le spendiamo ad allontanare dai nostri occhi lo specchio che ci mostrerebbe la nostra vera immagine.

Ma la vita spesso ci pone l'obbligo di non volgere piu' altrove lo sguardo e affrontare il confronto con noi stessi.


    "Chi guarda nello "specchio" dell'acqua vede per prima cosa, e' vero, la propria immagine.

    Chi va verso se' stesso rischia l'incontro con se' stesso.

    Lo specchio non lusinga; mostra fedelmente quel che in lui si riflette, e cioe' quel volto che non mostriamo mai al mondo, perche' lo veliamo per mezzo della Persona, la maschera dell'attore.

    Ma dietro la maschera c'e' lo specchio che mostra il vero volto.

    Questa e' la prima prova di coraggio da affrontare sulla via interiore, una prova che basta a far desistere, spaventata, la maggioranza degli uomini.

    Infatti l'incontro con se' stessi e' una delle esperienze piu' sgradevoli, alle quali si sfugge proiettando tutto cio' che e' negativo sul mondo circostante.

    Chi e' in condizione di vedere la propria Ombra e di sopportarne la conoscenza ha gia' assolto una piccola parte del compito: ha perlomeno fatto affiorare "l'inconscio personale".

    Ma l'Ombra e' parte viva della personalita' e vuole vivere con lei sotto qualche forma.

    Non e' possibile impedirle di esistere con argomenti, ne' con altrettanti argomenti la si puo' rendere anodina.

    Questo problema e' estremamente difficile poiche' non soltanto mette in causa l'uomo intero, ma gli ricorda al tempo stesso la sua miseria e la sua incapacita'.

     


    Le nature forti - o dovremmo piuttosto dire deboli? - non amano sentirsi porre questo problema; preferiscono quindi escogitare un qualche eroico "al di la' del bene e del male", e tagliano il nodo gordiano invece di scioglierlo.

    Ma presto o tardi il conto deve essere saldato e siamo costretti a confessare a noi stessi che esistono problemi assolutamente insolubili con i nostri soli mezzi.

    Una simile ammissione, che ha il vantaggio di essere onesta, sincera e reale, permette di porre la base di una reazione compensatoria dell'inconscio collettivo; ecco che adesso ci sentiamo inclinati a prestare orecchio a un'idea utile o a percepire pensieri cui prima non permettevamo di formularsi.

    Faremo magari attenzione ai sogni che si presentano in quei momenti o rifletteremo a certi fatti che ci accadono proprio allora.

    Se si assume una simile posizione, forze soccorritrici che sonnecchiano nella natura umana piu' profonda si destano e intervengono, poiche' miseria e debolezza sono l'esperienza eterna e l'eterno problema dell'umanita', al quale esiste anche un'eterna risposta; altrimenti l'uomo sarebbe gia' da tempo perito.

    Quando si e' fatto tutto quello che si poteva fare, non rimane altro che quello che si potrebbe ancora fare, se si sapesse.

    Ma quanto sa di se' stesso l'uomo?

    A quel che ci dice l'esperienza, ben poco. Percio' rimane ancora molto spazio per l'inconscio. [...] L'incontro con se' stessi significa anzitutto l'incontro con la propria Ombra.

    L'Ombra e', in verita', come una gola montana, una porta angusta la cui stretta non e' risparmiata a chiunque scenda alla profonda sorgente (nota 5)."



Rispondere alla chiamata del Daimon, tradire la propria appartenenza, andare incontro a se stessi, al contrario della maggior parte delle persone per le quali il lato oscuro della personalita' rimane al livello inconscio, rendersi conto inevitabilmente che l'Ombra esiste, ma anche che puo' essere una risorsa.

In altre parole, prima che l'Io possa affermarsi e' necessario che esso riesca a dominare e ad assimilare l'Ombra, che proceda verso l'individuazione. "Hai cercato il carico piu' pesante e trovasti te stesso!" grida Nietzsche: il drago che l'eroe deve affrontare e' accucciato dentro la sua armatura.


L'atto eroico consiste dunque prima di tutto nel rispondere alla chiamata del proprio Daimon, del proprio centro interiore, cioe' nel riconoscere e accettare il richiamo del proprio profondo, del proprio inconscio, che e' come il richiamo di un tesoro seppellito, affondato, e' il grido d'aiuto di parti di noi che vogliono venire alla luce, alla coscienza, che vogliono "vivere con noi". Perche' sono noi.

Cosi come l'eroe si avventura nel mondo sconosciuto e pieno di insidie mortali, l'io "sprofonda" nelle tortuose viscere della sua natura.


L'eroe riesce nel suo intento rinascendo.

Per far cio' deve penetrare in fondo alle sue origini e venire nuovamente alla luce (Campbell), deve penetrare nell'inconscio divoratore, deve subire la trasformazione che lo fa accedere alla sua vera natura e lo fa rinascere come un "altro".

Egli rinasce qualitativamente diverso da come era, la trasformazione che subisce nel combattimento col drago lo glorifica, lo trasfigura, lo divinizza.

Solo l'Io-eroe riesce a vincere la paura che l'inconscio-drago incute.

Vincere il potere dell'inconscio uroborico che non permette il distacco da se', il raggiungimento di un'adeguata autonomia psicologica, di una propria, libera realizzazione.


Note

1) K. Marx, Manoscritti economico–filosofici del 1844, Einaudi, Torino, 1968, III manoscritto p. 123, cit. - A. Carotenuto, Senso e contenuto della psicologia analitica, Bollati Boringhieri, Torino, 1990, p. 36

2) C.G. Jung, Psicogenesi della schizofrenia, in Opere, vol. III, Psicogenesi delle malattie mentali, Boringhieri, Torino, 1971, p. 254

3) C.G. Jung, Simboli della Trasformazione, in Opere, vol. V, Boringhieri, Torino, 1970, pp. 348-349

4) A. Carotenuto, La chiamata del daimon, Bompiani, Milano, pp. 144-145

5) C.G. Jung, Gli archetipi dell’inconscio collettivo, Bollati Boringhieri, Torino, 1998, pp. 38-40






Enrico Palumbo

Jung: l'individuazione

La complessità dell’essere umano per Jung non si riduce alle due dimensioni della coscienza e dell’inconscio. Nell’ottica junghiano, quello della personalità è un teatro sul cui palcoscenico compaiono molti attori. La Persona, in primo luogo. La parola persona in latino indica, appunto, la maschera che gli attori portavano sul palcoscenico e che caratterizzava il personaggio. Persona è, appunto, la maschera che indossiamo quotidianamente, il lato della nostra personalità che mostriamo agli altri, tutto ciò che noi siamo in relazione ai diversi ambienti in cui ci troviamo a vivere. La Persona rappresenta, in altri termini, il nostro lato esteriore. Il nostro lato interiore, intimo, sentimentale invece è rappresentato dall’Anima. In un uomo, l’Anima è anche il lato femminile. Per Jung, infatti, non esiste nulla che sia puro, privo dei segni del suo contrario, e ciò vale anche per la personalità. Un uomo porta in sé qualcosa di femminile, così come la donna ha in sé un lato maschile. Il simbolo cinese, ben noto, dello yin e dello yang (che rappresenta un cerchio diviso in una parte bianca e una nera, ma con un punto bianco nella parte nera e uno nero nella parte bianca) rappresenta alla perfezione questa complementarità di maschile e femminile. E se il femminile nell’uomo è l’Anima, il maschile nella donna è l’Animus. L’Anima porta l’uomo a quelle idealizzazioni della figura femminile che sono così frequenti nella letteratura, ma anche nei miti e nelle leggende, ma anche nella vita quotidiana. L’uomo privo di un rapporto corretto con la propria Anima proietta sulla donna una immagine che in realtà é interiore, esponendosi a delusioni facilmente immaginabili. La donna è spinta dal suo lato maschile, l’Animus, verso la figura dell’eroe, così frequente nei suoi sogni e nel suo immaginario. Nella vita quotidiana, può essere alla base della scelta di un uomo molto più anziano o che, per il ruolo sociale, si ritiene dotato di qualche prestigio particolare. Anche in questo caso un rapporto poco sereno con l’Animus può causare non pochi problemi.

Un attore inquietante che compare sul palcoscenico della personalità – e che, a dire il vero, si vorrebbe lasciare dietro le quinte – è l’Ombra. Essa rappresenta il lato negativo della nostra personalità, il nostro Mr Hyde, quell’insieme di tendenze, di inclinazioni, di desideri che ci spaventerebbero se ne divenissimo coscienti. Ognuno, volendo, può rendersi conto di questi aspetti della sua personalità. L’atteggiamento più saggio non è il rifiuto, che comporta il rischio di far vivere all’Ombra una vita autonoma, ma l’integrazione dell’Ombra nel resto della personalità, come un attore poco piacevole ma il cui ruolo è indispensabile per la buona riuscita della rappresentazione.

L’Io, l’attore che rappresenta la nostra coscienza, non è dunque che un attore tra gli altri. In altri termini, noi non siamo solo la nostra coscienza. Siamo una molteplicità di elementi, spesso in conflitto tra di loro, ma che è anche possibile armonizzare ed equilibrare, proprio come gli attori su un palcoscenico possono essere guidati da un regista. Il Sé (Selbst in tedesco) rappresenta questa armonia raggiunta tra i diversi attori della nostra personalità. Non è un elemento psichico come gli altri, ma rappresenta una meta, qualcosa che l’uomo deve sforzarsi di raggiungere durante tutta la sua vita. Il processo con il quale l’uomo realizza il Sé, trovando un equilibrio tra tutti gli elementi della sua personalità, è ciò che Jung chiama individuazione. Alla nascita, noi non abbiamo una personalità sicura, siamo parte del nostro ambiente. Lo sviluppo consiste in una progressiva affermazione della propria singolarità, che passa attraverso alcune tappe universali. In particolare, tra i trenta e i trentacinque anni avviene per Jung una svolta, con la quale si passa mandalanella seconda età della vita e si affrontano problemi fino ad allora sconosciuti. Una persona sana affronta il passare del tempo con serenità ed equilibrio, integrando quegli aspetti negativi che sono rappresentati dall’Ombra e, soprattutto, accettando la morte. Con la vecchiaia, l’uomo si volge verso la realtà interiore e conquista il suo inconscio, attingendo una profondità che è sconosciuta a tutte le altre età della vita. Quando ciò accade, una esistenza esprime una compiutezza che fa pensare ad una figura geometrica che al tempo stesso ha un profondo significato religioso: il mandala. I mandala sono figure artistiche che appartengono a diverse culture, ed in particolare a quella buddhista tibetana, e vengono usato come supporto per la meditazione. Rappresentano un cerchio al cui interno sono inscritti un quadrato e diverse figure. La circonferenza rappresenta il Sé, che armonizza e chiude gli elementi della personalità in una unità pacificata e pronta ad affrontare il proprio destino.

martedì 29 aprile 2008

Mistica, religione e psicoanalisi

di Tullio Carere-Comes



Commento a “La dimensione mistica nell’esperienza psicoanalitica”, di Salvatore Freni




Per chi conosce Salvatore Freni come uno psicoanalista impegnato in prima linea nella ricerca scientifica in psicoanalisi e psicoterapia, può essere una grande sorpresa ritrovarlo in prima linea anche nel campo opposto, quello della "Dimensione mistica nell'esperienza psicoanalitica". Soprattutto in un tempo in cui, come osserva lui stesso in questo lavoro, si profilano "nell'orizzonte psicoanalitico due linee di tendenza che tendono a divergere tra coloro che pensano alla psicoanalisi come pratica tecnico-professionale, tesa a conquistare il campo medico e psichiatrico assumendone il relativo linguaggio, e coloro che pensano alla psicoanalisi come la forma più alta di meditazione e consapevolezza laica, tesa a eludere la divisione sano/malato, il linguaggio clinico-nosografico per la sua valenza stigmatizzante e senza porsi tanto la questione di durata, efficacia e sua dimostrazione empiricamente fondata". Con il suo impegno sui due fronti, Freni testimonia della non inevitabilità di questa dicotomia, per chi è in grado di mantenere la tensione dialettica tra polo scientifico e polo mistico del campo psicoanalitico-psicoterapeutico (rispettivamente vertice K e vertice O, per usare le sigle di Bion, altro analista capace di muoversi tra i due poli senza fissarsi a nessuno dei due). Per inciso, si registra una discreta tendenza a riservare, in questa dicotomia, il termine "psicoterapia" al primo corno del dilemma, e quello di "psicoanalisi" al secondo: il mantenimento della tensione dialettica tra i due momenti avrebbe il non piccolo vantaggio secondario di superare anche questa dicotomia terminologica.



In questa ampia relazione, presentata al Centro Milanese di Psicoanalisi il 18 maggio 2000, si possono distinguere principalmente tre temi, tre fili conduttori che si intrecciano nel discorso di Freni: [1] la differenza tra mistica apofatica, o negativa, e mistica catafatica, o affermativa; [2] la differenza tra mistica e religione; [3] le affinità tra mistica e psicoanalisi. Vediamoli brevemente.



[1] La mistica apofatica, o negativa, è la mistica del distacco. Molto rappresentata in Oriente, ha nella tradizione platonica, e soprattutto in Plotino, il suo punto principale d'ingresso nel pensiero occidentale. La celebre esortazione plotiniana afele panta (abbandona tutto) è un invito ad abbandonare ogni possesso, ogni identità e ogni aggancio rassicurante al piano psicologico, un incoraggiamento a perdere tutto per trovare, in questo vuoto spinto alle estreme conseguenze, il vero fondamento dell'identità. Il vero io, insegnava Meister Eckart, altra pietra miliare nel cammino della mistica apofatica o dell'essenza, non è il piccolo io psicologico, quello con cui siamo soliti distinguerci da, e opporci a, ogni altro essere (non-io). L'io vero o essenziale è un io transpersonale, universale, spogliato di ogni accidentalità psicologica. Per contrasto, la mistica catafatica o affermativa "enfatizza la somiglianza che esiste tra Dio e le creature", e quindi "raccomanda l'uso di concetti, immagini e simboli come mezzi per contemplare Dio". Seguendo Vannini, forse il massimo studioso italiano di mistica, Freni considera solo la prima forma, quella negativa o apofatica, come la mistica autentica, realmente emancipata dal piano psicologico, essendo evidente nella seconda il bisogno di mantenere una serie di agganci e identificazioni con il piano psicologico-fenomenico. C'è da chiedersi, tuttavia, se un giudizio di autenticità/non autenticità sia il più pertinente per caratterizzare questa differenza. Indubbiamente solo la mistica apofatica è un processo di radicale superamento di ogni identificazione con tutto ciò che è accidentale. Tuttavia l'indicazione di un percorso esclusivamente negativo che enfatizzi unilateralmente il distacco sarebbe troppo severa, e di fatto impercorribile, per la quasi totalità dei ricercatori: che hanno invece bisogno, almeno in certi momenti o tratti del cammino, di utilizzare determinati concetti, simboli o immagini come punti di appoggio per la meditazione. La discriminante di autenticità riguarderebbe allora non tanto l'uso in sé di tali mezzi simbolici, quanto la consapevolezza o meno della loro funzione strumentale: semplici aiuti per la meditazione o la contemplazione, da utilizzare finché servono e abbandonare quando se ne può fare a meno (come raccomandava, per esempio, Teresa d'Avila). Quando la consapevolezza di tale strumentalità è perduta o comunque assente, si installa nella mente del meditante la convinzione dell'esistenza oggettiva di certi concetti o immagini, che vengono in tal modo appunto oggettivati o sostanzializzati. Per esempio il "nome del padre" evocato e invocato nella mistica catafatica, da significante di straordinaria pregnanza, forse ineludibile sulla via dell'accesso all'ordine simbolico, si trasforma in un significato dotato di esistenza metafisica, un "padre celeste" infinitamente potente e buono, eccetera. In questo "oblio dell'essere" (questo smarrimento in cui l'essere è oggettivato o sostanzializzato a ente, fosse anche "l'ente supremo") Heidegger ha correttamente visto l'origine della metafisica ontologica che da sempre affligge il pensiero dell'Occidente. Il giudizio di inautenticità dovrebbe pertanto essere riservato al procedimento segnato da questo oblio, piuttosto che alla mistica catafatica in sé.



[2] Dall'oblio dell'essere, con la metafisica ontologica che ne deriva, alla religione istituzionale il passo è breve. Molte volte è stata imputata a Freud l'incapacità di distinguere la mistica dalla religione. E' singolare il rapporto intrattenuto con questa tematica dal padre della psicoanalisi. Si direbbe che il bisogno di restare comunque in contatto con questa dimensione, per alcuni aspetti essenziali a lui inaccessibile, lo abbia spinto a cercare per tutta la vita la compagnia di uomini che gli permettessero di tener vivo questo confronto: da Jung a Pfister, da Binswanger a Rolland. A quest'ultimo confesserà nel 1931 che "non ho mai sentito la misteriosa attrazione da uomo a uomo così vivamente come nel Suo caso, forse ciò è collegato in qualche modo alla consapevolezza di tutte le nostre diversità". Sarà proprio Rolland a tentare ripetutamente di portare Freud a riconoscere la differenza tra l'istanza mistica, espressione del bisogno umano più profondo, e la religione, pratica sociale in cui l'autentico anelito spirituale è perduto e soffocato dall'appropriazione chiesastica. Ma invano. Freud non giungerà mai a vedere nella mistica qualcosa di diverso dalla religione, intese entrambe come un cedimento al richiamo regressivo dell'unione narcisistica con il seno o il ventre materno. Non che Freud non possa essere considerato lui stesso in un certo senso un mistico, e a buona ragione, come osserva Freni: egli "si pone in un atteggiamento di ritiro, negazione, distacco, sia nei confronti della maggioranza della società in cui vive in quanto rappresentante di una minoranza, sia rispetto alla minoranza di appartenenza rifiutando il legante fondamentale di tale minoranza, la religione, e mantenendo al contempo una grande apertura verso lo studio della scienza, dell'arte, della filosofia, dell'estetica, della religione stessa e del mito. Sarebbe una forzatura vedere già in questo atteggiamento fondativo un fulgido esempio di 'mistica dell'essenza o speculativa', quella stessa per cui Eckhart, Giovanni della Croce subirono processi…?". C'è in Freud una mistica implicita, che non diventa mai esplicita. O piuttosto un anelito mistico, che non si compie mai, perché manca il passaggio decisivo della fede, dell'affidamento al mistero o salto nel vuoto che è la caratteristica centrale ed essenziale di ogni mistica (passaggio che non mancherà in Bion, mistico a tutti gli effetti).



E tuttavia c'è tra mistica e religione una parentela che Freud, se pure solo in negativo, ha colto, mentre Rolland troppo recisamente ha negato. Lo specifico della religione è analizzato in un'opera di Luigi Giussani (Il senso religioso, Rizzoli, 1998), che cerca di dare una fondazione filosofica critica alla fede cristiana. Alla domanda su quale sia la struttura essenziale dell'essere umano, Giussani risponde come risposero i Presocratici al monito di Apollo: la struttura fondamentale dell'uomo è la finitezza, la creaturalità, la dipendenza. Il "conosci te stesso", infatti, era stato interpretato in un primo tempo come "uomo, riconosci il tuo essere mortale, abbandona la pretesa arrogante (hybris) di essere un dio". Ma l'uomo, nella sua finitezza, cerca naturalmente il suo compimento nell'infinito. Giustamente Giussani sottolinea il nesso necessario tra finito e infinito: il contingente non è pensabile senza il permanente, il divenire senza l'essere, il finito senza l'infinito. Il suo limite – il limite della religione che rappresenta, e probabilmente di ogni religione istituzionale – è quello di considerare la condizione di finitezza, di creaturalità dell'uomo, come la sua realtà ultima, piuttosto che come un momento della sua coscienza di sé, o della "fenomenologia dello spirito". Gli stessi Greci non si sono fermati alla risposta presocratica al monito di Apollo. Già con Socrate e Platone hanno dato una seconda risposta. Accettata la propria finitezza, quindi superata la fase dell'onnipotenza infantile, in cui crede di essere un dio, l'uomo procede oltre, scoprendo il nucleo infinito che sta nel profondo della sua anima finita, come il suo "vero io" (Beierwaltes, 1991). Nel primo momento, di riconoscimento della finitezza, egli supera l'illusione di essere eterno e infinito in quanto tale, nel suo io psicologico. Il superamento di questa fase mette le cose a posto, il finito e contingente è riconosciuto in quanto finito e contingente. Ma se questa riduzione fosse il punto d'arrivo della ricerca l'uomo si ritroverebbe alienato, cioè radicalmente e irrimediabilmente dipendente da un altro da sé. E dunque è necessario il passo successivo: la persona è finita, contingente, dipendente, ma il vero io, il nucleo più profondo dell'anima, è sovrapersonale, universale, infinito. Non pervenendo alla scoperta di quel nucleo – non essendo un mistico – Giussani vede sé stesso, e tutta l'umanità, al di qua della linea che separa il contingente dall'eterno, totalmente dipendente e impotente a varcare quella linea. A quel punto non gli resta che sperare in un intervento misericordioso che provenga dall'altra parte e lo salvi, e crede di trovarlo nella Rivelazione.



Se l'uomo potesse superare l'angoscia relativa alla percezione della sua finitezza scoprendo un nucleo infinito nel profondo della sua anima finita, non ci sarebbe bisogno di alcuna rivelazione, né di alcuna mediazione chiesastica: il che spiega la costante diffidenza della religione verso la mistica. Ma la comprensione della religione come prima fase di un cammino che riconduce l'uomo a sé stesso, se da un lato le sottrae il ruolo di guida spirituale dell'umanità che essa si attribuisce, dall'altro le restituisce un valore parziale ma non illusorio, forse necessario per chiunque non sia pronto al passo ulteriore. Vedere nella religione non semplicemente un errore e un'illusione (come certamente è, nel momento in cui si ritiene depositaria di un sapere assoluto), e quindi in antitesi inconciliabile con la mistica, ma come un primo momento nella dialettica della conoscenza di sé (in quanto tale non alienato né alienante, se non si pone come assoluto), permette di gettare uno sguardo più comprensivo sul fenomeno religioso in generale. Non soltanto sulla religione propriamente detta, ma anche sui fenomeni di trasformazione chiesastica che interessano in modo massiccio le stesse istituzioni psicoanalitiche, con tutto il corredo di santificazione del fondatore, testi sacri, rituali, liturgie, scomuniche, guerre di religione che caratterizza le chiese psicoanalitiche, non diversamente da ogni altra. Nel bene e nel male, l'uomo ha bisogno di religione: lo conferma la psicoanalisi assumendo su di sé molti tratti di quell'illusione che ha creduto di smascherare. E' un bisogno che non si supera rimuovendolo, ma portando a compimento quel processo di cui ogni religione rappresenta un primo momento.



[3] Per non fermarsi al momento chiesastico, o non regredire ad esso, la psicoanalisi, e in generale la psicoterapia, debbono ricollegarsi all'ispirazione mistica che, come Freni mostra, è implicita sin dall'inizio nell'impianto della psicoanalisi, ma può diventare esplicita ed essere consapevolmente assunta solo nel momento in cui, venendo meno l'egemonia del paradigma classico unipersonale, si affermano i nuovi paradigmi bi-pluri-personale, intersoggettivo, transpersonale, di campo gruppale, ecc. Questo sviluppo è ora dunque possibile, ma perché è anche necessario?



La formula più concisa della mistica è la bioniana F in O, fede nel noumeno, nell'ignoto, o nel fondamento inconoscibile di ogni conoscenza. Che cosa accade, se manca questa fede? Accade che il terapeuta, non potendo soggiornare nel vuoto, deve aggrapparsi a un pieno: a una teoria, una tecnica, un setting, una scuola, un'istituzione, un paradigma… Le teorie e le tecniche, le idee e le strutture, tutte cose naturalmente necessarie, cessano di essere strumenti del mestiere per trasformarsi in mezzi di identificazione e di potere. Il terapeuta non può privarsene, non può distaccarsene, perché gli mancherebbe il terreno sotto i piedi e cascherebbe nel vuoto: un vuoto che non può tollerare, perché terribilmente minaccioso per il suo assetto mentale, "finché F in O non è stata istituita" (Bion,1970). La conseguenza di questa identificazione di ciascuno con il proprio apparato teorico-tecnico è che il dialogo è impossibile. E' possibile comunicare con chi condivide lo stesso paradigma, ma un vero dialogo presuppone la capacità di sospendere i propri presupposti per ascoltare l'altro: altrimenti si sente solo quello che li conferma. Non è possibile, senza questa sospensione, dialogare con i colleghi, ma nemmeno con i pazienti: che potranno essere curati, secondo il modello medico, o indottrinati, secondo il modello chiesastico, ma non realmente ascoltati. Si somministreranno trattamenti o saperi, ma una vera terapia, fondata su un vero dialogo, non può esistere con queste premesse.



Se questo è vero, la "dimensione mistica" non è solo un aspetto della relazione psicoanalitica che può essere particolarmente sviluppato in alcuni autori (come Winnicott, Bion e Lacan, di cui Freni propone un'analisi comparata) e del tutto assente in altri; o un settore del campo della psicoterapia, coltivato da alcune scuole e ignorato da altre. Essendo piuttosto il luogo (o, si dovrebbe dire, il non-luogo) del fondamento ateoretico di ogni teoria, o del logos di ogni dialogo, è la possibilità stessa di ogni comunicazione non manipolativa. Senza questo fondamento, infatti, non si vede come il parlante possa evitare di restare rinchiuso nei propri presupposti, e come possa affrancarsi dalla necessità di imporli agli altri. In conclusione, nella mistica si può certo vedere una dimensione dell'esperienza psicoanalitica, come felicemente propone Freni: ma oltre a questa si può intuire un intero orizzonte, quello al cui interno deve collocarsi ogni pratica psicoanalitica o psicoterapeutica che voglia essere realmente dialogica e euristica, e non stereotipata e manipolativa.

lunedì 28 aprile 2008

Autoconsapevolezza riflessiva e moltitudine esistenziale.

di Claudio Arnetoli


Vorrei iniziare la discussione sottolineando che questo lavoro di Aron si situa all’interno di un pensiero in evoluzione in cui sono centrali il tema della relazione, il concetto di mutualità tra analista e paziente, concetto che non va confuso con quello di simmetria e uguaglianza, il tema della dialettica tra mutualità e autonomia nella relazione analitica, e quello dell’esperienza che il paziente fa della soggettività dell’analista(1996)


Questo cammino teorico ha portato Aron ad interrogarsi sulla interazione tra mondo del paziente e quello dell’analista e sulla specificità del ruolo dell’analista pur all’interno di una situazione di mutua condivisione. Le considerazioni sulla inevitabile asimmetria tra analista e paziente, hanno richiesto una riflessione sulla specificità del lavoro dell’analista, sulle caratteristiche che rendono l’analista tale e cioè sul fatto che è portatore di teorie specifiche e che appartiene ad una comunità di analisti, comunità che ha una storia fatta di uomini, relazioni e teorie. Questo percorso ha condotto Aron a riprendere e utilizzare il concetto di terzo che è per lui rappresentato dalla Psicoanalisi stessa intesa in senso ampio, sia come teoria, complesso di teorie e comunità professionale (Aron 1998).


Il lavoro su cui stiamo oggi riflettendo insieme, è lo sviluppo di due linee di pensiero: la prima è quella appunto su una rivisitazione e riformulazione del concetto di terzo, la seconda è stata elaborata nel primo capitolo del libro "Relational Respectives on body" che Lewis Aron ha curato insieme a Francis S. Anderson. Questo capitolo intitolato "The Clinical body on the Reflexive Mind", è un lavoro del 1998 in cui è centrale la riflessione sul ruolo del corpo nel progetto analitico e nello sviluppo della funzione autoriflessiva della mente e nel quale viene introdotta la definizione di autoconsapevolezza riflessiva con cui ci stiamo confrontando.


La novità del presente lavoro mi sembra che stia proprio nella integrazione del saggio sul terzo e la teoria psicoanalitica con quello sul corpo e l’autoriflessione.


All’interno di questo pensiero proverò a seguire alcune linee e le mie scelte saranno inevitabilmente parziali e soggettive.


Lewis Aron definisce l’Autoconsapevolezza riflessiva come una funzione intellettuale esperienziale e affettiva che si sviluppa all’interno della matrice relazionale (Mitchell, 1988) e di un processo intrinsecamente intersoggettivo. La reflexive self-awareness viene definita come la capacità di mantenere la tensione tra varie e opposte esperienze e rappresentazioni di Sé, sentite come contraddittorie e non conciliabili. Innanzitutto tra l’esperienza di Sé come soggetto e quella di Sé come oggetto. Il termine autocoscienza, o autoconsapevolezza, è utilizzato da Aron per indicarne sia gli aspetti cognitivi che quelli esperienziali ed affettivi. L’autoconsapevolezza riflessiva è quella capacità che permette di integrare le funzioni osservative con quelle affettive ed esperienziali, di connettere quindi pensiero ed affettività, mente e corpo.


Nel costruire questo concetto Aron fa un lavoro di integrazione di idee diverse di obbiettivi e di piani logici differenti.


Il dato da cui parte è quello della molteplicità. Nessuna delle cose che prende in esame nel suo processo di integrazione teorica è riducibile a unicità: l’azione terapeutica dell’analisi è dovuta ad un insieme di fattori e per comprenderla è necessario costruire un modello che tenga conto sia dei fattori intrapsichici che di quelli intersoggettivi e della loro mutua interazione. Vari e molteplici sono inoltre i modi di esperire se stessi e l’altro e molteplici sono le configurazioni del Sé. La stessa teoria psicoanalitica è fatta di apporti diversi e la psicoanalisi non può fare a meno di apporti da altre discipline.


Vorrei mettere in guardia da una interpretazione superficiale e parziale del concetto di autoconsapevolezza riflessiva.


Tale termine, che suggerisce un ruolo importante dei processi di coscienza, va inquadrato all’interno di quel filone di pensiero che ha posto il Sé al centro della teoria e della pratica psicoanalitica. Gli studi più recenti di Infant Research e di Teoria della mente hanno portato in primo piano il ruolo dei sensi del Sé nello strutturare il Sé dell’individuo. Tali sensi del Sé, di un Sé emergente ad esempio, di un Sé agente, di un Sé storico eccetera, sono sempre di più pensati come estremamente precoci nello sviluppo infantile. Non si tratta ancora di autocoscienza, ma si tratta certamente di coscienza (D.Stern, 1985).


Lo sviluppo delle funzioni propriamente riflessive avviene nel tempo. In ogni caso, ponendo il Sé al centro della riflessione psicoanalitica si è progressivamente rivalutato il ruolo del mondo esperienziale e cioè della coscienza come fonte di emozioni precipuamente umane.


Non bisogna però, confondere coscienza con autoconsapevolezza, la quale è solo un aspetto della coscienza; né bisogna confondere la autoconsapevolezza in senso intellettuale con la reflexive self-awareness di Aron. Quando Aron dice che la psicoanalisi pone al centro del suo metodo terapeutico lo sviluppo della autoriflessione non intende ‘rendere conscio l’inconscio’, non intende cioè soltanto lo sviluppo di una autoriflessione cosciente, la quale è solo un aspetto del processo analitico. Aron intende, come già detto, " un processo di integrazione,sia intellettuale che emotivo [che] implica l’ attività mentale conscia e inconscia, utilizza rappresentazioni simboliche, iconiche e di messa in atto [enactive representations]". Questa definizione afferma esplicitamente che la funzione autoriflessiva è vista come una funzione sintetica, integrativa tra vari sistemi e modalità di percezione, integrativa di espressione intellettiva e affettiva. Non per niente Aron riprende il concetto di funzione trascende di Jung. Si tratta quindi di un processo di mentalizzazione, e qui Aron utilizza la terminologia di Fonagy e di Mary Target, in cui l’intelligenza del sistema mente si rivela, così come ci suggeriscono gli studi più avanzati di Teoria della mente, molto più ricca e profonda di quanto possano proporre visioni unilaterali.


Il sistema mente è capace, e tale capacità può essere favorita e aumentata, di elaborazioni consce e inconsce, che favoriscono il superamento di stati dissociativi, la creazione di legami intramodulari e intermodulari e che permettono nuovi comportamenti ed esperienze affettive, aumentando la creatività del sistema. Secondo Aron, dopo la fine di una analisi, " se da una parte non tutti possono impegnarsi deliberatamente in un qualche tipo di autoanalisi sistematica, possono però aver molto migliorato il funzionamento autoriflessivo fondandolo su una intercomunicazione molto maggiore tra i loro Sé multipli, così come pure su un’ accresciuta capacità di mantenere la tensione nella relazione con gli altri sia in qualità di soggetti sia in qualità di oggetti.


Aron nella definizione di questa funzione mentale di integrazione pone quindi un’enfasi particolare su due aspetti: l’essere essa collegata in maniera stretta sia alla soggettività che alla relazionalità.


Questa esperienza di integrazione secondo Aron si focalizza in modo particolare su una particolare esperienza del Sé. "Uso il termine tecnico di self-reflexivity in un modo molto specifico per riferirmi alla capacità mentale di muoversi avanti e indietro e di mantenere la tensione tra una visione del Sé come soggetto e una visione del Sé come oggetto" (p.5, Reletional Perspectives on the Body). Aron è sulle tracce di James e, a me sembra, di quelle della Psicologia umanistica inaugurata da Maslow (1954, 1968), della Personologia di Murray (1938, 1964) e della tradizione umanistica della Psicoanalisi americana. Penso in particolare a Rollo May un grande teorico e psicoanalista del William Alanson White Institute, l’Istituto degli Interpersonalisti americani, che nel 1967 scriveva nell’introduzione al suo libro ‘Psicologia e dilemma umano’ (p. 15): "Il dilemma umano è quello che insorge dalla capacità dell’uomo di sperimentare se stesso tanto come oggetto quanto come soggetto alla stesso tempo". Una esperienza del Sé contraddittoria, sconcertante e fonte di angoscia, che Rollo May pone al centro della sua ricerca teorica e della pratica psicoanalitica.


I contributi dei teorici dell’Intersoggettività, e penso a R. Stolorow, G. Atwood, Donna Orange, Brandchaft, Lachmann, Beebe, J. Benjamin e allo stesso Aron, mi sembra che si alimentino di questa tradizione e che insieme vadano a irrobustirla. E’ una tradizione quella dello studio della soggettività che in Europa sembra aver riguardato, a parte i contributi della Psichiatria fenomenologica e la teoria lacaniana, più la ricerca filosofica che quella psicoanalitica.


Riepilogando: il cammino che la psicoanalisi ha fatto occupandosi delle esperienze umane l’ ha condotta a focalizzarsi su ciò che esiste di più precipuamente umano in tale esperienza, il Sé, e quindi sui sensi del Sé, ovvero sulla coscienza e sulle emozioni che derivano, ad un secondo livello, dal fatto di possedere una coscienza. Ciò ha portato a dover riformulare vasti aspetti della teoria e della pratica psicoanalitica dal vertice del Sé, e ad occuparsi di quelle vicissitudini chiamate usualmente narcisistiche; ad occuparsi delle matrici relazionali in cui tali esperienze avvengono e della soggettività quale dato ineliminabile della condizione e della interazione umana.


Ma come si collegano tra di loro coscienza, autoconsapevolezza riflessiva, soggetto, oggetto e il concetto di Terzo?


L’uso che Aron fa del concetto di reflexive self-awareness, contiene sia quelli di coscienza che di autoconsapevolezza come momenti di partenza, di evoluzione e costruzione di una più ampia capacità di integrazione mentale, una evoluzione che è possibile solo all’interno di contesti relazionali in cui sia in gioco la soggettività di coloro che partecipano alla relazione.


Dalla coscienza scaturisce l’esperienza che il soggetto fa dei suoi stati affettivi e degli stati affettivi dell’altro, all’interno di situazioni interattive dalle quali nascono pattern che vengono interiorizzati sotto forma di schemi procedurali ideo-affettivi (RIG di Stern, Principi organizzatori di Stolorow etc.) .Ma il mondo esperienziale si complessizza. Nel gioco delle risonanze, dei rispecchiamenti, delle validazioni, della sintonizzazione, delle comprensioni e delle rotture empatiche, procede quel processo che Peter Fonagy chiama di mentalizzazione.


Afferma J. Benjamin (1996, p. 22): "Quale è la differenza apportata dall’altro, l’altro realmente percepito come esterno, distinto dal nostro campo di operazioni mentali? Non c’è forse una differenza radicale tra l’esperienza dell’altro percepita come esterno al Sé rispetto all’esperienza con un oggetto inteso in senso soggettivo?". Dice inoltre: "Io sostengo che le due dimensioni dell’esperienza con l’oggetto ‘altro’ sono complementari, anche se talvolta si pongono in una relazione di opposizione. Considerando entrambe le dimensioni possiamo realizzare l’intento delle teorie relazionali: tener conto sia degli affetti pervasivi delle relazioni umane sullo sviluppo psichico, sia degli affetti ugualmente ubiqui del meccanismo psichico interno e della fantasia nel modellare la vita e l’interazione psicologica" (ibidem, pag. 23). Fin qui la Benjamin.


Riflettiamo a quale cammino abbia fatto la psicoanalisi dai suoi primordi. La posizione teorica iniziale rispetto alla relazione analista paziente, era quella di mettere il paziente in relazione ad un analista che fosse il meno soggetto possibile. Un analista che fosse anonimo, portatore di una tecnica e di uno stile terapeutici il più possibile standardizzati e oggettivi. Tale posizione era la logica conseguenza di una concezione fondamentalmente positivista e monopersonale della mente umana e del suo sviluppo. Si è ora arrivati alla posizione opposta, alla valorizzazione della soggettività dell’analista e ad una concezione intersoggettiva della relazione analitica.


Dice ancora J. Benjamin: "L’intersoggettività…si riferisce a quella zona di esperienza o di teoria in cui l’altro non è soltanto l’oggetto di un bisogno o dell’impulso dell’Io, o del suo riconoscimento o percezione, ma un centro di Sé separato ed equivalente. La teoria intersoggettiva postula che l’altro debba essere riconosciuto come altro soggetto perché il Sé possa sperimentare la propria soggettività in presenza dell’altro" (Ibidem, p. 23). Affinché ci si possa sperimentare come soggetti è quindi necessario sperimentare l’altro come soggetto. In ciò mi sembra che si vada oltre il problema della soggettività intesa come capacità evolutiva di arrivare a riconoscere l’altro come soggetto. Stolorow ed Atwood sottolineano che una relazione è intersoggettiva indipendentemente dalla capacità di riconoscere la soggettività dell’altro.


Pur tuttavia la capacità di un membro del sistema di riconoscere l’altro come soggetto aiuta a sperimentare la propria soggettività e viceversa. Come dire che una mamma la quale riconosca da subito lo statuto di soggetto del suo neonato, si può sperimentare come soggetto e aiutare l’altro a sviluppare sia la sua che la di lei soggettività. Quindi la funzione dell’altro non è indifferente. Per sperimentare l’altro come soggetto serve il suo contributo alla relazione. Si deve poter sperimentare l’altro come centro autonomo di movimento, di iniziativa, di volontà e di intenzioni indipendenti, come centro autonomo di coscienza e di pensiero per quanto rudimentali ancora possano essere.


E ad un certo momento avviene l’incontro con la percezione che l’altro ha della sua propria soggettività, un momento in cui si incontrano i problemi dello sviluppo del Sé con quelli delle più generali funzioni della mente, in modo particolare con lo sviluppo delle capacità di pensiero, quelle capacità di mentalizzazione di cui parlano Fonagy e Mary Target.


Secondo Fonagy la capacità di mentalizzare è "la capacità di concepire stati mentali consci e inconsci in sé stessi e negli altri" (1991, p. 641). È una capacità che per Stern (1985) comincia a svilupparsi nel primo anno di vita e che, secondo Fonagy, si manifesta più pienamente tra i tre anni e mezzo e i quattro anni e mezzo per arrivare a maturazione intorno ai sei anni (Fonagy, ibidem). A questa età un bambino è in grado non solo di concepirsi come soggetto pensante, ma anche di attribuire credenze a un’altra persona e di pensare ai pensieri che un altro ha riguardo a una terza persona. Esce pienamente dal mondo diadico per entrare in quello triadico, multipersonale e di rete.. Si può sperimentare come soggetto, come oggetto di un altro, incluso o escluso dai pensieri dell’altro. Può sperimentare l’altro come oggetto dei suoi pensieri, come soggetto pensante, come qualcuno che lo include o lo esclude dai suoi pensieri. Può sperimentare un terzo come presente non solo nei suoi propri pensieri, ma come presente o assente dai pensieri dell’altro, e così via. È nato un gioco di soggettività in interazione cui corrisponde un complicato gioco di rispecchiamenti e riflessioni e un ancor più complesso di gioco di emozioni sperimentate dai soggetti in interazione.


Un momento cruciale mi sembra essere quello in cui il bambino sperimenta la possibilità di pensare ai pensieri che un altro ha riguardo ad una terza persona. Solo così io credo diviene per lui possibile rendersi pienamente conto che lui stesso possiede dei pensieri su una seconda persona. Si può pienamente rappresentare sé stesso che pensa ad un altro, rappresentandosi un altro che pensa ad un terzo. Scopre la soggettività di un altro scoprendo così la propria soggettività


Le linee di sviluppo del Sé e delle funzioni più generali della menteinsistono sulla stessa area, quella della relazione con l’altro e anche le conclusioni sembrano essere le stesse: per arrivare a sperimentare uno stato del Sé come soggetti e per arrivare a sperimentarsi come portatori di una vita mentale è necessario entrare in rapporto con l’altro che sperimenta sé stesso come soggetto e che rispecchia a noi la nostra soggettività. Questo perché l’altro che sperimenta sé come soggetto offre all’osservatore partecipe una visione ed una esperienza di una mente che funziona costruendo rappresentazioni, consapevole di creare rappresentazioni del mondo e non di creare il mondo. Rappresentazioni parziali e soggettive.


Diviene perciò fondamentale che un bambino che cresce e un paziente in analisi, facciano esperienza dell’altro portatore di un suo proprio mondo interno e che sperimentino la soggettività dell’altro, agente delle cure o analista che sia. Ciò è possibile pienamente solo se l’altro convalida al bambino o al paziente le percezioni che questi hanno della soggettività di madre o analista.


Concentrandosi sul rapporto analitico, Questo processo di mentalizzazione è favorito dalla consapevolezza che l’analista ha di essere in gioco con la sua soggettività, e tale consapevolezza comprende il fatto che l’analista abbia un rapporto saldo ma flessibile con le sue teorie professionali. La teoria psicoanalitica da un lato è parte della soggettività dell’analista, ma dall’altro costituisce quel terzo che è una parte integrante del gioco mentale.


La flessibilità teorica è tanto più possibile quanto più l’analista è consapevole anche del fatto che la soggettività è alla base non solo delle sue scelte teoriche ma anche della costruzione delle teorie che lui utilizza, consapevole quindi non solo della sua propria soggettività ma anche di quella degli autori che le hanno elaborate (Stolorow e Atwood,1979).


Io credo che quanto più noi siamo in grado di percepire dietro una teoria una mente, la quale concependo tale teoria fosse contemporaneamente consapevole della sua propria soggettività, tanto più possiamo sfuggire alla pretesa autoritaria di quella e di qualsiasi altra costruzione teorica.


Forse le teorie portano in sé anche le istruzioni per il loro uso, l’impronta più o meno chiara della consapevolezza degli autori della loro propria soggettività.


Le teorie sono quindi oggetti, strumenti di lavoro che provengono da soggetti e che vengono soggettivamente capite e utilizzate.


Vorrei avviarmi alla conclusione con alcune considerazioni sui problemi più generali che emergono dall’articolazione dei concetti che stiamo esplorando con la più generale storia del pensiero psicoanalitico.


Il Terzo non può essere nominato senza che imponga la sua presenza ed evochi il suo corteo di personaggi, rappresentati dai significati che l’uso di questa parola ha veicolato, via via nella tradizione psicoanalitica. Dal terzo lacaniano, alla terzeità di Green, al terzo analitico di Ogden. Nella tradizione psicoanalitica classica e in quella lacaniana la teoria tende a collegare lo sviluppo del pensiero simbolico allo sviluppo libidico, alle vicissitudini del triangolo edipico e alla presenza del terzo come padre. Gli stessi Peter Fonagy e Mary Target nelle loro riflessioni cliniche e teoriche (1991, 1995, 1996a, 1996b), sembrano ancorare molto strettamente il processo di mentalizzazione alle vicissitudini del triangolo edipico.


In una teoria ad orientamento relazionale, in cui la variabile sovraordinata non è rappresentata dal mondo pulsionale ma dalle motivazioni del Sé alla relazione, a perseguire un suo sviluppo, a mantenere una sua coesione ed i suoi rapporti con la matrice relazionale, quale senso possono avere le riflessioni della teoria classica? In che cosa teorie differenti, che si interessano della stessa area e delle stesse fasi di sviluppo, sono sovrapponibili o incompatibili? Le vicissitudini del Sé con l’altro e con il terzo fino a che punto possono essere fatte coincidere con il triangolo edipico? E quello edipico è l’unico modo per descrivere tali vicissitudini?


Il modello che per spiegare lo stabilirsi di una funzione autoriflessiva utilizza lo schema edipico si muove ad un livello mitico e metaforico; il modello che utilizza invece concetti quali soggetto, oggetto, altro da Sé, si muove ad un livello di maggiore astrazione e generalizzazione. Sembra però che nell’uno e nell’altro caso debbano essere prese in esame le intense emozioni che scaturiscono da tali dinamiche relazionali comunque descritte, emozioni quali il piacere di sentirsi agenti, il piacere della sintonizzazione, il piacere, come evidenzia la Benjamin , a scoprire una relazione intersoggettiva, o il Desiderio di cui parla Lacan, e il piacere sessuale ed emozioni come l’invidia, la gelosia, la rivalità e l’angoscia. Emozioni inoltre che scaturiscono dal fatto di avere una coscienza, di essere soggetti e oggetto di esperienza, il dilemma fondamentale di Rollo May, degli esistenzialisti e di Lewis Aron.


Il modello più astratto, che ha il merito di porre in piena evidenza la natura sistemica di ciò di cui stiamo parlando, non può essere concepito, a differenza dell’altro, solo come riferito ad un mondo endopsichico e individuale, ma deve necessariamente essere riferito anche ad un mondo relazionale e multipersonale, per il quale io ho proposto la definizione di Rete empatica (1999). Questo modello più astratto può forse aiutarci a capire meglio perché la capacità autoriflessiva si possa sviluppare, a quel che ci risulta, sia in una società di tipo patriarcale, che in una di tipo matriarcale come quella ad esempio dei Na di Cina (Cai Hua, 1997).


Nel pensiero dei teorici relazionali è naturalmente ben chiara la concezione di una mente umana che si sviluppa all’ interno di una matrice relazionale e in modo contestuale. Pur tuttavia si insiste su quella che Charles Spezzano, citato da Aron, chiama la "proposizione ontologica fondamentale sulla mente". Alla base c’è sempre, come evidenzia Aron, la concezione dialettica hegeliana che fondava anche la riflessione di Lacan sull'’altro. Ricordiamo che per Lacan il primo oggetto del desiderio del soggetto è quello di essere riconosciuto dall'’altro, che è innanzitutto Altro, con la ‘a’ maiuscola, considerato come universo linguistico simbolico in cui il desiderio per esprimersi si deve inserire. La concezione di Aron, da un lato mi sembra che dia un ampio spazio alle basi presimboliche, legate al corpo e agli affetti, della relazione con l’ altro, basi che sono assenti nell’universo lacaniano, fondamentalmente linguistico, e nel quale il desiderio si può esprimere solo entrando nell’ordine del simbolico.Ma dall’altro lato mi sembra che Aron ancori troppo strettamente la creazione di uno spazio triangolare alla diade, in cui il terzo emergerebbe nella relazione triangolare tra il Sé, l’altro e la visione che l’altro ha del Sé. Aron parla di "un movimento ad anello ricorsivo che crea uno spazio triangolare che emerge all’ interno di una diade interpersonale". In ciò in parte contraddicendo la sua stessa concezione del terzo. E’ la visione di Bollas della " dialettica della differenza " (1989), in cui l’ analista invita il paziente ad osservare la relazione dell’analista con se stesso, sia in quanto soggetto che in quanto oggetto. Forse questa idea risente un po’ troppo del setting diadico dell’analisi individuale.


Mi sentirei di dire che è necessario superare esplicitamente, parafrasando Stolorow ed Atwood, il mito della Diade. Non credo infatti che si possano fondare teoricamente una relazione intersoggettiva ed una autoconsapevolezza riflessiva, partendo dalla relazione diadica, per quanti sforzi immaginativi si facciano.


Penso che la configurazione triadica debba essere pensata come un dato preliminare. È un punto di arrivo nello sviluppo della mente individuale e di una diade, ma tale punto di arrivo è possibile, secondo me, solo in quanto esistono sin dall’inizio un gruppo ed una storia di coevoluzione in gruppo, cioè di coevoluzione in più di due individui. In questo senso non credo che il terzo emerga né che possa emergere da una situazione intersoggettiva esclusivamente diadica. Non sarebbe potuto emergere se non fosse stato da sempre presente nella forma concreta degli altri, dell’altro ennesimo, del gruppo e della rete estesa di relazioni.


Ho proposto il concetto di reti empatiche per sottolineare la realtà pervasiva di un contesto multipersonale fatto di menti-corpo, entro il quale si sviluppa il gioco relazionale e del pensiero. Un bambino a sei anni arriva a concepire l’altro come portatore di pensieri su un terzo. Ma l’esperienza di ciò, di confrontarsi con un altro che non pensa né a lui bambino né a se stesso, ma ad un terzo ennesimo, è continua e primaria fin dall’inizio della relazione diadica, o meglio delle molteplici relazioni diadiche che un neonato intrattiene sin dall’inizio della sua nascita.


Quindi il terzo, a mio avviso, può emergere alla superficie della diade solo in quanto il terzo stesso è immediatamente e concretamente presente, nelle relazioni con gli altri e nell’uso stesso del pensiero, del linguaggio, degli strumenti fisici e delle teorie sul mondo che ognuno di noi utilizza, di una cultura che è sempre anche cultura di gruppo e di gruppi, tutti elementi che sono lì a testimoniare, come la teoria psicoanalitica per l’analista, la pervasività dell’umano. Ma il Terzo è anche presente nelle esperienze che facciamo dell’altro che non ci pensa, che in nostra presenza pensa ad altro, ad un altro, il che non è la stessa cosa che dire "fare esperienza dell’altro che pensa a se stesso’.


Anche il terzo deve essere considerato una metafora, un grande mito organizzativo e in ogni caso semplificativo di uno spazio multideterminato, il cui ordine è sempre precario. È uno spazio in cui non basta più un Padre a mettere ordine tra madre e figlio o tra reale e immaginario.


Anche il padre ha bisogno di ordine. Anzi anche il padre ha bisogno di partecipare al continuo gioco tra vari ordini possibili e tra questi e i vari disordini possibili.


In questo senso anche l’Edipo, quale unica chiave descrittiva dello sviluppo del terzo, dell’ordine simbolico e del pensiero umano, sembra essere appunto solo una delle possibili chiave mitiche e ordinatrici.


Per concludere mi sembra che la funzione della autoconsapevolezza riflessiva, quale funzione trascendente, sintetica e integrativa di stati mentali affettivi e cognitivi diversi e contraddittori, non possa prescindere dal gioco oscillante tra soggetto, diade e terzo, intendendo per terzo, coeretemente con l’impostazione del pensiero sul Terzo di Aron, non solo il gioco intersoggettivo della diade, ma in senso ampio, la presenza concreta degli altri, le "forme di vita", per usare la terminologia di Wittgenstein, alle quali le diadi appartengono.


E’ una Rete rispetto alla quale ci si può percepire come inclusi o esclusi, come individui, come gruppo o come massa, come soggetti o come oggetti. Questa Rete, che suscita emozioni primordiali di unità, fusione, appartenenza, affiliazione e primordiali terrori di esclusione, ostracismo e abbandono, ritengo che debba essere maggiormente considerata anche rispetto allo sviluppo della capacità autorifflessiva della mente.


 


 


 



Bibliografia




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Fonagy

Peter Fonagy, ha spiegato lo sviluppo delle patologie analizzando la connessione tra gli stili di attaccamento, lo sviluppo del Sè e i disturbi di personalità.

Il disturbo Borderline di Personalità è stato da lui esplorato partendo dalla disorganizzazione del sistema motivazionale dell’attaccamento sottolineando il ruolo centrale del deficit metacognitivo.

Le prime relazioni oggettuali dovrebbero permettere al bambino molto piccolo la comprensione degli stati mentali propri e altrui, per generare il processo di mentalizzazione. La mentalizzazione, intesa come la capacità di comprendere il comportamento interpersonale in termini di stati della mente, e’ una chiave fondamentale dell’ organizzazione del Sé e della regolazione affettiva e viene acquisita nelle prime relazioni di attaccamento. Grazie alle due componenti che la caratterizzano, quella autoriflessiva e quella interpersonale, essa fornisce la capacità di distinguere realtà esterna e realtà interna.

Nella prima infanzia ci sono due modalità di entrare in contatto con la realtà: 1)il bambino pensa che il mondo interno corrisponda alla realtà esterna (modalalità dell’equivalenza psichica), 2)quando gioca invece sa che l’esperienza interna può non riflettere la realtà esterna (modalità del far finta). Intorno ai 4 anni il bamb. integra queste due modalità per arrivare alla mentalizzazione, dove gli stati mentali vengono vissuti come rappresentazioni.

La mentalizzazione nasce dunque dalla riflessione del bambino sui suoi stati mentali e ciò può avvenire soltanto se al bambino viene data la possibilità di potersi rispecchiare nella figura di riferimento.



Il fallimento di questa funzione porta a una disperata ricerca di modalità alternative di contenere i pensieri e gli intensi sentimenti che essi generano. Paradossalmente, quando la ricerca di rispecchiamento e contenimento del bambino non ha avuto esiti positivi, la successiva spinta verso la separazione darà luogo solo a un movimento verso la fusione. Più l'individuo cerca di essere se stesso, più diventa simile al suo oggetto, perché questo è parte della struttura del Sé.

Ciò potrebbe spiegare le oscillazioni dei pazienti borderline, fra il desiderio di indipendenza e il terrificante desiderio di una vicinanza estrema e di un'unione fantasticata.



Su queste basi Fonagy ha elaborato una formulazione della teoria dell'attaccamento dei gravi stati narcisistici e di quelli borderline basata sui risultati epidemiologici che mostrano un'associazione tra una grave patologia della personalità e un'esperienza infantile di maltrattamenti e violenza sessuale. E' partito dall'ipotesi che i soggetti borderline siano quelli che hanno "affrontato" un'esperienza di violenza (sessuale) infantile rifiutando di concepire i contenuti della mente dei loro genitori e che in seguito hanno "evitato di pensare" che i loro genitori intendessero far loro del male.

Essi non avranno così la possibilità di sviluppare la capacità di rappresentare sentimenti e pensieri dentro se stessi e negli altri e saranno costretti a basarsi su impressioni schematiche di pensieri e sentimenti estremamente vulnerabili in tutte le relazioni intime. Il bambino abusato che evita il mondo mentale non acquisisce mai un metacontrollo adeguato sul mondo rappresentazionale dei modelli interni di elaborazione. Modelli insoddisfacenti di relazione emergono frequentemente: il mondo interno del bambino e quello dell'adulto vengono dominati da un affetto negativo. La sospettosità rinforza la strategia di evitamento della mentalizzazione, distorcendo pertanto ulteriormente il normale sviluppo di una funzione riflessiva. Preso in un circolo vizioso di angosce paranoidi e di esagerate manovre difensive, l'individuo diventa inestricabilmente invischiato in un mondo interno dominato da oggetti pericolosi, malvagi e soprattutto privi di pensiero.



Molti sintomi delle persone con disturbo borderline di personalità possono essere compresi in termini di strategie difensive che compromettono i processi di mentalizzazione e le capacità metacognitive:

  1. la loro incapacità a tener conto dell'attuale stato mentale dell'ascoltatore rende difficile seguire le loro associazioni.

  2. l'assenza di preoccupazione per gli altri che si manifesta con comportamenti crudeli e violenti nasce dall'incapacità di rappresentarsi la sofferenza nella mente degli altri. Non è pertanto presente un fondamentale elemento moderatore dell'aggressività. La mancanza di capacità riflessiva, unita a una visione del mondo come ostile, predispone al maltrattamento dei figli; questa inibizione può rappresentare una componente necessaria di qualsiasi forma di violenza contro le persone.

  3. il loro fragile senso del Sé può essere una conseguenza dell'incapacità di rappresentarsi i propri sentimenti, credenze e desideri con una chiarezza sufficiente a fornire un intimo senso di se stessi come entità mentali. Ciò genera in tali individui intollerabili paure di disintegrazione mentale e un senso del Sé disperatamente fragile.

  4. l'immagine mentale che tali pazienti hanno dell'oggetto rimane a un livello di dipendenza dal contesto immediato delle rappresentazioni primarie. Essi avranno bisogno della presenza concreta dell'oggetto e sperimenteranno profonde difficoltà nel momento in cui si troveranno a dover affrontare un cambiamento.

  5. essere in grado di pensare in termini di "come se" nel transfert richiede meta-rappresentazioni, ovvero la capacità di credere in qualcosa essendo consapevoli della sua non veridicità.


Alcuni link da visitare:

Ti suggerisco alcuni articoli:



Fonagy P. & Target M. (2000). Playing with reality: III. The perspective of dual psychic reality in borderline patients. International Journal of Psychoanalysis, 81, 5: 853-873 (trad. it. in: Fonagy P. & Target M., Attaccamento e funzione riflessiva. Milano: Cortina, 2001).



Fonagy P. (1991). L'approccio evolutivo per la comprensione del transfert nel trattamento di pazienti con distubi borderline della personalità. In: Zabonati A., Migone P. & Maschietto G. (a cura di), La validazione scientifica delle psicoterapie psicoanalitiche. Mestre (VE): IPAR, 1993.



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Fonagy P., Steele M., Moran G., Steele M. & Higgitt A.C. (1991). The capacity for understanding mental states: The reflective self in parent and child and its significance for security of attachment. Infant Mental Health Journal, 13, 200-216.



Fonagy P., Steele M., Steele H., Leigh T., Kennedy R., Mattoon G. & Target M. (1995). The predictive validity of Mary Main's Adult Attachment Interview: A psychoanalytic and developmental perspective on the transgenerational transmission of attachment and borderline states. In: Goldeberg S., Muir R. & Kerr J. (editors), Attachment Theory: Social, Developmental and Clinical Perspectives, Hillsdale, NJ: The Analytic Press, 1995, pp. 233-278.



Fonagy P. & Target M. (2000). Playing with reality: III. The perspective of dual psychic reality in borderline patients. International Journal of Psychoanalysis, 81, 5: 853-873 (trad. it. in: Fonagy P. & Target M., Attaccamento e funzione riflessiva. Milano: Cortina, 2001).



Per finire ti consiglio di leggere:



Attaccamento e funzione riflessiva

Autore: Fonagy P. & Target M.

Anno: 2001

Editore: Milano: Cortina

Prezzo di copertina: Euro 35,00

Presentazione:

nel panorama psicoanalitico, Fonagy rappresenta una figura di notevole complessità: egli si propone di coniugare l'eredità psicoanalitica con il cognitivismo, la teoria dell'attaccamento e la 'Infant Reasearch'. Attaccamento e funzione riflessiva raccoglie gli scritti più significativi di Peter Fonagy e Mary Target, responsabili del Dipartimento di ricerca dell'Anna Freud Centre di Londra. I curatori, Vittorio Lingiardi e Massimo Ammanniti, hanno organizzato i contributi degli autori in cinque parti. Nella prima si analizzano il rapporto tra teoria dell'attaccamento e teoria psicoanalitica e i benefici che entrambi i paradigmi possono ricavare da un dialogo più serrato. La seconda, la terza e la quarta parte delineano il punto di vista degli autori sullo sviluppo della realtà psichica, punto di vista articolato attraverso una prospettiva al tempo stesso teorica, clinica e di ricerca. L'ultima parte illustra il modello di trattamento analitico proposto, compresa una revisione degli obiettivi della terapia. E' evidente lo straordinario lavoro di sintesi tra approcci diversi operato dai due autori, risultato di anni ricerca empirica e riflessione teorica.