sabato 27 marzo 2010

narcisismo

da tesionline
INTRODUZIONE

Il presente lavoro nasce come approfondimento attorno al concetto psicoanalitico di “amore fusionale”. Questo tipo di amore si trova descritto in letteratura, non solo psicoanalitica, come uno stato di perdita dei confini psichici tra sé e l’altro, fino a un sentimento di fusione interindividuale che la seconda topica freudiana riconduce simbolicamente allo stato primigenio dello psichismo: l’unione tra il feto e la madre nella vita intrauterina. Lo stato a cui ci si riferisce è esperienza comune nella vita adulta nelle prime fasi dell’innamoramento, in cui il partner è idealizzato secondo meccanismi psichici descritti già da Freud in Introduzione al narcisismo come in Psicologia delle masse e analisi dell’Io. Rispondendo a Rolland riguardo alla sua lettera sul sentimento religioso, in Il disagio della civiltà Freud collega lo stato d’innamoramento come perdita soggettiva dei confini psichici e sensazione di unione col mondo, a quel “sentimento oceanico” che accomuna fenomeni estatici, religiosi e artistici. Sentimento simile sembra guidare anche i gruppi. Ciò che a livello psichico queste situazioni hanno in comune tra loro, e che le collega allo stato di vita intrauterina, è la regressione a una posizione in cui i confini tra Io e non Io non vengono riconosciuti, e l’Ideale dell’Io risulta tornare a combaciare con l’Io stesso.
Nel periodo dell’innamoramento l’amante viene idealizzato, l’Ideale dell’Io del soggetto è proiettato su di esso, e se l’amore è corrisposto il riavvicinamento tra Io e Ideale porta a uno stato di completa beatitudine, alla sensazione di avere (ed essere) tutto ciò che si desidera. Il narcisismo è ritirato dal mondo esterno, ne consegue un isolamento che può essere più o meno rigido e prolungato. Le situazioni in cui questo isolamento non si limita alla prima fase d’innamoramento, ma si prolunga nel tempo fino a compromettere le altre aree della vita e perfino la felicità stessa del soggetto, si configurano come patologiche. Questo tipo di relazioni si incontrano nella clinica. E in non rari casi di cronaca portano a macabri epiloghi. L’oggetto d’amore è considerato parte del sé, come se a suo tempo non fosse intervenuta sufficiente funzione paterna a separare madre e bambino, introdurre i limiti psichici necessari a separazione ed individuazione come soggetto.
L’amore fusionale sembra così seguire una pulsione di morte, tendere all’indifferenziato. Ma è questo l’unico destino della fusionalità? Con l’obiettivo di rispondere a questa domanda cercherò anzitutto, nella prima parte dell’elaborato, di tracciare un percorso che chiarisca il ruolo della fusionalità e delle dinamiche ad essa associate nella teoria psicoanalitica. Approfondirò dunque la letteratura riguardante l’esperienza simbiotica originaria di unione con la madre, i destini del narcisismo e dell’Ideale dell’Io connessi a questa simbiosi originaria come anche ad una ritrovata esperienza fusionale nella vita adulta, e le dinamiche di stabilimento e dissolvimento secondario dei confini dell’Io, che nella fusionalità permettono di includere nel proprio senso di sé l’altra persona. A tal fine, dopo un breve capitolo introduttivo (capitolo 1) che cerca di inquadrare la fusionalità nel pensiero freudiano riprendendo il concetto di «sentimento oceanico» ed accennando al problema della presenza o meno dell’oggetto nel narcisismo primario, considererò la letteratura freudiana e post-freudiana inerente lo stato simbiotico originario e la graduale formazione del sé come separato dall’oggetto (capitolo 2). A questo livello emergerà l’importanza attribuita dagli Autori alle cure materne, anzitutto per assicurare una completa soddisfazione della fusionalità in un momento in cui è reale bisogno alla sopravvivenza fisica e psichica del bambino che non ha ancora sviluppato (Hilflosigkeit freudiana) i suoi apparati per l’adattamento, ed in secondo luogo in quanto necessarie (soprattutto l’handling, le cure corporee) a favorire nel bambino un progressivo spostamento della carica libidica dal centro del corpo alla sua periferia. Tale spostamento, si vedrà, risulterà requisito essenziale ad una primitiva forma di integrazione del sé, e dunque alla formazione dei confini, prima corporei, poi psichici (capitolo 4). Inoltre emergerà come a partire dai lavori di Bick (1968) e Meltzer (1975), il ruolo delle stimolazioni a livello della superficie epidermica si sia evidenziato necessario alla costituzione di un primitivo senso d’ integrazione del sé e dell’oggetto come contenuti nelle rispettive pelli, come oggetti dunque tridimensionali. L’acquisizione psichica di questa “tridimensionalità” si accompagna a quella di uno “spazio interno”, che sarà posta a necessaria condizione ai movimenti identificatori e proiettivi della fase schizo-paranoide kleiniana. Proseguirò dunque riepilogando alcuni lavori che, sulla scia di questa concezione, hanno proposto una fase precedente la schizo-paranoide kleiniana e requisito di quest’ultima, in cui un primitivo senso di sé nasce dalle ritmiche esperienze di contatto e dalle sensazioni, soprattutto riferite alla superficie epidermica. Emergerà così un importante cambiamento di paradigma nelle teorie psicoanalitiche dello sviluppo: la visione “diacronica”, a “fasi” (vedi anche il modello freudiano), ha ceduto il passo a una “sincronica”, in cui le “posizioni”, pur originando da sequenziali stadi dello sviluppo infantile, non vengono idealmente “superate” bensì rimangono attive come modalità sempre possibili considerato parte del proprio sè, e che la sua vita indipendente ne risulti quindi inaccettabile di rapporto con l’oggetto, di acquisizione dell’esperienza, e di comunicazione con l’altro (come si approfondirà nel capitolo 4 e 6). Così anche la “posizione” primigenia, contiguo-autistica o fusionale, passerà dall’essere considerata relativa ad una fase infantile di cui è necessario il superamento, all’essere modalità sempre possibile di acquisizione dell’esperienza, di comunicazione e di rapporto con l’oggetto. Proseguirò nel capitolo 3 considerando le dinamiche narcisistiche e dell’Ideale coinvolte nell’amore fusionale. Il recupero della letteratura freudiana e post-freudiana permetteranno di sottolineare come simbiosi infantile e innamoramento adulto siano accomunati dalla (ri)unione di Io ed ideale. Anche altre condizioni però, tra cui l’analisi, danno luogo a simili proiezioni dell’Ideale sull’oggetto (in questo caso il terapeuta) dalla vicinanza col quale è possibile ottenere un più o meno illusorio recupero narcisistico. Per quanto riguarda i confini dell’Io (capitolo 4) dalla cui flessibilità (Federn) dipende la possibilità d’includere, nella fusionalità, un’altra persona nel proprio senso di sé, mi appoggerò alla concezione di Fonda (Cfr. capitolo 4.2) che, seguendo l’idea della contemporaneità tra “posizioni”, parla di diversi “livelli” dei confini dell’Io, corrispondenti ad aree del sé che funzionano su modalità diverse, ciascuno dunque caratterizzato da un diverso grado di solidità o permeabilità. Verrà così introdotta l’idea che la fusionalità abbia un ruolo fondamentale nella comunicazione: essa si fa per l’inconscio canale fisiologico attraverso cui comunicare in corto circuito con l’esterno, saltando l’Io (Fonda P., 2000b), a questo livello potrà cioè avvenire la fluttuazione di elementi sensoriali e primitivi, che andranno a costituire lo sfondo, il colore di base degli affetti, su cui poi si potranno basare le comunicazioni agli altri livelli, necessario affinché la comunicazione si possa dire pienamente umana. La seconda parte dell’elaborato andrà paragonando, sulla base dei concetti definiti dalla prima, tre “luoghi chiusi” della fusionalità. o meglio non pensabile. A partire da un recupero degli scritti di Marion Milner sul ruolo della cornice e dell’illusione nella regressione creativa (capitolo 5), considererò la stanza d’analisi, la sala cinematografica e la “stanza degli amanti”, come “luoghi chiusi” protetti dalle rispettive cornici, in cui si rende possibile un recupero dell'illusione di continuità Io-mondo, che riapre la possibilità di un rapporto creativo con gli oggetti. Riguardo alla stanza d’analisi (capitolo 6) cercherò di sottolineare innanzitutto il ruolo di cornice degli elementi costanti, concreti, non processuali del setting, che forniscono ancoraggio per la modalità contiguoautistica del paziente e così la sicurezza necessaria a stabilire l’affidabilità di base. Inoltre, proponendo una riconsiderazione di certo transfert estremamente regressivo nel paziente, come di certo controtransfert sensoriale dell’analista, cercherò di mettere in luce come questi possano incontrarsi in maniera creativa per costituire un’area pre-simbolica, sensoriale, di esperienza comune, e dunque un luogo di comunicazione, che in certe fasi dell’analisi può essere il solo possibile, tra paziente ed analista. Da questo livello, che favorisce nel paziente il recupero di configurazioni emotive arcaiche, l’analista avrà poi la possibilità di recuperare contenuti per traghettarli verso la simbolizzazione, restituendoli infine come interpretazione al paziente. Fondamentale scopo dell’analisi, in questo senso, diviene il favorire l’equilibrio e la comunicazione dialettica (ossia il passaggio dei contenuti) tra le tre posizioni (F, SP e D).
Si considererà infine come, anche a livello della “teoria della tecnica”, si sia assistito ad un cambio di paradigma simile a quello visto per le teorie dello sviluppo: la fusionalità, da caratteristica di una fase iniziale dell’analisi (Grunberger, Ferenczi, Federn), di cui favorire il superamento in un secondo momento, è stata riletta come modalità sempre possibile di acquisizione dell’esperienza, rapporto con l’oggetto e comunicazione nel paziente, ma anche nell’analista, con importanti risvolti terapeutici (capitolo 6) ad esempio nell’empatia. Le dinamiche regressive e creative in cui è coinvolto lo spettatore nella sala cinematografica saranno luogo di un approfondimento altrettanto interessante (capitolo 7). Cercherò qui di mettere in luce come le cornici, in questo caso rappresentate dal dispositivo (condizione fisico-psicologica dello spettatore immobile al buio davanti all’immagine in movimento), e dallo schermo stesso come superficie limitata e delimitante di uno spazio altro da quello dello spettatore, creato ex novo dal film, siano condizione per la possibilità di un’illusione creativa, che è quella tipica del cinema. Ad un livello si ritrova una regressione al narcisismo primario in cui lo schermo si fa paragone dello schermo del sogno (Lewin), nell’altro un abbandono a dinamiche proiettive e identificatorie che danno allo spettatore la possibilità di una “realizzazione allucinatoria” dei bisogni latenti, paragonabile a quella del sogno stesso. Proporrò qui che la funzione dello schermo sia essenziale per mantenere intatta la posizione protetta dello spettatore: lo schermo verrà paragonato in questo senso ad uno scudo dalla realtà (soprattutto da quella pulsionale). Verranno inoltre accennati gli interessanti studi (Lavallée, Tisseron, Berton) che pongono un paragone tra pellicola cinematografica e “pellicola del sogno” (Anzieu). Infine su questo paragone s’ inserirà una considerazione personale su come la pellicola possa farsi “seconda pelle” o “rammendo della superficie sensoriale danneggiata”, allo stesso modo in cui si dirà per il contenimento contiguoautistico da parte del setting in analisi. Il paragone dei due “luoghi della fusionalità” precedentemente considerati con la “stanza degli amanti” (capitolo 8) intesa non solo come spazio fisico in cui i due innamorati si chiudono per trovare intimità, ma come metonimia di tutto il quadro intra-interpsichico che si viene a creare nell’innamoramento, fornirà ulteriori spunti riflessivi specialmente sul ruolo dell’ambiente sensoriale, che ricreando le condizioni delle primitive comunicazioni madre-bambino (revocando il «divieto primario di toccare» e ponendo alla ribalta il ruolo tattile anche della comunicazione vocale e visiva), e rafforzato in questo dal ripristino dell’iniziale unione tra Io ed ideale, sarà proposto facilitare il riemergere di altrettanto primitive configurazioni affettive, fornendo così la possibilità di una vera ri-costruzione del sé. Considererò infine in appendice, per completare la riflessione sulla “stanza degli amanti”, tre opere cinematografiche: Ultimo tango a Parigi (1972), L’Assedio (1999) e The Dreamers (2003), scelte tra le molte che presentano il tema di un amore fusionale unitamente a quello di una situazione a valenza uterina e potenzialmente claustrofobica. Ritengo che un confronto tra questi tre film, dello stesso regista, si possa accompagnare alla riflessione sulle diverse valenze della fusionalità.

PARTE PRIMA: FUSIONALITÀ, IL PUNTO DI VISTA DELLA PSICOANALISI

Capitolo I: Simbiotico – fusionale, le origini
Il concetto di amore simbiotico-fusionale, nella letteratura psicoanalitica, compare in riferimento alle prime fasi di vita dell'uomo, e precisamente alla particolare condizione di compenetrazione che si mantiene tra bambino e madre nel primo periodo della vita extrauterina. Già Freud aveva evidenziato come con la nascita non sembri determinarsi a livello psichico una cesura così netta rispetto alla vita intrauterina, e questo grazie allo specifico ruolo svolto dalle cure materne: […] la madre, la quale ha appagato fin dall’inizio [cors. dell’Autore] tutti i bisogni del feto mediante le organizzazioni del suo corpo, prosegue la sua funzione in parte con altri mezzi anche dopo la nascita. Tra la vita intrauterina e la prima infanzia vi è molta più continuità di quel che non ci lasci credere la impressionante cesura dell’atto della nascita. L’oggetto materno psichico sostituisce per il bambino la situazione fetale biologica. (Freud S., 1925, trad. it. Inibizione, sintomo e angoscia, vol' 10, p. 286)
Alla luce degli studi successivi, questa sostituzione risulta assolutamente necessaria al piccolo d.uomo, venuto al mondo così prematuro, per poter entrare a poco a poco nella realtà, nel rispetto dei tempi necessari alla formazione graduale delle strutture psichiche e degli apparati per l'adattamento. Tra i primi studi sistematici appaiono quelli di Therese Benedek (1949), che descrive nei primi mesi di vita una fase simbiotica dell'unità duale madre-bambino, in cui il bambino si comporta e agisce come se egli e la madre fossero un sistema onnipotente, un.unità duale racchiusa entro un confine comune e all'interno della quale la consapevolezza dell'oggetto che soddisfa i bisogni si formerà nel bambino solo gradualmente. Tale concezione è ripresa e approfondita da Margaret Mahler, che propone il concetto di “fase di simbiosi normale” (1968), come dalla Jacobson (1954), dal concetto di “diade” in Spitz (1958), quello di “unità primitiva madre-bambino” in Winnicott (1960), dallo “stato elazionale” di Grunberger (1971). Diversi Autori hanno dato nomi diversi, non sempre partendo dai medesimi presupposti, e quindi riferendo il concetto di volta in volta alle relative teorie. I punti in comune sembrano comunque rimanere: la dipendenza sia fisica che psichica dalla madre per la sopravvivenza, il bisogno di vicinanza, una sensazione di unità monadica chiusa autosoddisfacente, che non ha percezione dei suoi limiti (per quanto riguarda il bambino naturalmente) e un conseguente sentimento di onnipotenza e illimitatezza. Citando Margaret S. Mahler: L’elemento essenziale della simbiosi è la fusione allucinatoria e delirante, somatopsichica e onnipotente, con la rappresentazione della madre, e in particolare l’illusione di un confine comune a due individui che sono effettivamente e fisicamente separati. (Mahler M.S., 1968, trad. it. Le psicosi infantili, 1976, p. 23)
Freud nella seconda topica ha riferito questo sentimento di assenza dei confini dell'Io e di contatto con l' assoluto all'unione, che ancora persiste in questa fase, tra l'Io e l'Es (Freud S., 1921; 1915), nonché all'assenza di distinzione tra Io e mondo esterno (Freud S., 1914 , 1929). Com.è noto in occasione della riformulazione della teoria dell'apparato psichico, anche in conseguenza della nuova teoria del dualismo pulsionale, Freud sembra ritrattare la distinzione tra autoerotismo e narcisismo primario per ricollocare entrambe ad uno stadio evolutivamente precedente a quello della formazione dell'Io. Più avanti, ne Il disagio della civiltà (Freud S., 1929), così risponderà alla lettera di Rolland sul “sentimento oceanico”, con cui il poeta intende quella sensazione di unione con l'assoluto che sarebbe alla base della religiosità: […] Questo senso dell’Io, presente nell’adulto, non può essere stato tale fin dall’inizio. […] Il lattante non distingue ancora il proprio Io dal mondo esterno in quanto fonte delle sensazioni che lo subissano. Apprende a farlo gradualmente […] In origine l’Io include tutto, e in seguito separa da sé un mondo esterno. Il nostro presente senso dell’Io è perciò soltanto un avvizzitoresiduo di un sentimento assai più inclusivo, anzi di un sentimento onnicomprensivo che corrispondeva a una comunione quanto maiintima dell’Io con l’ambiente. Se possiamo ammettere che – in misura più o meno notevole – tale senso primario dell’Io si sia conservato nella vita psichica di molte persone, […] i contenuti rappresentativi adesso conformi sarebbero precisamente quelli dell’illimitatezza e della comunione con il tutto, ossia quelli con cui il mio amico spiega il sentimento “oceanico”. (Freud S., 1929, trad. it. Il disagio della civiltà, OSF, vol' 10, p. 559 e 561)
Si è stabilito qui un importante paragone: quello tra le prime fasi della vita psichica e un possibile ritorno, nell'età adulta, a quello stato psichico d'indifferenziazione tra Io e Es che starebbe alla base dei sentimenti di assoluto. Tutto ciò ha a che fare con ciò che Freud ha chiamato narcisismo e con l'istanza ad esso collegata: l'Ideale dell'Io.
1.1 Il narcisismo e il problema dell’oggetto nella letteratura freudiana
Il concetto di narcisismo è nel pensiero psicoanalitico contemporaneo, uno dei concetti fondamentali ed insieme più critici. Come molti ricordano Freud fu profetico quando, nel primo saggio dedicato a questo complesso argomento, scriveva «Ho l'impressione che ad uno studio diretto del narcisismo si oppongano speciali difficoltà» ( Freud S., 1914, p. 452 ). In effetti le speciali difficoltà che a tutt.oggi sono al centro di dibattito e che impediscono una definizione univoca del concetto tra le diverse scuole, sembrano avere origine già allora, innanzitutto nei rimaneggiamenti che lo stesso Freud operò sul concetto tra la prima e la seconda topica. Anzi, molti fanno notare come l' Introduzione al narcisismo e le complesse tematiche da questo saggio introdotte, siano state proprio il motore degli sconvolgimenti che la teoria subì negli anni successivi. Ad esempio il concetto di libido dell'Io, con cui si intendevano le pulsioni sessuali che nella fase narcisistica si rivolgevano all'Io come oggetto, mise in crisi la precedente separazione effettuata tra pulsioni di autoconservazione e pulsioni sessuali, tanto da far dichiarare a posteriori allo stesso Freud di aver in quel periodo effettuato un «apparente avvicinamento alla concezione junghiana» (Freud S., 1922a, p.460) del monismo pulsionale. Com.è noto poco dopo (Cfr. Freud S., 1920) fu introdotto il nuovo dualismo, in cui pulsioni di autoconservazione e sessuali venivano a confluire nelle pulsioni libidiche, andando ad opporsi alle pulsioni di morte. Dunque il concetto di Narcisismo si pone a cavallo tra le due topiche e tra le due concezioni del dualismo pulsionale, e la sua definizione sembra variare più volte all'interno della letteratura freudiana. Inizialmente scoperto in collaborazione con Abraham (Cfr. Freud S., 1910), a seguito dei problemi d.instaurazione del transfert negli psicotici e ai loro deliri di grandezza, fu da Freud ipotizzato in un primo momento essere una fase dello sviluppo psicosessuale normale. Il bambino passerebbe da uno stadio autoerotico, in cui le pulsioni si soddisferebbero anarchicamente a livello delle diverse zone erogene sul corpo, a una fase di “narcisismo” in cui le pulsioni raggiungerebbero una prima unificazione attorno a un oggetto totale identificabile nella propria stessa persona. Ciò implica una duplice importanza per questa tappa dello sviluppo: primo unificatore delle pulsioni verso un oggetto totale, il narcisismo si configurerebbe come ponte tra la precedente disorganizzazione pulsionale e la scelta oggettuale alloerotica. In secondo luogo, come suggeriscono Laplanche e Pontalis, il fatto che l'Io sia assunto qui ad oggetto d.amore, induce a far coincidere questa fase con i momenti fondanti dell'istanza egoica (Laplanche J. e Pontalis J.-B., 1967). Le cose però con l'introduzione della seconda topica sembrano complicarsi non poco.
Freud sembra innanzitutto ripensare la differenza tra autoerotismo e narcisismo: «Abbiamo preso l'abitudine di chiamare narcisismo l'antica fase evolutiva dell'Io durante la quale le pulsioni sessuali di quest.ultimo si soddisfano autoeroticamente» (Freud S., 1915, p.27); «Così dunque l'autoerotismo andava inteso come l'attività sessuale che caratterizza lo stadio narcisistico della collocazione libidica.» (Freud S., 1915-17, p.567). In concomitanza negli scritti dello stesso periodo avviene il ricollocamento di entrambi a uno stadio antecedente alla formazione dell'Io, il cui archetipo sarebbe la vita intrauterina: «Siamo costretti a supporre che non esista nell'individuo sin dall'inizio un.unità paragonabile all' Io; l'Io deve ancora evolversi. Le pulsioni autoerotiche sono invece assolutamente primordiali; qualcosa – una nuova azione psichica – deve dunque aggiungersi all'autoerotismo perché si produca il narcisismo.» (Freud S., 1914, pp. 446447) «Originariamente, ai primordi della vita psichica, l'Io è investito dalle proprie pulsioni e parzialmente capace di soddisfarle su sé medesimo. Chiamiamo questo stadio «narcisismo», e questo modo di ottenere il soddisfacimento «autoerotico». In questa fase il mondo esterno non è investito di interesse (genericamente inteso) e appare indifferente ai fini del soddisfacimento.» (Freud S., 1915, p. 30). Riguardo al problema dell'oggetto si considera come, ritrattando il nuovo dualismo la differenza tra pulsioni di autoconservazione e pulsioni sessuali, la teoria dell'appoggio che su questa differenza trovava fondamento sembri perdere in solidità. Se prima l'oggetto era presente da principio per le sole pulsioni di autoconservazione, ed erano queste a indicare la via dell'oggetto alle pulsioni sessuali che vi si appoggiavano, ora è introdotta l'idea che in un primo stadio, comprensivo di fase autoerotica e narcisismo, l' oggetto sia assente e che solo in seguito, contestualmente alla formazione dell'Io tramite identificazioni, sia possibile parlare di oggetto, all'interno di una nuova fase narcisistica “secondaria” in cui la libido, ora sottratta agli oggetti, darebbe luogo al “narcisismo dell'Io” (Cfr. Freud S., 1922b). Molteplici furono le critiche della psicoanalisi post-freudiana poste a questa presunta anoggettualità della prima vita extrauterina (Cfr. capitolo 2.2). Ma a ben vedere sono molteplici anche le interpretazioni che allo stesso pensiero di Freud in proposito vengono date dalla letteratura a lui successiva. Mi concentrerò nei capitoli seguenti sulle questioni che maggiormente interessano il tema dell'elaborato, ovvero:
-la formazione dell'Io nel bambino all'interno del rapporto con la madre e successivamente con gli oggetti,
-la formazione dell' “Ideale dell'Io” come residuo “sano” del narcisismo,
-le dinamiche di dissoluzione secondaria dei confini dell' Io, che si ritengono essere alla base dei sentimenti di fusionalità.

Capitolo II
La nascita dell'Io all'interno del rapporto con la madre e successivamente con gli oggetti
2.1 La nascita dell’Io nella letteratura freudiana
Da un punto di vista storico, come fanno notare Laplanche e Pontalis (1967), nella teoria psicoanalitica «il concetto topico dell'Io è il punto terminale di una nozione costantemente presente in Freud fin dalle origini del suo pensiero». In qualche forma l'Io è presente nell'opera freudiana fin dal principio, ma è con la “svolta del 1920” che esso assume la connotazione di vera a propria istanza, definendosi nell'accezione specificamente psicoanalitica con cui è pervenuto al pensiero contemporaneo. Nel saggio del 1922 L.Io e l'Es Freud pone accanto alla precedente concezione di Io come superficie dello psichismo differenziata adattivamente a seguito del contatto con la realtà, una formulazione complementare, che inquadra la genesi dell'Io, ora come istanza psichica, all'interno delle dinamiche libidiche di nuova teorizzazione, precisamente inerenti ai concetti di narcisismo e di identificazione.
2.1.1 Implicazioni del concetto di narcisismo nella teorizzazione della genesi dell'Io
L'idea della necessità di una nuova formulazione della genesi dell'Io sembra nascere dal dubbio introdotto da Freud già in Introduzione al narcisismo: e

narcisismo


Il Ruolo Terapeutico, 1993, 63: 37-39 (prima parte), e 64: 32-36 (seconda parte)




Il concetto di narcisismo


 



Paolo Migone



 



In questa rubrica e nella seguente tratterò alcuni aspetti del complesso tema del narcisismo. In questa prima parte parlerò degli aspetti descrittivi e della evoluzione storica del concetto di narcisismo; nella seconda parte, che uscirà nel prossimo numero del Ruolo Terapeutico (n. 64/1993 - vedi oltre), tratterò gli aspetti psicodinamici, prima seguendo la complessa evoluzione del concetto di narcisismo nel pensiero di Freud, e poi accennando alle posizioni di Kohut e di Kernberg, due importanti autori che recentemente si sono occupati di questo argomento (parte di questo materiale, quella riguardante l'evoluzione del concetto di narcisismo in Freud, è inedita, mentre altre parti sono state pubblicate in precedenti lavori, ai quali rimando per una bibliografia più completa: vedi soprattutto il cap. 10 del mio libro Terapia psicoanalitica [Milano: Franco Angeli, 1995], e il paragrafo sul "Disturbo narcisistico", scritto con L. Bellodi, nel capitolo 61 del Trattato Italiano di Psichiatria a cura di P. Pancheri, G. B. Cassano et al., Milano: Masson, 1992 [I ed.], 1999 [II ed.]).



Il concetto di narcisismo è considerato uno dei più importanti concetti oggi in psicoanalisi, e, paradossalmente, uno dei più controversi. La storia di questo concetto, come vedremo, mostra impietosamente le difficoltà incontrate dal movimento psicoanalitico per arrivare ad una teorizzazione sobria e coerente nell'utilizzare le formulazioni metapsicologiche di volta in volta proposte per rendere conto del dato clinico (in questo caso, in modo specifico, le varie versioni della teoria delle pulsioni e il punto di vista economico). Queste difficoltà erano già presenti nel lavoro di Freud, il quale non a caso più volte si disse insoddisfatto della sua elaborazione teorica del narcisismo, e non esitò a rivederla. Soprattutto, l'evoluzione storica del narcisismo mostra più che mai le difficoltà incontrate dalla psicoanalisi nel perseguire l'ambizioso programma che si era proposta, quello di collegare il piano metapsicologico con quello clinico senza cadere in ambiguità o in facili astrazioni, che si rivelano poi inutili in quanto troppo generiche.



Prima di procedere nella storia di questo concetto, che riguarderà necessariamente il livello teorico e quindi rischierà di essere arida o difficile, può essere utile partire dal dato clinico, affinché possiamo tenerlo come punto di riferimento durante la discussione successiva. Le nostre disquisizioni teoriche sono sterili se non ci aiutano a comprendere la clinica. A questo proposito, il disturbo della personalità narcisista è diventato molto di moda negli ultimi tempi, e l'uso di questo termine, originariamente diffusosi nella letteratura psicoanalitica, si nota sempre di più anche nel linguaggio comune. Sembra che l'aggettivo "narcisista", assieme a quello di "borderline" (che significa caso "al limite" o "al confine" tra nevrosi e psicosi), a poco a poco abbiano preso il posto dell'aggettivo "isterico", usato per vari decenni anche questo in modo non sempre rigoroso [si vedano le mie rubriche sulle personalità borderline e istrionica sui nn. 55/1990, 56/1991, e 58/1991 del Ruolo Terapeutico]. Quando una parola viene usata per molto tempo, può diventare meno efficace, e alcune parole nuove, forse solo per il fatto stesso di essere nuove, acquistano più forza, come armi non ancora spuntate, forse perché vi è la fantasia che un interlocutore al quale esse non sono familiari venga preso alla sprovvista e sia disposto a dare ragione a chi magicamente le pronuncia; quando anch'esse si saranno diffuse, probabilmente dovranno essere riciclate, e altre parole nuove avranno maggiore fortuna. Ci si accorge a volte che ci lasciamo andare a tacciare un paziente di "narcisismo" solo per il fatto di avere una sintomatologia vaga o di difficile inquadramento diagnostico, oppure non facile da affrontare psicoterapeuticamente, se non addirittura per scaricare la nostra frustrazione o aggressività, proprio come a volte si faceva col termine "isterico".



Il quadro clinico



Per avere un'idea più precisa di cosa si intente per narcisismo in termini descrittivi, è utile vedere i criteri diagnostici del DSM-III-R del 1987 dell'American Psychiatric Association, che sono stati apprezzati anche da vari autori di parte psicoanalitica come sufficientemente precisi. Gli aspetti che maggiormente vengono sottolineati sono soprattutto l'oscillazione dell'autostima e una sensazione di grandiosità (la quale sappiamo, in senso psicodinamico, che può essere concepita come la negazione difensiva di un senso di inferiorità o impotenza), inoltre di conseguenza una eccessiva facilità ad essere feriti da eventuali commenti o giudizi critici, e una difficoltà ad empatizzare con i bisogni degli altri.



In particolare, il DSM-III-R propone nove criteri diagnostici, dei quali almeno cinque devono essere presenti per formulare diagnosi di personalità narcisistica: 1) reazione alle critiche con rabbia, vergogna o umiliazione; 2) tendenza a sfruttare gli altri per i propri interessi; 3) grandiosità, cioè sensazione di essere importanti, anche in modo immeritato; 4) il sentirsi unici o speciali, e compresi solo da certe persone; 5) fantasie di illimitato successo, potere, amore, bellezza, ecc.; 6) sentirsi in diritto di meritare privilegi più degli altri; 7) eccessive richieste di attenzione o ammirazione; 8) mancanza di empatia verso i problemi delle altre persone; 9) persistente invidia (quest'ultimo criterio diagnostico non era presente nel DSM-III del 1980 ed è stato aggiunto nel DSM-III-R).



Con questo quadro di riferimento clinico in mente, vediamo ora la complessa evoluzione storica del concetto di narcisismo.



Evoluzione storica del concetto



Innanzitutto l'origine etimologica del termine: Narciso, secondo la mitologia greca, fu talmente attratto dalla propria bellezza da rispecchiarsi nell'acqua fino a cadervi e annegare; secondo un'altra versione del mito, egli si consumò dal dolore per non poter raggiungere la sua amata immagine riflessa nell'acqua, fino a morirne, e al posto del suo corpo nacque dal suo sangue un fiore, che fu chiamato Narciso.



In psichiatria il termine "narcisismo" fu usato per la prima volta da Havelock Ellis nel 1892 in uno studio psicologico sull'autoerotismo; egli descrisse accuratamente le radici mitologiche e letterarie del mito di Narciso, e per la prima volta adombrava la estensione del termine narcisismo al comportamento non manifestamente sessuale; come sappiamo, questa felice intuizione di scorgere latenti motivi sessuali in comportamenti non esplicitamente sessuali è una delle grandi scoperte della psicoanalisi, e il narcisismo si prestava in modo molto efficace a questo scopo (si pensi anche ad altre perversioni, quali il sadismo, il masochismo, l'esibizionismo, ecc.: ad esempio, il sadismo può rappresentare il bisogno di controllare l'oggetto, cioè la paura di essere abbandonati dalla persona amata). In seguito anche Näcke nel 1899 usò il termine narcisismo per connotare una perversione sessuale, mentre fu Isidor Sadger (l'allievo di Freud che faceva focosi interventi alle riunioni del mercoledì di Vienna) quello che nel 1908 lo fece entrare nella terminologia psicoanalitica. Freud usò per la prima volta questo termine in una riunione del 10-11-1909 della Società Psicoanalitica di Vienna [Nunberg H. & Federn E., a cura di, Dibattiti della Società Psicoanalitica di Vienna, 1906-1908. Torino: Boringhieri, 1973], accreditando chiaramente a Sadger l'introduzione del concetto in un suo lavoro che fu pubblicato più tardi, nel 1910. Otto Rank nel 1911, con il primo scritto dedicato specificamente al narcisismo, per la prima volta lo collegò non implicitamente, ma esplicitamente, a fenomeni non sessuali, come la vanità e l'autoammirazione: disse inoltre che "amare il proprio corpo è un importante fattore della normale vanità femminile" (anticipando dunque di molti anni il concetto di "narcisismo sano" di Kohut), e intravide anche per la prima volta una possibile natura difensiva del narcisismo, come nel caso di quelle donne che "si rifugiano nell'amore di sé ferite a causa di uomini cattivi e incapaci di amare" (vediamo qui già il concetto di "ritiro narcisistico" causato di ferite oggettuali, cioè il chiudersi in se stessi per frustrazioni nei rapporti interpersonali, tematica che verrà ripresa e meglio teorizzata da Freud).



Ma fu l'importante lavoro di Freud del 1914 Introduzione al narcisismo quello che segnò per così dire la nascita ufficiale di questo concetto in psicoanalisi. Da allora in poi, la sua storia appartenne prevalentemente al movimento psicoanalitico, e solo negli anni recenti, e precisamente col DSM-III del 1980, la personalità narcisista è entrata a far parte ufficialmente della diagnostica psichiatrica. Prima di vedere l'evoluzione del pensiero di Freud in maggiore dettaglio (che verrà affrontato nella prossima rubrica [vedi più avanti]), voglio fare però una breve panoramica dei contributi di alcuni tra i principali autori fino ai giorni nostri.



Alcuni degli storici contributi psicoanalitici che vanno menzionati sono quelli di Karl Abraham [Una forma particolare di resistenza nevrotica al metodo psicoanalitico (1919). In Abraham Opere, vol. II, pp. 494-501. Torino: Boringhieri, 1975], che individuò le resistenze transferali nel trattamento di questi pazienti, e di Ernest Jones [The God complex. In: Essays in Applied Psychoanalysis, vol. 2, pp. 244-265. London: Hogarth Press, 1951], che per la prima volta descrisse i tratti della personalità narcisista, mentre tra i lavori pubblicati negli Stati Uniti vanno ricordati soprattutto due articoli della Annie Reich del 1953 e del 1960, e il libro della Edith Jacobson del 1964 Il Sé e il mondo oggettuale [Firenze: Martinelli, 1974]. Gli autori più recenti che hanno studiato i disturbi della personalità narcisista sono in Inghilterra Herbert Rosenfeld [Stati psicotici (1965), Roma: Armando, 1973; Comunicazione e interpretazione (1987), Torino: Boringhieri, 1989, pp. 55-154], che elaborò le importanti intuizioni di Melanie Klein contenute nel libro del 1957 Invidia e gratitudine [Firenze: Martinelli, 1969], e in Francia Béla Grunberger col libro del 1971 Il narcisismo [Bari: Laterza, 1977]; negli Stati Uniti invece sono stati Otto Kernberg [Sindromi marginali e narcisismo patologico (1975). Torino: Boringhieri, 1978; Disturbi gravi della personalità (1984). Torino: Boringhieri, 1988] e soprattutto Heinz Kohut [Narcisismo e analisi del Sé (1971), La guarigione del Sé (1977), e La cura psicoanalitica (1984), tutti tradotti da Boringhieri] coloro che hanno dato i principali contributi allo studio di questo disturbo.



Per comprendere come mai la personalità narcisista acquistò una tale importanza sulla scena psichiatrica da essere inclusa nel 1980 nel DSM-III dall'American Psychiatric Association, occorre conoscere e comprendere alcuni sviluppi avvenuti sia in campo sociale che psicoanalitico. Per quanto riguarda i primi, si pensi solamente al famoso libro del 1978 di Christopher Lasch La cultura del narcisismo [Milano: Bompiani, 1981], cultura che caratterizzerebbe l'era del benessere delle società avanzate, in cui la crisi dei valori e altre complesse trasformazioni sociali avrebbero letteralmente stravolto il significato dell'esistenza dell'uomo facendolo per così dire "ripiegare su se stesso": è ormai un luogo comune dei mass media definire le ultime decadi di questo secolo come "l'era del narcisismo".



Per quanto riguarda invece gli sviluppi avvenuti in psicoanalisi, essi sono per noi più interessanti perché sicuramente sono stati determinanti nel conferire importanza a questa diagnosi e a diffonderne l'uso negli ambienti professionali fino al punto da farne un termine alla moda se non addirittura un cliché psicoanalitico. E' stato probabilmente il già citato Kohut l'autore che ha contribuito in modo decisivo a stimolare l'interesse attorno al disturbo della personalità narcisista: autorevole analista di Chicago, e già vice presidente dell'International Psychoanalytic Association, Kohut ha ispirato un grosso movimento all'interno della psicoanalisi definito "Psicologia del Sé", in aperto contrasto con la corrente psicoanalitica tradizionale nota come "Psicologia dell'Io". Il movimento kohutiano, che secondo alcuni rappresenta la più potente corrente di dissidenza all'interno della psicoanalisi contemporanea (come vedremo meglio nella rubrica del numero seguente del Ruolo Terapeutico [vedi più avanti]), ha posto al centro della teorizzazione il concetto più esperienziale fenomenico di Self (il Sé, contrapposto a quello di Io, più impersonale ed astratto), ha fatto leva su certe debolezze della tecnica interpretativa classica riproponendo l'importanza di fattori quali l'"empatia", ha posto vari interrogativi sulla concezione tradizionale dei fattori terapeutici della psicoanalisi, e così via. La sua influenza sul movimento psicoanalitico è stata così grande che, al culmine del successo e della espansione del movimento della Psicologia del Sé, alcuni addirittura hanno affermato che Kohut sta a Freud come Einstein sta a Newton, nel senso del discepolo che ha trasformato la teoria del maestro. Pare comunque che, dopo circa due decenni dalla nascita di questo movimento, esso non è riuscito a sviluppare tutte le sue potenzialità rivoluzionarie come avevano sperato i suoi seguaci, ed è rimasto un movimento minoritario, seppur importante e foriero di molti stimoli sia clinici che teorici per gli analisti di tutti gli orientamenti.



Si può dire quindi che il DSM-III decise di assegnare alla personalità narcisista l'importanza di una diagnosi a sé stante di fronte alla crescente mole di studi attorno a questo problema soprattutto in campo psicoanalitico e psicoterapeutico. Se da una parte ciò rappresentò un riconoscimento di alcune acquisizioni della psicoanalisi da parte del mondo psichiatrico, dall'altra vi fu chi, anche da parte psicoanalitica, criticò questa scelta, per il fatto che legava troppo il DSM-III alle mode culturali del momento; si può ricordare qui, aneddoticamente, che al Congresso dell'American Psychiatric Association di Toronto del 1982, quando in un importante dibattito i fautori del DSM-III si scontrarono con gli oppositori [vedi Psicoterapia e Scienze Umane, 4/1983, p. 75, per una trascrizione in anteprima di quel dibattito], Vaillant accusò Spitzer e gli altri membri della Task Force del DSM-III di "campanilismo" poiché avevano incluso nel manuale certi disturbi di personalità, come appunto quella narcisista, le quali, "nate solamente 10-20 anni fa, notoriamente sono state viste solo nelle città americane dotate di teatri d'opera e istituti psicoanalitici, e sono sconosciute in Iowa e Alabama, o a Tangeri e Bucarest".



Termino qui questa breve panoramica storica del concetto di narcisismo. Vedremo meglio, nella mia rubrica del prossimo numero del Ruolo Terapeutico (n. 64/1993 [vedi più avanti]), l'evoluzione del pensiero di Freud, tanto complessa quanto importante per capire questo concetto, e l'interpretazione psicodinamica della personalità narcisista fatta da due tra i principali autori che hanno approfondito questo quadro clinico, rispettivamente Kohut e Kernberg, il cui confronto teorico su questa patologia rappresenta oggi uno dei problemi aperti più interessanti nel dibattito psicoanalitico.



 



Seconda parte (Il Ruolo Terapeutico, 1993, 64: 32-36)



Continuo con la seconda parte della trattazione del concetto di narcisismo, iniziata nella mia rubrica precedente del Ruolo Terapeutico (n. 63/1993 [vedi prima parte]) dove avevo trattato gli aspetti descrittivi e storici. In questa seconda parte parlerò degli aspetti psicodinamici, prima seguendo la complessa evoluzione del concetto di narcisismo nel pensiero di Freud, e poi accennando a Kohut e Kernberg, due autori che hanno caratterizzato il dibattito contemporaneo sull'argomento.



Il pensiero di Freud



Nel pensiero freudiano, il concetto di narcisismo fu sempre legato al punto di vista economico della teoria delle pulsioni, il che purtroppo si rivelò un ostacolo a una comprensione di tutte le sfaccettature cliniche del termine. Per comprendere bene questa problematica, occorre ripercorrere brevemente la storia delle varie fasi della teoria delle pulsioni secondo Freud [per un approfondimento, vedi il classico di E. Bibring del 1936 su Psicoterapia e Scienze Umane in due parti, 1990/2: 96-108, e 1990/3: 103-122; e inoltre H. Nagera (1969), I concetti fondamentali della psicoanalisi. Vol. 1: Pulsioni e teoria della libido, Boringhieri, 1972, pp. 26-38].



Originariamente Freud non parlò chiaramente di pulsioni, ma di affetti, cioè possiamo dire che all'inizio egli si mosse all'interno di una teoria degli affetti, i quali andavano difesi l'uno dall'altro (si ricordi che la parola "affetti" è una traduzione letterale dal tedesco e dall'inglese, dove significano "emozioni", "stati dell'umore", quindi in psicoanalisi ha un significato ben diverso da quello della lingua italiana). Allora Freud credeva ancora nella teoria della seduzione, e riteneva che un trauma sessuale esterno facesse insorgere un eccitamento sessuale a causa di una irritazione degli organi genitali: il conflitto nevrotico si originava per l'insorgere di desideri o rappresentazioni "incompatibili", inaccettabili all'Io, che li rimuoveva. L'organismo infatti secondo Freud era governato dalla tendenza a mantenere l'eccitamento al più basso livello possibile per evitare tensioni sgradevoli (un "principio di inerzia neuronica" [S. Freud, "Progetto di una psicologia" (1895), Opere di Sigmund Freud, 2: 195-284], per mantenersi privo di stimoli). Era il conflitto tra l'Io e tali rappresentazioni "incompatibili" quello che generava i sintomi sotto forma di compromesso. Più tardi, e molto chiaramente dopo l'abbandono della teoria della seduzione (quando cioè Freud si accorse che molti fatti traumatici e seduzioni non erano in realtà avvenuti, ma erano frutto della "fantasia" delle sue pazienti), necessariamente i traumi reali esterni persero di importanza nella genesi del conflitto nevrotico, e acquistarono importanza le fantasie, che venivano considerate come derivate appunto da "pulsioni" interne [vedi anche L. Friedman, L'anatomia della psicoterapia (1988), Bollati Boringhieri, 1993, cap. 15]. Nacque così, assieme al complesso edipico, la psicoanalisi vera e propria, segnata dall'importanza della teoria delle pulsioni.



In questo primo periodo venne reso esplicito il dualismo tra "pulsioni sessuali" e "pulsioni dell'Io", che inizialmente era solo implicito. Questa distinzione era dovuta ai biologi, e Freud la accettò. Essa presupponeva due tipi di pulsioni: le pulsioni di autoconservazione (o dell'Io) miranti alla preservazione dell'individuo (ad esempio la fame), e quelle sessuali per la conservazione della specie (ad esempio l'istinto sessuale). E' importante ricordare questa iniziale ipotesi di Freud sulla esistenza di due tipi diversi di pulsioni, perché vi torneremo a proposito della revisione teorica operata da Kohut molti decenni dopo col suo primo libro, quello del 1971 (ma non solo, possiamo anche dire che questa iniziale concezione di Freud su una maggiore diversificazione delle pulsioni, implicante cioè che non tutte le spinte motivazionali dipendono dalla libido o dalla aggressività, è interessante perché in un certo qual modo anticipa la revisione della teoria della motivazione oggi operata sia dai cognitivisti che dagli psicoanalisti ricercatori infantili, come Stern, Lichtenberg, ecc.). Secondo Freud ["Introduzione alla psicoanalisi (nuova serie di lezioni)". Lezione 32: Angoscia e vita pulsionale (1932). Opere di Sigmund Freud, 11: 191-218], in questa fase, le pulsioni dell'Io erano quelle che limitavano e rimuovevano, e le pulsioni sessuali quelle che venivano limitate o rimosse, cioè le due pulsioni erano in conflitto tra loro. I problemi con questa prima teoria duale delle pulsioni incominciarono a sorgere appunto quando Freud affrontò il problema del narcisismo.



A questo proposito bisogna fare una breve parentesi e ricordare che Freud aveva postulato diverse fasi dello sviluppo della pulsione sessuale, da lui chiamata anche "libido". Questa secondo Freud all'origine sarebbe autoerotica, cioè senza oggetto, in cui ogni pulsione parziale cerca soddisfacimento su parti del corpo (le zone "erogene" orale, anale, genitale). In seguito la pulsione diventa alloerotica, cioè con scelta oggettuale. Ma ad un certo punto Freud (1911) postula una fase intermedia tra le due, detta narcisistica, in cui il soggetto unifica le sue pulsioni sessuali parziali (fino ad allora autoerotiche) e prende se stesso come primo oggetto d'amore (ciò implica che nella successiva scelta oggettuale l'individuo sceglie, in via transitoria, un oggetto omosessuale, cioè con gli stessi genitali che ha amato, per poi passare alla definitiva scelta eterosessuale). Freud postula anche che, dopo la fase di investimento oggettuale, la libido può essere nuovamente ritirata sugli oggetti, in una fase che chiama "narcisismo secondario" (e ridefinisce quindi "narcisismo primario" il narcisismo prima descritto, di investimento sul soggetto).



Ricapitolando quindi gli stadi libidici, si hanno quattro fasi: 1) autoerotismo, 2) narcisismo primario, 3) amore oggettuale (prima omosessuale, poi eterosessuale), 4) narcisismo secondario.



Ecco dunque il punto che aprì dei problemi nella prima teoria delle pulsioni di Freud: se nella fase di narcisismo primario il soggetto ama se stesso (per poi nella fase successiva rivolgere la libido agli oggetti), diventa difficile distinguere in questa fase tra pulsioni dell'Io e sessuali, in quanto entrambe rivolte all'Io (si ricordi che Freud non faceva distinzione tra Io e Sé). Freud in questa fase volle comunque mantenere questa dualità delle pulsioni, spostando però la dicotomia, che venne ora riferita non tanto alla fonte quanto alla direzione della pulsione: concepì cioè due tipi di libido, quella narcisistica (rivolta all'Io) e quella oggettuale (rivolta agli oggetti, cioè alle altre persone). Voglio riportare per intero alcuni passaggi tratti da Introduzione al narcisismo del 1914 [Opere di Sigmund Freud, 7: 441-472], in cui si vede, a volte in complessi e oscuri passaggi, quali sforzi facesse per arrivare a costruire una soddisfacente teoria della motivazione. Freud disse che



Il narcisism non sarebbe una perversione, bensì il complemento libidico dell'egoismo della pulsione di autoconservazione, una componente del quale è legittimamente attribuita ad ogni essere vivente. (·) Ci formiamo così il concetto di un investimento libidico originario dell'Io di cui una parte è ceduta in seguito agli oggetti, ma che in sostanza persiste e ha con gli investimenti d'oggetto la stessa relazione che il corpo di un organismo ameboide ha con gli pseudopodi che emette. (...) Grosso modo, osserviamo anche una contrapposizione tra libido dell'Io e libido oggettuale. Quanto più si impiega l'una, tanto più si depaupera l'altra. (...) Infine, per ciò che attiene alla differenziazione delle energie psichiche, siamo indotti a concludere che inizialmente, durante lo stadio narcisistico, esse coesistono e la nostra approssimativa analisi non riesce a far distinzione tra esse; solo quando avviene l'investimento d'oggetto diventa possibile discriminare un'energia sessuale - la libido - da un'energia delle pulsioni dell'Io.



(...): se attribuiamo all'Io un investimento libidico primario, che bisogno c'è di separare ancora una libido sessuale da un'energia non sessuale delle pulsioni dell'Io? Se postulassimo l'esistenza di un'unica energia psichica non ci risparmieremmo tutte le difficoltà di discernere fra energia delle pulsioni dell'Io e libido dell'Io, e fra libido dell'Io e libido oggettuale?



(...) La differenza della libido in una libido che pertiene all'Io e in una libido che è vincolata agli oggetti risulta come un corollario inevitabile dell'antica ipotesi che istituì la distinzione tra pulsioni sessuali e pulsioni dell'Io. (...)



Proprio perché in genere mi sforzo di tener lontano dalla psicologia tutto ciò che è estraneo alla sua natura, incluso il pensiero biologico, desidero a questo punto ammettere espressamente che l'ipotesi di una separazione fra pulsioni sessuali e pulsioni dell'Io - e cioè la teoria della libido - non poggia che in misura minima su basi psicologiche e ha invece nella biologia il suo supporto essenziale. Sarò quindi coerente abbastanza da lasciar cadere questa ipotesi sulle pulsioni nel caso in cui il lavoro psicoanalitico me ne indicasse una migliore. Ciò, finora, non è accaduto. Può darsi, dunque, che l'energia sessuale - cioè la libido - sia in ultima analisi e alla fin fine solo il prodotto di una differenziazione dell'energia che opera altrimenti nella psiche. Ma questa affermazione è priva di rilievo [Freud, 1914, pp. 444-449].



Come fa notare Nagera [cit., p. 37], nonostante una certa oscurità della distinzione tra pulsioni sessuali e pulsioni dell'Io, Freud in questa fase non se la sentiva di abbandonarla, anche perché si confaceva con le ipotesi biologiche dell'epoca, e anche con il senso comune che vuole differenziare per esempio tra l'istinto sessuale e la fame. Quello che è importante comunque è che Freud qui introdusse, con la famosa metafora dell'ameba e dei suoi pseudopodi, la differenziazione tra libido dell'Io e libido oggettuale: fu proprio questa concettualizzazione che, seppur basata sulla acuta osservazione di alcuni fenomeni clinici, doveva poi rivelarsi inadeguata per l'esageratamente ampia estensione che il termine "narcisismo" doveva assumere, e pesare molto sulla sua specificità. Infatti si postula che la libido nel narcisismo primario (quello che sta tra l'autoerotismo e l'amore oggettuale) viene investita sul soggetto, poi in una fase successiva sugli oggetti; ma in determinate condizioni, nel cosiddetto narcisismo secondario, dagli oggetti può essere ritirata sull'Io. Un tipico esempio, a noi clinicamente molto familiare, è il caso del "ritiro narcisistico", col quale il paziente, dopo un trauma emotivo o una ferita (detta appunto "narcisistica") si chiude in se stesso allontanandosi dagli altri, senza più voglia di interagire con loro (proprio come un'ameba che ritira i suoi pseudopodi). Ma questa è solo una delle molte condizioni "narcisistiche", che possono comprendere regressioni sia fisiologiche che patologiche, e una svariata serie di fenomeni clinici: sonno, autismo, schizofrenia, megalomania, paranoia, ipocondria, credenze magiche, animismo, onnipotenza del pensiero, malattie organiche, innamoramento, certi tipi di omosessualità o di altre perversioni, persino vanità, autoammirazione, autostima, "sentimento oceanico", e così via. In tutti questi casi la libido "si ritirerebbe dagli oggetti", ed avendo ciò una implicazione economica, vi sarebbe un effetto come di vasi comunicanti: più diminuiscono gli investimenti sugli oggetti, più possono aumentare i suddetti fenomeni narcisistici. Ovviamente sappiamo che ciò non è vero per alcuni fenomeni clinici: in altre parole, se si può essere d'accordo che quando abbiamo il mal di denti amiamo meno mostra moglie perché siamo presi dal dolore che ci affligge, oppure che quando dormiamo ci distacchiamo dal mondo esterno, è dimostrato che spesso sono proprio coloro che hanno una buona autostima quelli che amano di più gli altri e investono maggiormente negli oggetti esterni (hanno successo, traggono soddisfazione dal loro lavoro, ecc.). Troppi dunque appaiono essere i significati clinici di narcisismo da rendere utile questo termine se lo si lega strettamente alla teoria delle pulsioni e al punto di vista economico.



Cercando di riassumere quanto detto fin qui, e sintetizzando le altre osservazioni in questo scritto del 1914 sul narcisismo, Freud ha aggiunto i significati del termine relativi a tre fenomeni: A) il tipo di scelta oggettuale, B) un modo di relazione oggettuale, e C) l'autostima. In breve:



A) il tipo di scelta oggettuale: Freud scrisse che





L'essere umano può amare



1) secondo il tipo narcisistico [di scelta oggettuale]: a) quel che egli stesso è (cioè se stesso); b) quel che egli stesso era; c) quel che egli stesso vorrebbe essere; d) la persona che fu una parte del proprio sé.



2) secondo il tipo [di scelta oggettuale] per appoggio: a) la donna nutrice; b) l'uomo protettivo (Freud, 1914, p. 460).





B) un modo di relazione oggettuale: narcisismo vuol dire ritiro dagli oggetti, come nella schizofrenia o nell'autismo.



C) autostima: anche se questo aspetto fu toccato da Freud solo marginalmente, è divenuto oggi il significato prevalente di narcisismo. A questo proposito, bisogna segnalare la proposta di Joffe & Sandler del 1967 ["Alcuni problemi concettuali riguardanti i disturbi narcisistici", in Sandler J. et al., La ricerca in psicoanalisi, vol 1. Boringhieri, 1980, cap. 11, pp. 184-196] che cercano di risolvere queste difficoltà concettuali mantenendo per il narcisismo il significato di autostima, ma eliminando le implicazioni pulsionali, e proponendo una concettualizzazione in termini di stato ideale dell'Io.



Ricapitolando e semplificando dunque [per una discussione più approfondita del concetto di narcisismo, vedi lo scritto di S. Pulver del 1970 "Narcisismo: il termine e il concetto", in Psicoterapia e Scienze Umane, 1980, 2: 42-60], Freud in Introduzione al narcisismo, che è uno dei suoi più importanti contributi teorici, utilizzò il termine "narcisismo" per almeno quattro situazioni diverse: 1) una perversione sessuale; 2) uno stadio del normale sviluppo della "libido", cioè della sessualità (la sessualità e l'aggressività - rispettivamente Eros e Thanatos - furono concepite da Freud come le due pulsioni fondamentali dell'essere umano); 3) una caratteristica della schizofrenia, nella quale la libido verrebbe ritirata dal mondo esterno e investita sul soggetto; 4) un tipo di scelta dell'oggetto d'amore, nella quale l'oggetto verrebbe scelto in quanto rappresenta quello che il soggetto era o vorrebbe essere (si ricordi che "oggetto" nel linguaggio psicoanalitico equivale a "persona").



Già da queste diverse definizioni è possibile intravvedere la complessità, per non dire la confusione, che circondò questo concetto negli anni successivi, e che per certi versi permane tuttora. Più problematica di tutte forse fu l'equiparazione tra narcisismo e schizofrenia: secondo questa primitiva concezione freudiana, nella nevrosi la libido verrebbe investita sugli oggetti, mentre nelle psicosi schizofreniche (da Freud chiamate appunto "nevrosi narcisistiche") la libido verrebbe investita sul soggetto, depauperando così gli oggetti di investimento libidico, come accadrebbe ad esempio nell'autismo. Come ho accennato prima, questa concezione della libido che si distribuirebbe in "vasi comunicanti" si rivelò poi non reggere al confronto con la clinica, poiché non rendeva conto della possibilità di poter investire nel mondo esterno (amare, avere successo, ecc.) e contemporaneamente mantenere una buona autostima. Come vedremo, il primo Kohut [Narcisismo e analisi del Sé (1971). Boringhieri, 1976] tentò di risolvere questo problema teorico postulando l'esistenza di due "linee di sviluppo" della libido, rispettivamente di libido oggettuale e di libido narcisistica, non più strettamente collegate tra loro come vasi comunicanti ma indipendenti l'una dall'altra. Come ho detto prima, è interessante questa operazione fatta da Kohut nel suo primo libro del 1971, in quanto per certi versi sembra che proponga un ritorno alla prima fase della teoria delle pulsioni di Freud, quella che proponeva una dualità di pulsioni sessuali e di autoconservazione (o dell'Io). Ma Kohut, nei suoi contributi successivi [La guarigione del Sé (1977), Boringhieri, 1980, e La cura psicoanalitica (1984). Boringhieri, 1986], modificò le sue concezioni allontanandosi ulteriormente dall'ortodossia freudiana, e affermando che esiste una sola libido, quella "narcisistica", che grazie a rapporti empatici con le figure genitoriali (definiti "oggetti-Sé") trasformerebbe il Sé in forme meno arcaiche e via via più mature.



Il pensiero di Kohut



Ma vediamo brevemente come Heinz Kohut concepisce la psicodinamica dei disturbi narcisistici. Kohut [1971, cit.] incominciò col notare due particolari tipi di transfert nei pazienti narcisistici, che chiamò transfert "speculare" e transfert "idealizzante". Nel primo il paziente esprimerebbe il bisogno di essere ammirato e "rispecchiato" dal terapeuta, mentre nel secondo esprimerebbe il bisogno complementare di idealizzare e ammirare il terapeuta stesso. Egli poi postulò che il compito del terapeuta non è quello di frustrare questi bisogni, magari interpretandoli come difese, ma quello di accettarli in quanto tali e di corrispondere empaticamente ad essi per permettere al Sé di svilupparsi. Infatti secondo Kohut la genesi dei disturbi narcisistici va ricercata in un atteggiamento "poco empatico" da parte dei genitori che ha provocato l'arresto dello sviluppo a un "Sé grandioso arcaico", del quale appunto i due tipi di transfert prima menzionati sarebbero la riattivazione nel transfert. E' solo quindi permettendo al paziente di ripercorrere queste tappe evolutive attraverso un rapporto empatico col terapeuta, il quale ammira il paziente e permette a sua volta di farsi ammirare da lui, che il paziente riesce gradualmente a mitigare o modificare il suo Sé grandioso attraverso quelle che Kohut chiama "internalizzazioni trasmutanti".



Già da questi pochi accenni si può intravedere la radicale diversità della teoria kohutiana da quella freudiana classica. Kohut concepisce il Sé come qualcosa che dipende dall'ambiente, che può farlo crescere o arrestare a seconda di determinate proprie caratteristiche (come l'empatia dei genitori); il conflitto è quindi tra il Sé e gli oggetti, e non è intrapsichico, come vuole la teoria classica che postula una conflittualità tra Io, Es e Super-Io (in questo senso si può dire che Kohut appartenga alla scuola della "teoria delle relazioni oggettuali", secondo la quale l'ambiente ha una grossa responsabilità nella costituzione del soggetto). Il Sé di Kohut quindi è un'entità priva di conflitto in se stessa, che appartiene ad un livello di astrazione completamente diverso da quello della struttura tripartita Io/Es/Super-Io, poiché non viene concepito come una funzione dell'Io secondo la definizione di Hartmann [Considerazioni sulla teoria psicoanalitica dell'Io (1950). In: Saggi sulla Psicologia dell'Io. Boringhieri, 1976, cap. 7, p. 143], il quale suggerì una accezione ristretta del Sé come "rappresentazione del Sé", cioè della persona, da parte dell'Io.



Queste concezioni hanno profonde implicazioni. Infatti, il concetto di conflittualità intrapsichica, che è centrale in psicoanalisi, è strettamente legato a quello delle pulsioni, cioè all'Es, le quali appunto entrano in conflitto con altre strutture psichiche, come ad esempio il Super-Io. Ed è per questo che Kohut coerentemente nega l'esistenza autonoma delle pulsioni, e afferma che le loro manifestazioni (aggressività, sessualità, il complesso di Edipo, e così via fino a comprendere lo stesso conflitto intrapsichico) sono già di per sé dei "prodotti di disintegrazione" della libido narcisistica nel momento in cui il soggetto (il Sé) entra in un rapporto non empatico o frustrante con le figure parentali (gli oggetti).



Non è possibile in questa sede procedere oltre nella disamina teorica del concetto di narcisismo secondo Kohut. Basti ricordare che secondo molti autori Kohut non è riuscito a fondare un sistema teorico coerente e realmente alternativo a quello della psicoanalisi classica, e che la sua posizione, per la implicita negazione della centralità del conflitto intrapsichico, rischia di rappresentare un ritorno a psicologie pre-psicanalitiche come quelle di Janet e Charcot [vedi M. Eagle (1984), La psicoanalisi contemporanea. Laterza, 1988, cap. 5, 6, e 12; M. Eagle, "Cambiamenti clinici e teorici in psicoanalisi: dai conflitti ai deficit e dai desideri ai bisogni", Psicoterapia e Scienze Umane, 1990, 1: 33-46; per una discussione del concetto di Sé, vedi G. Jervis, "Significato e malintesi del concetto di 'Sé'", in M. Ammaniti (a cura di), La nascita del Sé. Laterza, 1989]. Nonostante queste riserve, quasi tutti però sono altrettanto concordi nel ritenere che molte intuizioni cliniche di Kohut costituiscono un notevole progresso nella nostra comprensione della terapia del narcisismo e dei disturbi gravi di personalità in generale.



Il pensiero di Kernberg



Otto Kernberg [Sindromi marginali e narcisismo patologico (1975), Boringhieri, 1978; Disturbi gravi della personalità (1984), Bollati Boringhieri, 1988, cap. 11-14; ecc.], dal canto suo, concepisce invece la personalità narcisista in modo più tradizionale. Egli, anche se è d'accordo nel ritenere che la patologia si incentri attorno a un disturbo della regolazione dell'autostima e alla persistenza di un Sé grandioso, non ritiene che questo sia la riattivazione di una fase dello sviluppo infantile normale, ma patologico. Infatti, dove Kohut parla di "Sé grandioso arcaico", Kernberg non a caso parla di "Sé grandioso patologico", per cui ne consegue che in terapia esso non deve essere favorito o lasciato crescere, ma deve essere interpretato nelle difese caratteriali narcisistiche. Per fare un esempio, una eccessiva idealizzazione del terapeuta potrebbe non essere, come vuole Kohut, un sentimento "normale", ma la difesa da una aggressività contro di lui e/o dalla proiezione di questa che genera poi una paura di lui (risultante quindi da una conflittualità intrapsichica). Per Kernberg (il quale tra l'altro, non si dimentichi, seguendo Hartmann [1950, cit.] concepisce il Sé come "rappresentazione del Sé", cioè come una funzione dell'Io, e non come una entità sovraordinata e autonoma) il futuro narcisista, attorno ai 3-5 anni, invece di integrare realisticamente le immagini buone e cattive del Sé e dell'oggetto in rappresentazioni coerenti e stabili, mette insieme le rappresentazioni positive ed idealizzate (sia del Sé che dell'oggetto) formando conseguentemente un Sé grandioso patologico, cioè un'idea irrealistica e idealizzata di sé, la quale ovviamente è fragilmente mantenuta per cui il paziente ha sempre bisogno di rinforzi esterni per la sua autostima ed è soggetto a continue disillusioni. Quello che favorisce (ma non determina, come vorrebbe Kohut) la formazione di questo Sé grandioso patologico è l'atteggiamento di genitori freddi, distaccati, ma nel contempo pieni di esagerate ammirazioni e aspettative dal bambino. La vera possibile causa della formazione di questo Sé grandioso patologico è, secondo Kernberg, una eccessiva pulsione aggressiva, che impedirebbe alle rappresentazioni positive di integrarsi normalmente con quelle negative, portando così alla formazione di immagini scisse, eccessivamente idealizzate e grandiose, o eccessivamente negative. La psicodinamica a questo livello è molto simile a quella della personalità borderline, che secondo Kernberg appunto ha una genesi qualitativamente simile a quella narcisista, e la cui organizzazione intrapsichica è simile in molti disturbi di personalità (rimando quindi alle mie rubriche sul disturbo borderline nei numeri 55/1990 e 56/1991 del Ruolo Terapeutico, e al manuale di tecnica psicoterapeutica per i borderline di Clarkin, Yeomans & Kernberg, 1999).



Bibliografia



Abraham K. (1919). Una forma particolare di resistenza nevrotica al metodo psicoanalitico. In: Abraham Opere, vol. II, pp. 494-501. Torino: Boringheri, 1975.



American Psychiatric Association (1980). DSM-III, Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. Milano: Masson, 1983.



American Psychiatric Association (1987). DSM-III-R, Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. Edizione Riveduta. Milano: Masson, 1988.



Clarkin J.F., Yeomans F. & Kernberg O.F. (1999). Psychotherapy for Borderline Personality. New York: Wiley (trad. it.: Psicoterapia delle personalità borderline. Milano: Cortina, 2000). Edizione Internet delle pp. 31-39 del cap. 1: Strategie nella psicoterapia delle personalità borderline: http://www.psychomedia.it/pm/modther/probpsiter/clarki99.htm.



Eagle M.N. (1984). Recent Developments in Psychoanalysis. A Critical Evaluation. New York: McGraw-Hill (ristampa: Cambridge, MA: Harvard Univ. Press, 1987) (trad. it.: La psicoanalisi contemporanea. Bari: Laterza, 1988). Edizione su Internet del cap. 11 (ed. or. cap. 12): "Carenze di sviluppo e conflitto dinamico": http://www.publinet.it/pol/ital/documig8.htm.



Ellis H. (1892). Auto-erotism: A psychological study. Alienist Neurologist, 19: 260-299.



Freud S. (1914). Introduzione al narcisismo. Freud Opere, 7: 441-472. Torino: Boringhieri, 1975.



Gedo J.E. (1986). Conceptual Issues in Psychoanalysis. Essays in History and Method. Hillsdale, NJ: Analytic Press.



Grunberger B. (1977). Il narcisismo. Bari: Laterza.



Hartmann H. (1950). Considerazioni sulla teoria psicoanalitica dell'Io. In: Saggi sulla Psicologia dell'Io. Torino: Boringhieri, 1976, cap. 7, pp. 129-157.



Jacobson E. (1964). Il Sé e il mondo oggettuale. Firenze: Martinelli, 1974.



Jervis G. (1989). Significato e malintesi del concetto di . In: Massimo Ammaniti (a cura di), La nascita del Sé. Bari: Laterza, 1989.



Jones E. (1951). The God complex. In Essays in Applied Psychoanalysis, vol. 2, pp. 244-265. London: Hogarth Press..



Kernberg O.F. (1975). Sindromi marginali e narcisismo patologico. Torino: Boringhieri, 1978.



Kernberg O.F. (1984). Disturbi gravi della personalità. Torino: Boringhieri, 1988.



Klein M. (1957). Invidia e gratitudine. Firenze: Martinelli, 1969.



Klerman G.L., Michels R., Spitzer R.L., Vaillant G.E. (1982). A debate on DSM-III. Am. J. Psychiatry, 1984, 141, 4: 539-553 (per un riassunto in italiano, vedi Migone, 1983, pp. 74-79).



Kohut H. (1971). Narcisismo e analisi del Sé. Torino: Boringhieri, 1976.



Kohut H. (1977). La guarigione del Sé. Torino: Boringhieri, 1980.



Kohut H. (1978). La ricerca del Sé. Torino: Boringhieri, 1982.



Kohut H. (1984). La cura psicoanalitica. Torino: Boringhieri, 1986.



Lasch C. (1878). La cultura del narcisismo. Milano: Bompiani, 1981.



Migone P. (1983). La diagnosi in psichiatria descrittiva: presentazione del DSM-III. Psicoterapia e Scienze Umane, XVII, 4: 56-90.



Migone P. (1985). Monografia: John E. Gedo. Psicoterapia e Scienze Umane, 1985, XIX, 4: 89-102.



Migone P. (1987). American Psychiatric Association, Work Group to Revise DSM-III, Draft, DSM-III-R in Development. Washington, DC: APA, 1985 (recensione). Rivista Sperimentale di Freniatria, 1987, CXI, II: 350-352.



NŠcke P. (1899). Die sexuellen Perversitaten in der Irrenanstalt. Psychiatrische en Neurologische Bladen, 3.



Pulver S. (1970). Narcisismo: il termine e il concetto. Psicoterapia e Scienze Umane, 1980, 2: 42-60.



Reich A. (1953). Narcissistic object choice in women. J. Am. Psychoanal. Ass., 1: 22-44.



Reich A. (1960). Pathological forms of self-esteem regulation. Psychoanal. Study Child, 15: 215-232.



Rosenfeld H. (1965). Stati psicotici. Roma: Armando, 1973.



Rosenfeld H. (1987). Comunicazione e interpretazione. Torino: Boringhieri, 1989.



Sadger I. (1908). Fragment der Psychoanalyse eines Homosexuellen. Jahrbuch fur Sexuelle Zwischenstufen, 9: 339-424.




Nota:


 


    Per una versione ampliata e aggiornata di questo lavoro, vedi Migone P., Terapia psicoanalitica. Milano: Franco Angeli, 1995, cap. 10.



 


 



--> Torna all'Area Problemi di psicoterapia


martedì 21 luglio 2009

Isteria e Disturbo di Panico: “quando il corpo esprime la solitudine”

A cura di Moreno Marcucci, M. Belligoni, Lucia Bartolacci, G.Pizzi

Centro Studi e Ricerche Nostos

La caratteristica fondamentale dell’Isteria è di essere una condizione psichica che si esprime per mezzo del corpo: non per mezzo del comportamento, del pensiero, del flusso verbale, ma proprio attraverso il corpo. È pur vero che sono ascritti all’isteria anche fenomeni quali i crepuscoli e le amnesie non riconducibili a lesioni organiche, ma questi sono ritenuti, quando siano presenti, dei sintomi secondari; quelli primari sono legati all’espressione somatica: le grandi crisi acute, le grandi sindromi funzionali, la polimorfa varietà delle algie, le “stigmate” isteriche.

  È dunque nell’isteria che si rappresenta al massimo grado la scissione tra corpo e mente, laddove, si ipotizza, una sofferenza grave non può essere percepita ed espressa dal soggetto se non attraverso il corpo. È lecito supporre che tale percezione non possa, in parte o del tutto, essere riversata nel circuito comunicativo del pensiero consapevole, degli atti relazionali intenzionali e trasparenti, del linguaggio verbale.

  Il linguaggio del corpo nell’Isteria è lo strumento a disposizione di chi non ha parole per comunicare e forse anche di chi non può o non vuole comunicare con le parole: di chi ha la povertà comunicativa propria degli “individui rozzi”, ma anche di chi, appartenendo alla buona società, non può permettersi di esprimere altrimenti pensieri e desideri considerati “sconvenienti”. È il linguaggio di qualcuno che di volta in volta, nel corso dei tempi, viene considerato un indemoniato, un malato, un simulatore.

  Ai fini del nostro discorso, è importante la definizione di Isteria che diede Babinski: si tratta di uno stato psichico, non necessariamente definibile come patologico, che si esprime con fenomeni e sintomi che riguardano il corpo. Si può ragionevolmente ipotizzare che questo stato psichico sia costituito da un fondo di disagio e di sofferenza delle cui motivazioni il soggetto è più o meno consapevole, e che il corpo sia lo strumento con cui egli riesce ad esprimerlo: con il corpo tutto, con parti di esso, con alcuni organi ed apparati, su suggerimento dell’interlocutore o per autonoma intuizione della funzione comunicativa di quel segmento del proprio corpo.

Babinski riteneva che questo non meglio definito stato psichico, costituisse la condizione per rendere il soggetto sensibile all'auto o etrero-suggestione capace di produrre i sintomi fisici (ptialismo): in questo modo tentava di risolvere il problema costituito da una condizione caratterizzata da sintomi talora stabili e invalidanti; egli ne deduce che esiste un confine assai labile con quella che è un’aperta simulazione. Forse sarebbe più giusto considerare quello “stato psichico” di cui parla Babinski come disagio e sofferenza, uniti ad un'impotenza comunicativa: per inciso mentre il medico osservatore, come scopre Babinski, induce con la suggestione i sintomi che si aspetta di vedere, la società tutta “suggerisce”agli isterici di non esprimere in linguaggio comune, i contenuti dei loro desideri e delle loro sofferenze.

  È interessante confrontare le descrizioni della polimorfa espressività somatica dell’Isteria che i grandi clinici redigono negli anni tra la fine dell’800 e l’inizio del 900 e le successive attribuzioni di significato che sono date ai sintomi dalla nascente cultura psicoanalitica; si ha l’impressione di una riduzione di una grande varietà di forme ad un unico contenuto comune a tutti: il discorso sessuale represso.

Certo la sessualità, specie per le donne e specie in certi ambienti, era argomento “indicibile” e la repressione del desiderio si sostanziava in impossibilità concreta di farne un contenuto mentale ed un oggetto di comunicazione: ma forse è più giusto pensare, che come tutto il corpo dell’isterico parla con i più svariati sintomi, così l’intera gamma delle espressioni emotive ed affettive, dei sentimenti e dei desideri può trovarsi negata la via all’espressione libera o, prima ancora, l’accesso alla consapevolezza piena. Tutto il corpo parla perché in quei soggetti, in quei tempi, in quella società quasi ogni sentimento o desiderio non può essere fino in fondo conosciuto ed esperito e meno che mai comunicato.

  Nelle forme più gravi di Isteria, il doversi esprimere solo attraverso il corpo diventa invalidità o stile di vita: c’è nella vita di queste persone una vasta area dove domina il silenzio degli affetti e dei desideri; c’è nella vita di tutti i giorni la “paralisi” reale di una funzione o la riduzione della autonomia personale a causa di un sintomo o, addirittura, la necessità di dipendere totalmente dagli altri perché soggetti a crisi frequenti. Il linguaggio del corpo è paradossalmente solo espressione di malattia, d’invalidità o di indole debole e tutto sommato disprezzabile. Sospeso tra malattia, sospetto di simulazione, stigma sociale, l’isterico, e ancor più l’isterica, divengono con il passare degli anni e con l’affievolirsi dell’interesse suscitato negli “anni d’oro dell’Isteria” un fardello ingombrante perfino per la Psichiatria. I Grandi Semplificatori del DSM finiranno per cancellarla.

  In fondo l’Isteria ci ha obbligato a fare i conti con il nostro sapere, ci ha costretto a fare i conti con i limiti del nostro sapere.

  L’Isteria contesta quelle che sono le nostre conoscenze mediche, stravolge i concetti neurologici; la medicina ha cercato di prenderla sotto la sua protezione, offrendole un riparo dalle precedenti persecuzioni, allargando gli esigui confini del corpo agli spazi mentali e valutando la possibilità che la mente possa influenzare il corpo fino a modificarne il funzionamento, fino a creare delle disfunzioni come le paralisi isteriche che superano i confini dell’innervazione e della funzionalità.

  Questo accogliere l’Isteria nel campo della medicina, le ha tolto quella connotazione di espressività emotiva, di comunicazione della sofferenza in soggetti che non riescono ad esprimerla attraverso i convenzionali schemi sociali.

  Da sempre l’Isteria è legata alle convenzioni sociali e alla difficoltà della società di accettare l’espressione dell’emotività. Forse per questo è sempre stata combattuta fino ad essere denigrata, fino al punto di tornare a bruciare al rogo le isteriche come indemoniate.

  La risposta potrebbe trovarsi nel significato simbolico dell’espressività corporea, la quale a differenza dell’espressione verbale, non può essere arbitraria o simulata, bensì intimamente collegata con i significati che intende trasmettere.

  D’altronde quali sono le persone che dovranno ricorrere a questa forma d’espressione?

  Naturalmente i più deboli, come succedeva per le donne in passato. Le persone che più delle altre soffrono di vessazioni, quelle che sono più deboli e quindi hanno più paura e non riescono o non possono essere se stesse non affrontando gravi trasgressioni sociali come succedeva in passato per la donna, che doveva costantemente rinunciare ad esprimere le proprie esigenze sessuali ed adeguarsi costantemente agli obblighi di accudire gli altri e di esercitare il ruolo materno, fino a diventare schiava di quei compiti, liberarsi dai quali sarebbe stata una grave offesa per la famiglia e per i ruoli sociali.

  Dobbiamo però considerare che ognuno di noi, può essere se stesso quando sente di aver realizzato le proprie aspettative e quando queste coincidono con i riconoscimenti relazionali del contesto nel quale egli vive e si rapporta.

  Appare molto difficile sul piano esistenziale essere se stessi ed esprimere, attraverso un’apparente inadeguatezza rispetto ai compiti assegnati dal proprio ruolo sociale, una contestazione delle regole sociali, affrontando la critica e il dissenso di chi ci circonda e del contesto in cui viviamo.

  Entrano in funzione altri canali: come nella psicosi si viene a formare un altro mondo dove, seppur con angoscia e terrore il soggetto riesce a sopravvivere, così nell’Isteria il soggetto si deresponsabilizza, è malato, non è più responsabile dei suoi comportamenti e riesce ad esprimere vissuti e stati d’animo che non avrebbe mai potuto esprimere in condizioni di normalità psichica.
In questo senso allora, la comunicazione attraverso il corpo serve ad esprimere il conflitto psichico legato alla storia individuale fuori dalla volontà del soggetto stesso in una comunicazione nella quale il soggetto ricevente è colpito dai sentimenti espressi in maniera tale da non potersi estraniare né tantomeno fuggire.

  Questa modalità comunicativa ha un reale valore dialettico: è orientata a considerare l’Altro un partner di scambio o solo una compresenza senza la quale non avrebbe nessun senso la comunicazione isterica?

  In questo senso esiste una componente coercitiva nell’espressione isterica, che deifica l’altro rendendolo l’elemento passivo di una comunicazione coercitiva alla quale non si può sottrarre, rispondendo così in maniera violenta alle precedenti violenze subite.

  La psicoanalisi ha descritto quasi unicamente una componente di espressione sessuale nella comunicazione isterica, limitando il campo di interpretazione ad un ambito ristretto all’interno del quale viene, secondo noi, persa una soggettività individuale e nel contempo, viene attribuita tutta la responsabilità di un comportamento coercitivo comunicativo e violento senza considerare gli elementi sociali e relazionali che hanno derivato il sintomo.

  Eravamo quindi orientati a considerare il sintomo isterico come un elemento comunicativo che c'investiva, nella pratica quotidiana, in maniera spesso fastidiosa per la sua aggressività e per la coercizione a cui ci costringeva, ma sempre come una via di comunicazione a cui ricorrevano persone che non potevano o non riuscivano a trovare altri canali di comunicazione della propria sofferenza.

  Per molti anni ci siamo rassegnati a fare da sfondo al palcoscenico della recita isterica, cercando di intervenire nelle situazioni di maggiore gravità, come peraltro siamo generalmente abituati a fare nei servizi pubblici, dove non c’è mai spazio per interventi spesso considerati “superflui”, ma costantemente in attesa del momento in cui si creava uno spiraglio di relazione, del momento opportuno per essere presi finalmente in considerazione e iniziare ad instaurare una relazione diadica con un soggetto terrorizzato da quest'aspettativa. 

  Rimanevamo in attesa, talvolta inutilmente, che il paziente potesse esprimere nella relazione terapeutica quel livello emotivo contenuto nel linguaggio somatico.

  Ufficialmente nella nosografia in auge, l’Isteria è stata rimpiazzata da tre entità diverse: il Disturbo di Somatizzazione, i Disturbi Dissociativi, il Disturbo Istrionico di Personalità. Dal nostro punto di vista, se il nucleo fondamentale dell’Isteria è la comunicazione attraverso il corpo, le ultime due entità riguardano concettualizzazioni e fenomeni che vanno oltre questo nucleo; peraltro esistono altre situazioni in cui l’espressione attraverso il corpo della sofferenza psichica, è il sintomo fondamentale: tra esse ha suscitato il nostro interesse il Disturbo di Panico.

  Non intendiamo, naturalmente, sostenere una possibile identità tra la sintomatologia isterica e quella dell’attacco di panico, ma prendere in esame la possibilità che esistano similitudini forti tra le condizioni che erano alla base dello “stato psichico” che consentiva l’espressione dei sintomi isterici e quelle che si possono rinvenire nei soggetti che manifestano i sintomi somatici che accompagnano l’attacco di panico.

  In particolare alcune nostre esperienze cliniche ci hanno fatto pensare che certe caratteristiche di personalità e, correlate a queste alcune difficoltà relazionali e di comunicazione, fossero simili tra soggetti con Disturbo di Panico e altri per cui ci capita, nonostante i tempi, di far diagnosi di Isteria.

  D’altra parte, il rilievo clinico che numerosi soggetti affetti da Disturbo di Panico, dopo una remissione dei sintomi tipici dovuta ad un intervento farmacologico, in seguito presentino diversi altri tipi di patologia psichiatrica, ci ha fatto pensare alla presenza di un disordine complessivo della personalità che li assimilano a pazienti con un quadro riferibile all’Isteria.

  Per prima cosa ci ha colpito la bassissima prevalenza del Disturbo di Somatizzazione: non solo nella nostra esperienza (non se ne vedono praticamente più, ma questo potrebbe dipendere da una tendenza, che peraltro riteniamo probabile, dei medici di base a provvedere essi stessi all’intervento psicofarmacologico), ma anche in quello che viene riportato dalla letteratura: che il corpo non sia più uno strumento della comunicazione di chi soffre?

   Certo le cose sono cambiate da quando l’Isteria era così frequente e interessante: le possibilità di comunicare sono teoricamente infinite; moltissime delle tematiche non affrontabili nella relazione interpersonale un secolo fa, oggi sono accessibili e il tabù della sessualità non è certamente più tale; moltissime persone hanno acquisito strumenti culturali che consentono loro la possibilità di concettualizzare e mentalizzare una vasta gamma di emozioni, di affetti, di implicazioni relazionali; la stessa distribuzione del potere all’interno della famiglia e della società è cambiata e ha restituito la “parola” a tanti soggetti oppressi dal costume o dalla struttura sociale. Verosimilmente, dunque, almeno nella società occidentale, si può riuscire a comprendere meglio le ragioni del proprio disagio e si hanno più strumenti per esprimerlo nella relazione con gli altri: del corpo c’è dunque meno bisogno.

  Ma probabilmente non per tutti questo è vero: esistono dei soggetti che non riescono a conoscere o a comunicare i contenuti, i motivi, le origini del proprio disagio e sono ancora costretti a servirsi di un altro linguaggio: un linguaggio più raffinato di quello “grezzo” ancorchè polimorfo dell’Isteria, un linguaggio in cui sia presente l’espressività somatica, nelle fasi acute, ma che di norma si esprima nella forma in cui il disagio e la sofferenza hanno “imparato” a materializzarsi, con un sintomo che ha componenti somatiche come elementi di pertinenza cognitiva, l’ansia.

  Quali sono le cose che possono essere espresse nel linguaggio non corporeo da chi soffre di Disturbo di Panico? Facciamo una prima ipotesi, che parte dall’osservazione che la maggior parte di costoro va incontro a fallimenti nei tentativi di affermarsi socialmente, di conseguire una realizzazione professionale, di rispondere positivamente alle richieste poste dall’ambiente familiare e sociale: è possibile che essi tentino di esprimere il desiderio di essere valutati per la loro ricchezza emotiva e affettiva, per la loro capacità di empatia e di relazione: essi privilegiano, peraltro senza successo, la lotta per ottenere un riconoscimento sociale: faticano a riconoscere e ancor più ad esprimere i propri contenuti affettivi. Coesistono il deficitario adattamento sociale, il senso di frustrazione che ne deriva e la difficoltà ad accettare e a vivere le proprie valenze affettive. Tutto questo non può che essere espresso attraverso il linguaggio ibrido dell’ansia o quello acutamente sofferente del corpo nelle crisi.

  Questa ipotesi naturalmente andrà verificata o falsificata attraverso un lavoro di indagine clinica e psicometrica che abbiamo appena iniziato. Per intanto diciamo che ci ha molto interessato la possibilità di ricominciare a ragionare sul “significato” di una sintomatologia, sulla possibilità di ritrovare, al di là delle mode nosografiche (panta rei, anche i DSM prossimi venturi), il nucleo irriducibile di una sofferenza che trova canali espressivi “primitivi”, ancorché in qualche modo legate ai tempi e alle culture: ci ha affascinato l’idea che forse la rinuncia al termine Isteria, possa aver risolto l’ambiguità linguistica per cui i suoi portatori potevano essere malati o simulatori o semplicemente “individui rozzi” e che ora il linguaggio sofferente del corpo, possa essere rettamente interpretato come il segno di una sofferenza complessiva della persona, alla ricerca di un'espressione che gli altri possano capire e prendere in considerazione.   

 Cosa possono avere in comune il DP e l’Isteria?

  Anche in questo quadro clinico la sintomatologia prevalente è quella legata all’espressione corporea, la mancanza d’aria, il senso di svenimento, la sua improvvisa insorgenza, la necessità di avere una figura di riferimento che riesca a calmare e a tranquillizzare il soggetto, evitando che cada in preda alle sue crisi d’ansia, ma che nel tempo viene resa completamente dipendente, attraverso i sintomi, alla volontà indotta dalla malattia.

  Bisogna evitare determinati luoghi perché possono essere pericolosi, il soggetto non può essere lasciato solo, viene ridotta la propria autonomia a vantaggio di un aumento dell’accudimento esercitato dagli altri, inoltre c’è un ritrovare una maggiore vicinanza affettiva, in un soggetto che si trova in uno stadio di vita nel quale stava iniziando una fase di svincolo e di autonomia, vissuta come esperienza di abbandono o come un aumento di responsabilità, percepita come un impedimento alla propria realizzazione personale, come peraltro abbiamo precedentemente accennato, succedeva in passato nei confronti delle figure femminili, costrette ed obbligate a rivestire dei ruoli dei quali diventavano schiave.

Il carattere isterico

di Fritz Wittels


Lavoro tratto dal volume "Perché l'isteria? Attualità di una malattia ontologica",

a cura di Franco Scalzone e Gemma Zontini (Liguori Editore, 1999 - pag 380 - L. 45.000)Nota biografica

Fritz Wittels (1880-1950), uomo di grande talento, fu scrittore fecondo, spiritoso e dotato. Entrò nel 1907 nella Società del Mercoledì. Un suo libro, Die sexuelle Not, offrì lo spunto a concitate discussioni. Fu anche autore di un romanzo a chiave che riguardava il noto scrittore satirico Karl Kraus e che divenne uno dei fattori che condussero alla sua temporanea separazione da Freud. Rassegnò le dimissioni da membro della Società nel 1910. Nel 1925, nonostante l'opposizione di alcuni soci, vi fu riammesso. Sfortunatamente aveva scritto una biografia di Freud che suscitò molto biasimo giustificato. Ciò nonostante Freud lo difese e appoggiò la sua riammissione; Wittels gli era caro e ne stimava la grande ricchezza di idee. (cfr. Nuberg H. e Federn E. (a cura di) (1962). Dibattiti della Società Psicoanalitica di Vienna 1906-1908, Boringhieri, Torino, 1973, p. 26).


 






Possiamo trovare numerose e dettagliate descrizioni del tipo isterico, nei manuali e nelle monografie, ma mancano presentazioni psicoanalitiche circoscritte e dettagliate. La seguente relazione è il risultato di osservazioni cliniche di isterici. In sintonia con la proposta avanzata da Helene Deutsch e da altri analisti, distinguiamo l'isteria di conversione, isteria spasmodica e l'isteria d'angoscia. L'isteria d'angoscia ci conduce alla fobia; questo saggio ci conduce, per così dire, al tipo isterico che spesso non sviluppa sintomi specifici, ma costituisce ciò nondimeno il nucleo di un temuto carattere isterico.

L'isteria sta alla donna, come la paura al bambino e i meccanismi compulsivi all'uomo. E' vero pur tuttavia che frequentemente osserviamo condizioni coercitive in donne e casi di isteria in uomini. Ciò avviene in base alla costituzione bisessuale congenita comune ad entrambi e a quelle fasi pre-genitali dello sviluppo durante le quali non è ancora presente la differenza tra i sessi

Tutte le attività dell'isteria, sia quelle infantili, sia quelle femminili che le creative, rivelano caratteristiche di gioco. La loro realizzazione, poiché manca l'elemento coatto maschile, cioè la coazione all'adempimento e alla costanza, non è stabile, ed attendibile ed è soggetta a numerose influenze disturbanti. I risultati sul momento esercitano un potere magico, ma velocemente si dissolvono, come una fotografia ben sviluppata, ma non fissata.

L'isterica, come un'attrice, è capace di prestazioni insuperabili, ma è inaffidabile e la sua prestazione a volte, nello stesso ruolo o in ruoli diversi, può essere pessima. Il tratto che nella vita sociale di una signora la definisce come journalièreè isterico. Non ci si può fidare dell'isterica che, come una santa, occasionalmente scivola nel diabolico. Come amante, ella è un vero martirio per il maschio serio e coatto che, preso nelle maglie dell'amore e delle gioie di un'ora di felicità, il giorno dopo si vede tradito

Il carattere isterico non abbandona mai la sua fissazione al livello infantile; non può, pertanto, raggiungere la condizione di essere umano adulto, ma gioca la parte del bambino e anche della donna. La persona isterica non ha consapevolezza della realtà, lei (o lui) confonde la fantasia e la realtà, e per così dire, permette alla legge dell''Es' di penetrare nell'Io.

Anche nel tipo coatto l'Io viene invaso da ciò che non è reale, ma questi tiene questo materiale nettamente distinto dal nucleo della propria personalità. Egli affronta le azioni con dignità, quasi con solennità. L'isterica ha amalgamato, in indissolubile connessione con l'Io, la parte caotica della sua personalità: che dal 1923 la psicoanalisi chiama "Id". E' per questo che è un'impresa ardua comprendere, ed ancora più difficile riuscire a delimitare a livello scientifico, tutto ciò che l'isterica fa, pensa e si sforza di ottenere, sia reale o irreale.

Ella può fare tutto, eccetto una cosa: non può essere costretta, né può costringere se stessa. In lei l'elemento compulsivo maschile non è sufficientemente rappresentato. In senso psicoanalitico è castrata, e quando sviluppa i sintomi questo si rivela apertamente. Quando non mostra nulla, la castrazione può facilmente essere dedotta dal suo comportamento. Con i suoi sintomi e il suo comportamento, che rappresentano una compensazione per la mancanza del fallo, ella esprime proprio questa mancanza. Ciò che ella crea viene continuamente e ripetutamente accantonato non appena ella realizza che è deficitario, cioè senza fallo, ma non appena l'oggetto è stato respinto, qualcosa di nuovo deve essere intrapreso. Questo spiega l'infaticabile potere creativo dell'isterico, a cui la cultura umana deve tanto.

Da quando la psicoanalisi ha riconosciuto il significato del padre, siamo in grado di notare reazioni alla problematica paterna da parte di tutti i nevrotici. Vi sono state condizioni e culture senza padre. Non sappiamo come fossero i nevrotici e le persone in quelle società. L'isteria e la nevrosi ossessiva del nostro tempo ci sembra una reazione contro l'intrusione del padre e la cultura paterna. Il nevrotico ossessivo lotta contro la coazione del Super-io con una specie di resistenza passiva e con ridicola e paralizzante esattezza esegue tutto quello che gli viene richiesto, perfino ciò che non gli è richiesto. L'isterica ha diluito il suo concetto di padre in una soluzione uno a centomila. Ella rende vano tutto ciò che fa con il suo Super-io - poco più forte di un soffio - e ne consegue che la realtà ed il terrore del Super-io sono quasi perduti. Il nevrotico ossessivo ha troppe direzioni, l'isterico non ne ha affatto e gira in tondo.

Il modello di base delle struttura fantastica dell'isteria è la nascita del bambino. Per realizzare la più femminile di tutte le imprese, non si può fare a meno del ritmo compulsivo maschile che, sotto forma di coito, è il contributo del maschio. La conversione dell'atto nel neonato in carne e ossa è il contributo femminile. L'isterica ingravida se stessa e al posto di un vero bambino prende vita il bambino della sua fantasia. Questo è più di un paragone. L'imitazione di una reale gravidanza, con numerosi sintomi addominali, è un fenomeno a cui tutti i medici che curano le isteriche sono abituati. Nella ricerca del fallo, il naso dell'isterica, le sue gambe e le sue braccia - che tendono a paralizzarsi o ad essere troppo attive - divengono simboli in questi sintomi di conversione. La sua bocca diviene uno spostamento simbolico dal sotto al sopra. Il suo rossore è un'erezione. La convulsione isterica, da tempo studiata, si è rivelata essa stessa un coito. Sebbene sia meno sensazionale dell'attacco isterico, la psicoanalisi, il più chiaramente possibile, ci mostra che tutta questa irrequietezza, nota come una peculiarità isterica, è un perpetuo atto di creazione senza un fine.

L'Io dell'isterica supera i confini dell'individuazione. Poiché la coazione del reale vi gioca una parte, seppur piccola, l'intero mondo esterno è trascinato nell'Io, ed è amalgamato all'Io dell'individuo. Ciò che la psicoanalisi chiama "transfert", nel caso del tipo isterico, è pertanto un essere senza limiti, uno straripare. Ogni cosa appartiene all'Io ed è trattata con cura. Il transfert dell'Io, l'investimento dell'Io esterno ad opera della libido non si ferma al confine tra l'anima e il corpo. Il corpo dell'isterica - in maniera singolarmente obbediente - si allea con le sue azioni psichiche. Esso parla il linguaggio degli organi, ha un'opinione, desideri e sentimenti e li esprime.

Il timore della gravidanza - in modo ambivalente sempre accompagnato al desiderio di divenire madre - in alcuni casi può a volte assumere la forma della claustrofobia e la paura degli spazi chiusi, in altri la paura dei dolori addominali e dei gonfiori (pseudo-appendicite, pseudo-ulcera, dismenorrea, vomito e nausea). A stati fobici si alternano stati di disagio. Finché esiste la sofferenza fisica, l'isterica sa di essere libera dalla paura, e mostra ciò che Freud assieme a Charcot hanno chiamato "la belle indifferénce des hysteriques".

Un mio paziente isterico, un giovane uomo che desiderava condividere la vita di suo padre e a tale scopo - in modo completamente inconscio - immaginava una sua metamorfosi in donna, per anni soffrì di un'ulcera allo stomaco inutilmente trattata con diete. Quando, da un suo secondo matrimonio, il padre ebbe un bambino, l'ulcera scomparve e sopraggiunse una fobia. Dopo lo shock che aveva ricevuto, il transfert sul suo corpo del suo desiderio subconscio preferito, non resse più e l'ulcera svelò il suo significato psichico sotto forma di paura, di eccitamento e di avversione per la vita. L'isteria di conversione si mutò in fobia isterica. Gli attacchi isterici non chiarirono tutto ciò, finché la paura del giovane in certi momenti giunse a una vera e propria frenesia nel progettare un'auto-distruzione.

Questo caso, con i suoi sintomi isterici, va oltre i limiti della presentazione del tipo isterico. In realtà, non vi è un carattere isterico che all'occasione non sviluppi sintomi. In che modo questo paziente poteva non utilizzare la sua capacità di trascinare il suo corpo all'interno di un legame psichico, per evitare i conflitti e i fenomeni psichici che l'accompagnano? Si realizza una metamorfosi, i conflitti, pertanto, cessano di tormentare l'isterico.

L'orgia e l'estasi sono il vero regno dell'isteria. Nello stato di estasi i confini tra l'Io e il mondo esterno, tra il corpo e l'anima divengono confusi. Questo è esattamente ciò che caratterizza lo stato di intossicazione, in cui la chiarezza dei confini, anche quelli tra il desiderio e il disgusto, tra la gioia e il dolore, tra ciò che è permesso e ciò che è proibito, perdono i loro contorni. L'isterico desidera l'estasi, pertanto facilmente e con gioia si abbandona all'uso dell'alcool e di altre sostanze intossicanti. In alcuni casi percepisce il danno e cerca di evitarlo, nondimeno il tipo isterico costituisce il nucleo più grande tra i militari morfinomani, e di altri tossicomani.

I tentativi di suicidio sono frequenti nella vita dell'isterico. Il tipo ossessivo insiste a vivere ed è, inoltre, sufficientemente convinto della estraneità dell'Io alla morte, e se ne tiene lontano. L'isterico, di contro, non prende seriamente né la vita, né la morte, né il suicidio. Dal tentativo di un isterico di suicidarsi capiamo che fin dall'inizio non aveva intenzione di riuscirci. E' un gioco pericoloso giocato con la realtà; e più di un isterico che si sporge da una finestra e muore, né desiderava né non desiderava morire. Ciononostante vi è un pizzico di coazione anche nel giocare con il suicidio, e poiché questo sentimento dovrebbe essere estraneo al tipo isterico, ci rendiamo conto che non esiste realmente un carattere isterico al cento per cento. Vi è sempre una parte più o meno importante di coazione, cioè di mascolinità. Non ci si deve aspettare che nel caso del vero carattere isterico la legge della bisessualità perda la sua validità.

NOTE


(1) Le mie osservazione, che saranno pubblicate prossimamente, mi hanno indotto a concludere che la linea dello sviluppo va dal bambino, alla donna, all'uomo e, oltre quest'ultimo, all'intellettuale creativo desessualizzato, cioè l'essere umano civilizzato. Il punto di fissazione dell'isteria si colloca tra il bambino e la donna. La linea dello sviluppo, a mio parere, può essere rappresentata da un cerchio che dopo il creativo ritorna al bambino. Il tipo isterico è tipicamente femminile, infantile ed infantile-creativo.

* In francese nel testo; si dice di una persona che cambia umore e/o aspetto da un giorno all'altro. [N.d.T.]


(2) Nelle letteratura vi sono molti esempi che supportano questa opinione: la Cressida di Shakespeare, la Manon Lescaut di Abbè Prévost. E vi sono anche esempi di uomini isterici, come il Dorian Gray di Oscar Wilde.


(3) Nel Faust di Goethe, Mefisto dice: "Tutto ciò che viene alla vita merita di essere distrutto". L'isteria agisce in accordo con questo principio. Le conclusioni di Mefisto: "Quindi sarebbe meglio che nulla fosse venuto alla luce" è una idea coatta maschile e non isterica. Mefisto è un agnostico. L'isteria non ha dubbi. Il suo motto è: "Tutto ciò che viene alla vita merita di essere distrutto, e pertanto qualcosa di nuovo deve essere costantemente creato".

sabato 20 giugno 2009

Mal d'amore

Un essere umano può amare:


1) Secondo il tipo narcistico (di scelta oggettuale):



  • a) quel che egli stesso è (cioè se stesso),

  • b) quel che egli stesso era,

  • c) quel che egli stesso vorrebbe essere,

  • d) la persona che fu una parte del proprio sé.


2) Secondo il tipo [di scelta oggettuale] "per appoggio":



  • a) la donna nutrice,

  • b) l'uomo protettivo.


Freud - Introduzione al narcisismo - 1914


In generale, l'uomo ha due oggetti sessuali fondamentali, e la sua esistenza dipende da quale dei due sarà quello al quale resterà fissato. Per ogni uomo i due oggetti sono la donna (la madre, la bambinaia, ecc.) e la propria persona; ne consegue che (la questione) è liberarsi di entrambi senza indugiare troppo né sull'uno né sull'altro. Nunberg e Federn - Dibattiti della Società Psicoanalitica di Vienna 1906-1908 - Bollati Boringhieri




La scelta di un partner non è lasciata al nostro libero arbitrio. C'innamoriamo di una persona solo quando incontrandola abbiamo già dentro di noi un immagine idealizzata. Prima costruiamo e poi proettiamo sull'altro. Qundi non amiamo ciò che è, ma ciò che immaginiamo essere.


Ma che cosa costruiamo e proiettiamo ?


Nella scelta del partner noi cerchiamo, principalmente,  qualcosa, di più o meno rimosso, della nostra primaria figura affettiva: madre, padre o altra figura primaria d'accudimento


Nella fase edipica, individuata dalla psicanalisi nella nostra infanzia, inconsciamente, la bambina sceglie come partner il padre ed il bambino la madre. Importante è che questa scelta relazionale sia positiva e soddisfacente, al fine di poter scegliere, da adulti un partner che possegga gli aspetti positivi dei nostri genitori.


Infatti nell'amore noi non vogliamo  solo trovare qualcosa dell'amore originario verso i nostri genitori, ma perseguiamo anche una compensazione di ciò che non abbiamo avuto o di cui ci si è stato privato durante l'infanzia da genitori non attenti alle nostre esigenze affettive, o talvolta addirittura “ostili” o qualche volta anche “cattivi” nei nostri confronti. Conseguentemente chiediamo al nostro amore, in maniera più o meno conscia, di provvedere a riempire i vuoti affettivi del nostro passato o a porre rimedio alle ferite affettive infertici. Alcune volte queste richieste vengono poste come l'altra faccia di una medaglia: cerchiamo di sopperire o guarire lui , per sopperire o guarire noi. Ciò avviene, per esempio, nella codipendenza.


Riepilogando il processo amoroso potrebbe essere rappresentato come l'aspirazione a due possibili desideri, fra loro contrapposti:



  • il primo desiderio è quello ci cercare un soggetto d'amare il più possibile simile alle figure amate della nostra infanzia. Per Freud il marito rapppresenta per la donna un sosituto del padre che le permette di non incorrere nel tabù dell'incesto

  • il secondo desiderio è in antitesi al primo perché cerca un soggetto d'amare che poni riparo alle carenze e ferite inferte dalle primarie figure affettive.


Raggiungere un buon equilibrio fra queste opposti desideri può rendere un amore felice. La mancanza d'equilibrio, invece conduce a diverse soluzioni di compromesso, più o meno dolorose fra le quali la dipendenza affettiva e la codipendenza.


Potremmo sintetizzare il tutto con una metafora. E come se in ogni amore adulto mettessimo in atto un copione cinematografico (affettivo e relazionale) che abbiamo già visto e vissuto ripetutamente nella nostra infanzia, di cui non abbiamo gradito lo svolgimento ed il finale, e speriamo di cambiare quest'ultimi nella nuova storia d'amore. Ma, purtroppo, svolgimento e finale cambiano per pochi, e solo per quelli che avendone consapevolezza non pretendono di cambiarli del tutto, ma solo di modificarli parzialmente.


vedi anche Origine di una Dipendenza Affettiva


Dott. Roberto Cavaliere