sabato 29 settembre 2007

Il narcisismo e la psicologia del Sé

La definizione di salute mentale fornita da Kohut rappresenta un altro passo avanti della psicologia del Sé rispetto alla psicoanalisi classica, e sottolinea come il narcisismo ne sia un elemento fondamentale. Egli, infatti, afferma che “a causa dell’intrusione impropria del sistema altruistico di valori della civiltà occidentale” (“La ricerca del Sé” del 1978), il narcisismo viene totalmente e colpevolmente escluso dal concetto di salute psicologica, ed assume una connotazione esclusivamente negativa e patologica.


Kohut propone di sostituire la definizione di Freud di salute psichica intesa come “capacità di amare e lavorare” con la seguente: “l’individuo sano deve essere capace di amare lavorare con successo”. Questa definizione offre al narcisismo la possibilità di essere considerato una parte integrante e fondamentale delle capacità e delle potenzialità positive e sane dell’individuo.


A testimonianza di questa affermazione Kohut propone una rassegna dettagliata delle diverse forme del narcisismo, ed in particolare delle potenzialità e delle capacità che emergono dall’utilizzo, in circostanze ottimali, delle energie narcisistiche da parte dell’Io (“La ricerca del Sé” del 1978).


Forme del narcisismo:




  • Esibizionismo:





L’esibizionismo, in senso lato, può essere considerato come la principale dimensione narcisistica di tutte le pulsioni, come l’espressione di un’enfasi narcisistica sulla meta di una pulsione (sul Sé come esecutore) piuttosto che sul suo oggetto. L’oggetto è importante solo in quanto è invitato a partecipare al piacere narcisistico del bambino e quindi a confermarlo. Prima che la separazione psicologica si sia stabilita, il bambino sperimenta il piacere della madre nel suo intero Sé corporeo come parte del proprio apparato psicologico. Dopo che la separazione psicologica ha avuto luogo, il bambino ha bisogno del “luccichio negli occhi” della madre per conservare la diffusione di libido narcisistica che interessa ora, in sequenza, le funzioni e le attività principali delle differenti fasi maturative (esibizionismo anale, uretrale e fallico).


L’esibizionismo del bambino deve essere gradualmente desessualizzato e subordinato alle sue attività rivolte a una meta; ciò si raggiunge meglio attraverso le frustrazioni graduali –frustrazione ottimale - accompagnate da sostegno amorevole, mentre i vari atteggiamenti manifesti e latenti di rifiuto o di eccessiva indulgenza (specialmente l’amalgama di essi e/o il loro rapido e imprevedibile alternarsi) costituiscono il terreno emotivo per una vasta gamma di disturbi. Tali disturbi, che vanno da un’ipocondria grave a forme lievi di difficoltà, causano, da un punto di vista metapsicologico, un aumento di tensione esibizionistica con modalità di scarica complete o aberranti: l’Io cerca di assicurarsi la partecipazione dell’oggetto nell’esibizionismo del Sé narcisistico, ma, dopo il rifiuto da parte dell’oggetto, la scarica libera di libido narcisistica viene a mancare; invece della conferma piacevole del valore, della bellezza e dell’amabilità del Sé, vi è una vergogna penosa.





  • Fantasia grandiosa:





Mentre i bisogni narcisistici possono essere considerati l’aspetto pulsionale dominante del Sé narcisistico, la fantasia grandiosa ne è il contenuto ideativo. Anche in questo caso, che essa contribuisca alla salute o alla malattia, al successo dell’individuo o alla sua rovina, dipende dal grado di deistintualizzazione e dall’estensione della sua integrazione nei propositi realistici dell’Io.


In circostanze favorevoli, le forze neutralizzate - dell’esibizionismo e della fantasia grandiosa - che emanano dal Sé narcisistico (i bisogni narcisistici della personalità e le sue ambizioni) vengono gradualmente integrate nel tessuto dell’Io come sano godimento delle  attività e dei successi dell’individuo, e come senso adattivamente utile di disappunto, misto di rabbia e vergogna, per fallimenti e difetti.





  • Creatività:





La creatività in se stessa va considerata, secondo Kohut, come una delle trasformazioni del narcisismo. Nel lavoro creativo sono impiegate energie narcisistiche che sono state cambiate in una forma chiamata libido idealizzante (un oggetto investito di libido narcisistica viene incluso nel contesto del Sé).


L’individuo creativo, nell’arte come nella scienza, è meno separato psicologicamente dal suo ambiente dell’individuo non creativo; la barriera “Io–Tu” non è così chiaramente definita. In altre parole l’individuo creativo investe gli oggetti che ritiene significativi per il suo lavoro, di libido narcisistica-idealizzante.





  • Empatia:





L’empatia, che Kohut definisce come lo strumento mediante il quale raccogliamo dati psicologici, deriva direttamente dall’organizzazione mentale precoce in cui i sentimenti, le azioni, il comportamento della madre, sono stai inclusi nel nostro Sé. Questa empatia primaria con la madre ci prepara a riconoscere il fatto che esperienze interne fondamentali degli altri sono in  larga misura simili alle nostre. Poiché forme non empatiche di conoscenza sono dominanti nell’adulto, l’emaptia deve essere raggiunta rapidamente nell’infanzia.


Va detto, inoltre, che all’uso dell’empatia si frappongono comunque numerosi ostacoli, specialmente per periodi prolungati (come nel caso della situazione analitica); questi ostacoli derivano principalmente da conflitti legati al rapportarsi ad un’altra persona in una modalità narcisistica. In questo senso l’addestramento all’empatia è un aspetto molto importante dell’educazione psicoanalitica, e mira appunto allo scioglimento delle posizioni narcisistiche e a rafforzare la capacità del trainee di impiegare gli investimenti narcisistici trasformati in osservazione empatica.





  • Accettazione della propria caducità:





Secondo Kohut l’incondizionata accettazione intellettuale ed emotiva del fatto che noi stessi siamo transitori, che il Sé investito di libido narcisistica è limitato nel tempo, non si basa semplicemente sulla vittoria della ragione autonoma e di una superiore obiettività sulle richieste del narcisismo, ma sulla creazione di una forma più elevata di narcisismo: un narcisismo cosmico che trascende i limiti dell’individuo.





  • Umorismo:





L’accettazione della propria caducità e la solennità quasi religiosa del narcisismo cosmico hanno molto in comune con un ‘altra acquisizione unicamente umana: l’umorismo. Freud stesso aveva definito l’umorismo un “trionfo del narcisismo…l’affermazione vittoriosa dell’invulnerabilità dell’Io”. L’umorismo e il narcisismo cosmico sono entrambi trasformazioni che aiutano l’uomo raggiungere la padronanza sulle richieste del Sé narcisistico, cioè a tollerare il riconoscimento della propria finitezza o persino della propria fine imminente.


Il narcisismo cosmico e l’umorismo non si basano metapsicologicamente  sul disinvestimento del Sé mediante un frenetico iperinvestimento degli oggetti, ma sul disinvestimento del Sé narcisistico attraverso il riordinamento e la trasformazione della libido narcisistica: lo spazio dell’Io no viene ristretto, ma resta attivo e intenzionale. Tale riordinamento e trasformazione coincide con il trasferimento dell’investimento narcisistico dall’amato Sé agli ideali superindividuali e al mondo con cui si identifica.





  • Saggezza:





Né gli ideali (più fortemente investiti in gioventù), né la capacità di umorismo (generalmente all’acme durante la maturità), né l’accettazione della caducità (raggiunta di solito in tarda età) , sono sufficienti da soli a caratterizzare la saggezza (il cui raggiungimento è quindi riservato solo alle fasi più tardive della vita).


La saggezza va oltre la sfera cognitiva, sebbene, naturalmente, la includa. La saggezza può essere definita come un atteggiamento stabile della personalità verso la vita e verso il mondo, formato mediante l’integrazione della funzione cognitiva con l’umorismo, l’accettazione della caducità, e un sistema di valori  saldamente investito: la padronanza finale dell’Io sul Sé narcisistico.



Questa analisi delle forme e delle trasformazioni adattive del narcisismo permettono a Kohut di introdurre un nuovo concetto: il  sano narcisismo.


Il sano narcisismo è quindi legato direttamente all’autostima e alla capacità di  sviluppare in pieno le potenzialità e le capacità dell’individuo, e sotto questo punto di vista è molto simile alla revisione della definizione di salute mentale offerta da Maslow (Maslow, 1954) e dalla psicologia umanistica, e ormai accettata a livello internazionale: la salute mentale non può essere considerata solo come assenza di malattia!


Dunque il narcisismo all’interno della psicologia del Sé assume il ruolo di protagonista non solo nella patologia, ma anche nella  salute psichica; lo stesso complesso di Edipo in questo contesto assume un nuovo ruolo: vissuto in modo non patologico rappresenta una tappa fondamentale dello sviluppo sano del Sé, in cui il bambino sperimenta con gioia l’ammirazione dei genitori per i suoi progressi  verso un funzionamento del Sé più maturo e integrato.


Passiamo ora ad approfondire l’aspetto patologico e clinico, più strettamente teorico, del narcisismo all’interno della psicologia del Sé, facendo riferimento alla più importante e significativa opera di Kohut: “Narcisismo e analisi del Sé”, 1971.


Kohut inizia l’opera fornendo una rassegna schematica delle possibilità terapeutiche riguardo alle classi di disturbi psichici ben definite in termini dinamico-strutturali e genetici (che riprenderà in modo più approfondito ne “La guarigione del Sé” del 1977, e ne “La cura psicoanalitica” del 1984), in cui è seriamente menomata la libertà funzionale del Sé:


Disturbi primari del Sé:



  • Le psicosi: frammentazione, indebolimento, o  grave alterazione del Sé permanenti  o protratti.



  • Gli stati limite (borderline): frammentazione, indebolimento, o grave alterazione del Sé, coperti da strutture difensive più o meno efficaci.



  • Le personalità schizoidi o paranoidi: organizzazioni difensive che adoperano il distanziamento, si mantengono cioè a una distanza emotiva di sicurezza dagli altri – nel primo caso mediante la freddezza e la superficialità, nel secondo caso mediante l’ostilità e la sospettosità – e che proteggono il paziente dal pericolo di incorrere in una permanente o prolungata frammentazione, in un indebolimento o in una grave alterazione del Sé.


In tutti questi casi la situazione analitica non determina l’attivazione protratta del caos centrale del Sé, con una traslazione suscettibile di elaborazione, che è poi la condizione preliminare per mettere in moto i processi che dovrebbero condurre alla creazione ex novo di un Sé nucleare. Per produrre una guarigione non solo sintomatica, il processo terapeutico dovrebbe penetrare oltre gli strati organizzati – le strutture difensive – del Sé del paziente, e permettere una nuova prolungata sperimentazione delle oscillazioni tra il caos  prepsicologico e la sicurezza fornita dalla fusione primitiva con un oggetto Sé arcaico.


In questi casi è impensabile che il paziente possa sottoporsi, tramite il processo analitico, alla dissoluzione delle strutture difensive che l’hanno protetto per tutta la vita, e volontariamente accettare le indicibili angosce che accompagnano ciò che deve apparigli come il compito di fronteggiare uno stato prepsicologico che è rimasto caotico poiché, nella prima infanzia, l’ambiente d’oggetto-Sé è stato incapace di dare quelle risposte empatiche che avrebbero consentito l’organizzazione del mondo del bambino e sostenuto la sua innata fiducia in sé stesso. Naturalmente anche se la terapia non può creare un Sé nucleare, il paziente può comunque usare il terapeuta come oggetto-Sé, per costruire nuove strutture difensive, e soprattutto per consolidare le strutture difensive già esistenti. La terapia indicata in questi casi non è la psicoanalisi, ma la terapia ad orientamento psicoanalitico.



  • I disturbi narcisistici della personalità: frammentazione, indebolimento o alterazione del Sé temporanei, manifestati prevalentemente da sintomi autoplastici, come l’ipersensibilità alle offese, l’ipocondria, o la depressione.



  • I disturbi narcisistici del comportamento: frammentazione, indebolimento, o grave alterazione del Sé temporanei, manifestati prevalentemente da sintomi alloplastici, come la perversione, le delinquenza, o la tossicodipendenza.


In questi disturbi nel primo sviluppo si sono delineati i contorni di un Sé nucleare specifico. La strutturazione del profilo del Sé è rimasta però incompleta, col risultato che il Sé reagisce alle ferite narcisistiche con temporanee rotture, indebolimenti o disarmonie. A differenza del precedente gruppo di disturbi, tuttavia, la situazione psicoanalitica in questo casi fornisce una matrice in cui i difetti strutturali del Sé – difetti anche seri, che portano alla temporanea comparsa di sintomi gravi, quasi psicotici – vengono compensati attraverso la riattivazione dei bisogni di sostegno narcisistico (come il bisogno di rispecchiamento o il bisogno di fusione con un ideale) rimasti insoddisfatti nell’infanzia.


Sono queste ultime due classi di disturbi psichici su cui si concentra essenzialmente il lavoro teorico e terapeutico di Kohut.


Disturbi secondari del Sé


Questi sono disturbi reattivi e costituiscono le reazioni acute e croniche di un Sé consolidato e stabilito in maniera salda alle vicissitudini delle esperienze della vita nell’infanzia, adolescenza, maturità o senescenza, e non hanno molta importanza da un punto di vista clinico-terapeutico.


Nevrosi da conflitto strutturale (nevrosi di traslazione)


In questa classe di disturbi un Sé nucleare si è formato nella prima infanzia in modo più o meno solido, ma questo Sé è fondamentalmente incapace di realizzare le sue potenzialità creative e produttive (il suo programma nucleare di azione) perché le sue energie sono assorbite dai conflitti a cui è stato esposto nella seconda infanzia (complesso edipico). In questi casi la situazione analitica diventa l’ambiente in cui i conflitti irrisolti della seconda infanzia vengono riattivati nella traslazione, resi consci ed elaborati, e infine risolti, con il risultato che il Sé può ora volgersi ai suoi obiettivi  essenziali.


Esistono dunque delle debolezze del Sé che portano all’intensificazione e all’isolamento delle pulsioni sottostanti alle nevrosi edipiche classiche, e delle debolezze del Sé che portano ai fenomeni pulsionali tipici dei disturbi narcisistici di personalità. Esistono, inoltre, dei fallimenti d’oggetto-Sé che danno origine a disturbi narcisistici di personalità, e fallimenti d’oggetto-Sé che portano alle nevrosi edipiche o di traslazione classiche.

Aspetti terapeutici delle traslazioni narcisistiche

Periodo dello stabilirsi della traslazione


L’analista esperto, secondo Kohut, può cogliere il momento specifico in cui viene stabilita la traslazione narcisistica attraverso dei segnali specifici che riguardano i sogni e le associazioni.


Spesso la traslazione idealizzante è accompagnata da sogni d’angoscia in cui l’analizzando è alle prese con lo scalare una montagna e sensazioni spiacevoli quali il sentirsi impotenti  e senza un appiglio sicuro; oppure da associazioni concernenti preoccupazione religiose e filosofiche astratte relative all’esistenza o alla morte, che esprimono la paura del paziente che la sua individualità possa essere distrutta dall’intensità del suo desiderio di fondersi con l’oggetto idealizzato e di perdersi in esso.


La traslazione speculare o quella gemellare, invece, sono accompagnate da sogni angosciosi, come il cadere, o da fantasie di volare; o da associazioni con contento esibizionistico o voyeristico, che esprimono i bisogni e le necessità del Sé grandioso. Un altro segnale che indica lo stabilirsi di traslazioni speculari o gemellari è dato dalla presenza di un atto delinquenziale provocatorio o di una cosiddetta bugia sintomatica; in questo ultimo caso l’Io del paziente ha ceduto alle pressioni del Sé grandioso e si è assuefatto alla menzogna per garantire  successi al Sé, o ad un oggetto idealizzato che occupa una positzione di leadership rispetto al Sé grandiosso stesso (pseudologia fantastica).


Periodo dell’elaborazione


Il processo di elaborazione mira al ritiro graduale della libido narcisistica dall’oggetto arcaico investito narcisisticamente e porta all’acquisizione di nuove strutture e funzioni psicologiche tramite il passaggio degli investimenti dalla rappresentazione dell’oggetto e delle sue attività, all’apparato psichico e alle sue funzioni (interiorizzazione trasmutante attraverso la frustrazione ottimale). 


Per fare questo l’analista mantiene continuamente attivato il bisogno narcisistico infantile, e allo stesso tempo gli sbarra la strada della fuga regressiva, e gli impedisce la gratificazione, cosicché l’unica via aperta rimane quella della guarigione, della maturazione e dell’impiego realistico.


Secondo Kohut, dunque, la traslazione va assecondata, favorita, e interpretata solo a tempo debito per consentire un insight significativo al paziente; e l’analista deve assolutamente evitare un atteggiamento moralistico ed educativo.


Nel caso specifico della traslazione idealizzante, il processo di elaborazione concerne in modo specifico il ritiro degli investimenti idealizzati dall’imago parentale idealizzata e, nello stesso tempo, la costruzione all’interno dell’Io di strutture regolatrici delle pulsioni, e l’accresciuta idealizzazione del Super-Io.


Il processo di elaborazione della traslazione idealizzante deve riguardare una serie tipica di eventi:



  1. la perdita da parte del paziente dell’unione narcisitica con l’oggetto-Sé  idealizzato;

  2. il conseguente disturbo dell’equilibrio narcisistico;

  3. il successivo iperinvestimento di forme arcaiche dell’imago parentale idealizzata;

  4. contemporaneamente l’iperinvestimento del Sé psicocorporeo (autoerotico)   frammentato.


Nel caso della traslazione speculare o gemellare il processo di elaborazione mira ad un consolidamento del potenziale dell’Io all’azione (attraverso l’aumento del realismo delle ambizioni della personalità) e ad un rafforzamento dell’autostima realistica.


In questi tipi di traslazioni vanno comunque distinte due condizioni diverse:



  1. nella prima l’elaborazione riguarda una barriera orizzontale causata da rimozione e negazione;

  2. nella seconda l’elaborazione si rivolge ad un Sé grandioso escluso dal settore realistico della psiche attraverso una scissione verticale della personalità, ma presente nella coscienza (vedi lo schema che segue).


Lo schema seguente, tratto da “Narcisismo e analisi del Sé”, rappresenta le oscillazioni regressive che si verificano durante l’analisi dei disordini narcisistici di personalità, a partire dai diversi tipi di traslazione che si stabiliscono (la freccia tratteggiata indica un movimento regressivo che si verifica più raramente e che pertanto va confermato da altre osservazioni cliniche).


Aspetti terapeutici delle traslazioni narcisistiche


Controtraslazioni


Kohut analizza in dettaglio anche il problema della controtraslazione, ed in particolare descrive i diversi tipi di controtraslazione che si sviluppano in rapporto alle traslazioni speculari, gemellare e idealizzanti.


Qui sottolineiamo solo l’importanza, da parte del terapeuta, di aver risolto i propri conflitti narcisistici e di aver sviluppato un Sé coesivo maturo, in modo da riuscire a sopportare l’investimento  narcisistico da parte del paziente (rischio di sentirsi fusi con il paziente stesso), e il successivo disinvestimento che garantisce autonomia e sviluppo all’Io del paziente (rischio di frustrazione del proprio Sé grandioso onnipotente).


Da: studiopsicologia.com

Il narcisismo e i meccanismi di difesa

Per approfondire il rapporto tra il narcisismo e i meccanismi di difesa facciamo riferimento, come del resto anche il DSM-IV-TR in Appendice B, alla Defense Mechanism Rating Scale di Perry (Perry, 1990).


La scala si organizza in sette livelli difensivi, distribuendoli secondo una gerarchia basata sui concetti di maturità e adattività delle singole difese. Oltre alla posizione occupata nella gerarchia delle difese, il potenziale disadattivo di un meccanismo di difesa è legato:



  • all’esclusività ripetitiva del suo impiego;

  • all’intensità con cui viene impiegata;

  • all’età del soggetto;

  • al contesto d’azione.


La tabella che segue, tratta da “La personalità e i suoi disturbi” (Lingiardi, 2001), si riferisce alla Defense Mechanism Rating Scale, e colloca i singoli meccanismi di difesa all’interno dei diversi livelli difensivi di funzionamento ordinati gerarchicamente su un asse maturità-immaturità.


Come si può osservare dalla tabella il livello di funzionamento delle difese usate e il distacco dalla realtà (tramite distorsioni, negazioni, proiezioni ecc.) sono tra loro inversamente proporzionali: in altre parole più si scende nella gerarchia delle difese più aumenta il distacco o la distorsione della realtà.


 










































Livello difensivo



Meccanismi di difesa



7 – Livello altamente adattivo




  • Affiliazione

  • Altruismo

  • Anticipazione

  • Autoaffermazione

  • Autosservazione

  • Repressione

  • Sublimazione

  • Umorismo



6 – Livello di inibizione mentale: difese ossessive




  • Annullamento retroattivo

  • Intellettualizzazione

  • Isolamento affettivo



5 – Livello di inibizione mentale: altre difese nevrotiche




  • Dissociazione

  • Formazione reattiva

  • Rimozione

  • Spostamento



4 – Livello di distorsione minore dell’immagine: difese di livello narcisistico




  • Idealizzazione

  • Onnipotenza

  • Svalutazione



3 – Livello del discononoscimento




  • Diniego/Negazione

  • Proiezione

  • Razionalizzazione



2 – Livello di distorsione maggiore dell’immagine: difese di livello borderline




  • Identificazione proiettiva

  • Scissione dell’immagine del sé o degli altri

  • (questo livello comprende anche la Fantasia autistica)



1 – Livello dell’acting




  • Acting out

  • Aggressione passiva

  • Help-rejecting complaining (lamentarsi ma rifiutare l’aiuto)

  • Ritiro nell’apatia



0 – Livello di cattiva o mancata regolazione difensiva




  • Diniego psicotico

  • Distorsione psicotica

  • Proiezione delirante



 


Livello di distorsione minore dell’immagine: difese di livello narcisistico


E’ questo un livello caratterizzato da distorsione dell’immagine del sé, del proprio corpo o degli altri finalizzate alla regolazione dell’autostima. Le distorsioni non sono complete o diffuse come nei livelli inferiori (ad esempio nel livello difensivo borderline). Analizziamo ora nel dettaglio le difese narcisistiche (livello 4):



Idealizzazione:


Definizione: L’individuo affronta conflitti emotivi e fonti di stress interne o esterne attribuendo qualità esageratamente positive a se stesso o agli altri.


Funzione: Nell’Idealizzazione il soggetto descrive relazioni reali o dichiarate con persone o sistemi (incluse istituzioni, sistemi ideologici ecc.) potenti, riveriti, importanti ecc. Questo serve di solito come fonte di gratificazione e come protezione da sentimenti di impotenza, di scarsa importanza, di poco valore e simili. La difesa realizza una sorta di travaso di importanza mediante l’associazione a tali figure. Il soggetto crede altri buoni e potenti in modo esagerato e, benché sia in grado di riconoscere nella persona idealizzata aspetti concreti di colpe o difetti, ne sminuisce il loro significato, preservandone così un’immagine pura.


Onnipotenza:


Definizione: L’Onnipotenza è una difesa con la quale il soggetto risponde a un conflitto emotivo o a fonti di stress interne o esterne comportandosi come se fosse superiore agli altri, come se possedesse speciali poteri o capacità.


Funzione: Comunemente questa difesa protegge il soggetto da una perdita di autostima che si verifica ogniqualvolta delle fonti di stress inducono sentimenti di delusione, impotenza, mancanza di valore e simili. L’Onnipotenza minimizza soggettivamente tali esperienze, anche se esse possono rimanere oggettivamente evidenti per gli altri. Quando esperienze reali provocano sentimenti negativi si sostiene artificialmente l’autostima a spese di una distorsione positiva della stima che si ha di se stessi.


Svalutazione


Definizione: L’individuo affronta conflitti emotivi e fonti di stress interne o esterne attribuendo caratteristiche esageratamente negative a se stesso o agli altri.


Funzione: La Svalutazione comporta l’uso di affermazioni sprezzanti, sarcastiche o comunque negative, nei confronti di se stessi o degli altri al fine di accrescere l’autostima. La Svalutazione può difendere dalla consapevolezza dei desideri o dalla delusione per desideri non appagati. I commenti negativi sugli altri, di solito, nascondono un certo senso di vulnerabilità, vergogna o mancanza di valore che il soggetto sperimenta in prima persona quando esprime i propri desideri e si trova di fronte ai propri bisogni.



 


La funzione dei suddetti meccanismi di difesa trova una spiegazione eziologica e psicodinamica nelle diverse teorie psicoanalitiche del narcisismo: in particolare la teoria di Kohut (specialmente attraverso i due tipi di traslazione da lui postulati: traslazione idealizzante e traslazione speculare; Kohut, 1971) fornisce una chiave di lettura ottima anche per l’analisi del comportamento difensivo (Idealizzazione, Onnipotenza e Svalutazione) messo in atto da soggetti affetti dal Disturbo Narcisistico di Personalità; e la visione di Kernberg (Kernberg, 1976) inquadra e definisce in maniera dettagliata i meccanismi di difesa di livello narcisistico, ponendo su di essi sia la base diagnostica del Disturbo Narcisistico di Personalità, sia i fondamenti del suo trattamento.


Da: studiopsicologia.com

Freud e il narcisismo

Il modello freudiano del narcisismo è strettamente legato alla “teoria duale dell’istinto o delle pulsioni”. Secondo tale teoria, esistono due tipi di pulsione diverse: le pulsioni sessuali, miranti alla conservazione della specie, e le pulsioni dell’Io, o di autoconservazione, per la preservazione dell’individuo.La libido, o pulsione sessuale, opera tramite i cosiddetti “investimenti libidici”, che possono riguardare un oggetto (libido oggettuale, mediante cui l’individuo si relaziona con l’”altro”) o l’individuo stesso (libido dell’Io, che tende all’autoconservazione).


Lo sviluppo della libido prevede uno stadio di autoerotismo, scisso in due sotto-stadi: quello dell’autoerotismo vero e proprio e quello narcisistico, seguito lo stadio della “scelta oggettuale”, in cui le pulsioni trovano soddisfacimento in un oggetto al di fuori dell’individuo. Nello stadio del narcisismo primario, le pulsioni trovano un primo oggetto adatto al loro soddisfacimento, ma quest’oggetto non è ancora esterno all’individuo, bensì è il suo “Io” stesso, che inizia proprio in quel momento a delinearsi: le pulsioni dell’Io e i desideri libidici non sono ancora separati le une dagli altri. A questa “organizzazione narcisistica” non si rinuncerà mai più interamente: una certa dose di libido permarrà sempre nell’Io (libido dell’Io o libido narcisistica) e da essa stessa deriveranno i successivi investimenti oggettuali ad opera delle pulsioni sessuali (libido oggettuale). Caratteristico dello stadio narcisistico è l’onnipotenza delle azioni psichiche che deriva dal fatto che le pulsioni trovano nel soggetto stesso la loro “fonte” e il loro “oggetto”, che gli permette di raggiungere la “meta”: la “scarica”.


Dunque esiste un investimento libidico originario dell’Io, di cui, in seguito, una parte viene ceduta agli oggetti, ma che in sostanza persiste e che “ha con gli investimenti d’oggetto la stessa relazione che un organismo ameboidale ha con gli pseudopodi che emette”. Questo implica una qualche contrapposizione tra libido oggettuale e libido dell’Io: quanto più si impiega l’una tanto più si impoverisce l’altra (“vasi comunicanti”). Nella vita adulta, in situazioni di intolleranza alle frustrazione della realtà, la libido può essere reintroiettata e reinvestita sull’Io, creando uno stadio di narcisismo secondario, caratteristico delle nevrosi narcisistiche o schizofrenia, in cui la libido non è più disponibile agli investimenti oggettuali; tali disturbi non possono quindi essere trattati con la psicoanalisi per l’incapacità di sviluppare un’investimento sull’analista: transfert.


Riassumendo: Freud utilizzò nei suoi scritti il termine "narcisismo" in almeno cinque situazioni diverse in cui lo definì come:



  • una perversione sessuale (inizialmente rispetto allo stadio narcisistico in cui le pulsioni sono ancora frammentate);

  • uno stadio del normale sviluppo della libido (narcisismo primario), cioè della sessualità (la sessualità e l'aggressività - rispettivamente Eros e Thanatos - rappresentano dal 1920 le due pulsioni fondamentali dell'essere umano), ed in questo senso il narcisismo rappresenta “il completamento libidico all’egoismo della pulsione di autoconservazione”;

  • una caratteristica della schizofrenia, nella quale la libido verrebbe ritirata dal mondo esterno e investita sul soggetto, che pertanto risulta non trattabile psicoanaliticamente - introversione della libido o narcisismo secondario -;

  • un tipo di scelta dell'oggetto d'amore, nella quale l'oggetto verrebbe scelto in quanto rappresenta quello che il soggetto era o vorrebbe essere;

  • un costrutto posto in relazione al concetto di autostima, o sentimento di sé; esso deriva dall’ampiezza dell’Io e proviene:

  • dal residuo del narcisismo infantile primario;

  • dall’onnipotenza convalidata dall’esperienza (adempimento dell’ideale dell’Io);

  • dal soddisfacimento in amore (successo dell’investimento di libido oggettuale).


da: studiopsicologia.com

Kernberg: odio, rabbia e aggressività. Il narcisismo maligno

Il tema dell’aggressività e dell’odio che Kernberg lega alla struttura narcisistica di personalità, che rappresenta il nucelo motivazionale da cui può trarre origine la spinta a compiere il fatto reato.

Kernberg (1992) definisce l’odio come “l’affetto nucleare di gravi stati psicopatologici, in particolare i gravi disturbi di personalità, le perversioni e le psicosi funzionali”. L’odio deriva dalla rabbia, l’affetto in cui spesso viene canalizzata la pulsione aggressiva, e che spesso si manifesta attraverso comportmenti violenti contro il Sé o l’altro. Talvolta l’odio può essere talmente forte da oscurare gli altri affetti legati all’aggressività, quali l’invidia e il disgusto.


La rabbia si manifesta nel bambino con una funzione biologica specifica: segnalare al caregiver uno stato di disagio al fine di sollecitare l’eliminazione di una fonte di dolore o di irritazione. Successivamente la sua funzione si evolve nell’eliminazione di un’ostacolo alla gratificazione, e l’originaria funzione biologica si trasforma nella ricerca della gratificazione stessa. In una fase ancora più avanzata avviene un ulteriore cambiamento, e la rabbia può rappresentare un disperato tentativo di ristabilire il senso di autonomia minacciato da eventi frustranti.


A livello inconscio la rabbia è legata alle rappresentazioni di relazioni oggettuali buone e cattive, e la sua funzione può essere quindi interpretata come il tentativo di ripristinare una relazione oggettuale completamente buona e di sopprimere quella cattiva persecutoria; in altre parole la rabbia è un atto di autoaffermazione che rappresenta l’identificazione con un oggetto buono idealizzato e pertanto agisce col fine di ristabilire l’equilibrio narcisistico.


L’odio è un affetto aggressivo complesso, cronico e stabile che implica forti razionalizzazioni e distorsioni delle funzioni dell’Io e del Super-io. Il suo scopo pirmario consiste nella distruzione dell’oggetto esterno, rappresentazione di una fantasia inconscia. L’odio tuttavia non sempre è patologico, esso infatti, qualora risponda ad una reale minaccia di distruzione fisica o psicologica, o di sopravvivenza di se stessi o di altri significativi, diviene una normale elaborazione della rabbia.


Quando, però, vi è una predisposizione caratteriale cronica all’odio esso riflette sempre la psicopatologia dell’aggressività, ed implica comportamenti aggressivi verso il Sé, identificato con l’oggetto odiato, come il suicidio, e verso l’altro come l’omicidio (che mira all’eliminazione dell’oggetto stesso) o tendenze sadiche (che tendono a mantenere una relazione con l’oggetto di tipo onnipotente: vittima-aggressore).


E’ questo il caso di individui che presentano una sindrome di narcisismo maligno. Fondamentale per quel che riguarda la psicodinamica dell’odio è il grado di integrazione del Super-io; soggetti che presentano un Super-io scarsamente integrato sono più inclini a commettere azioni aggressive violente.


In soggetti con una grave patologia narcisistica diviene essenziale comprendere come l’odio origini da ciò che Melanie Klein (1957) definì “invidia dell’oggetto buono”. A livello superficiale l’odio per l’oggetto invidiato viene razionalizzato nella paura del potenziale distruttivo dell’oggetto, derivato sia dalla reale aggressione inflitta nel passato, sia dalla proiezione delle propria rabbia e del proprio odio.


Kernberg, nel trattare la psicopatologia dell’odio e dell’aggressività, introduce la Sindrome di Narcisismo Maligno. Essa si colloca in un’area al limite tra il Disturbo Narcisistico di Personalità e il Disturbo Antisociale di Personalità, ed è caratterizzata da:



  • Un Disturbo Narcisistico di Personalità.

  • Un comportamento antisociale.

  • Aggressività egosintonica o sadismo rivolto verso gli altri o verso il se stessi (tentativi di suicidio, automutilazioni trionfanti).

  • Un forte orientamento paranoide.


La psicodinamica del narcisismo maligno è complessa: tali soggetti sono dominati dai precursori sadici del Super-io che non possono venire neutralizazati dai successivi precursori idealizzati e di conseguenza il Super-io stesso risulta scarsamente integrato. Il loro Sé risulta integrato ma patologico, crudele e onnipotente. Tutto ciò fa sì che gli oggetti esterni vengano vissuti come onnipotenti e crudeli, e di conseguenza le relazioni oggettuali, anche quelle gratificanti, contengono sempre il seme di unn attacco da parte dell’oggetto stesso. Spesso tali soggetti sono stati vittime di una forte aggressivtà da parte dei genitori nella prima infanzia (Palermo, 2002).


All’interno di questa cornice dunque gli oggetti buoni sono percepiti come deboli ed inaffidabili e quindi disprezzati, quelli cattivi sono invece potenti e necessari alla sopravvivenza ma sadici ed ugualmente inaffidabili. L’unica speranza di sopravvivenza e di evitamento del dolore e della sofferenza resta quindi il proprio potere e il sadismo che permettono di controllare gli oggetti. La massima che guida il comportamento di tali soggetti è: “temere il prossimo tuo come te stesso e svalutare tutti i legami deboli con altri”.


Nella seguente tabella riassumiamo le principali caratteristiche della Sindrome di Narcisismo Maligno:

































Sindrome di Narcisismo Maligno



Personalità



Aspetti strutturali



Relazioni oggettuali



Comportamenti



Dsturbo Narcisistico di Personalità



Super-io non integrato: precursori sadici prevalenti


 



Incentrati sul meccanismo di scissione



Antisociali


 



Dsturbo Antisociale di Personalità



Sé grandioso, patologico, onnipotente e maligno



Oggetti cattivi: persecutori, potenti e pericolosi



Aggressività egosintonica etereodiretta: omicidi, sadismo, aggressioni



 



 



Oggetti buoni: deboli, inaffidabili e svalutati



Aggressività egosintonica autodiretta: suicidio, automutilazioni


mercoledì 26 settembre 2007

Il gioco d’azzardo patologico

Negli ultimi vent’anni, accanto alle problematiche relative all’uso ed abuso di sostanze stupefacenti, si è manifestata la proliferazione di dipendenze cosiddette senza droghe o non chimiche, che sono man mano diventate uno dei massimi rappresentanti della psicopatologia moderna e postmoderna; il computer, internet, il sesso, il gioco, gli acquisti, il lavoro e la sfera affettiva sono elementi legalizzati della società che talvolta smettono di svolgere il loro ruolo sociale per “incastrare” e schiavizzare l’essere umano.


All’interno di questo gruppo, la dipendenza da gioco è l’unica dipendenza senza uso di droghe riconosciuta  dalla nosografia psichiatrica ufficiale e collocata nell’ambito dello “spettro” dei disturbi impulsivo-compulsivi. Essi sono caratterizzati dall’impossibilità di resistere ad un impulso, ad un desiderio impellente o alla tentazione di compiere un’azione pericolosa per sé e per gli altri, che dà luogo ad una serie di comportamenti ripetitivi o azioni mentali il cui obiettivo è quello di prevenire o ridurre l’ansia o il disagio, e non quello di fornire piacere o gratificazione.


Ma prima di entrare nella psicopatologia è necessario precisare che per il gioco vale ciò che è vero per tutte le forme di dipendenza e cioè che è necessario conoscerne i ruoli e le funzioni normali,   sia sul piano sociale che individuale, per poter comprendere la dinamica dell’addiction. Le dipendenze infatti riguardano quei campi dell’attività umana che furono oggetto di culti e di riti e che solo successivamente produssero le prescrizioni e gli interdetti per imporne il controllo. Il gioco e lo stesso gioco d’azzardo rientrano innanzi tutto nel campo delle attività ricreative e rappresentano un’attività necessaria tanto per l’equilibrio sociale che per quello psicologico degli individui. Si tratta di un’ “altra scena”, dotata di tempi e spazi propri, in cui il soggetto si sottrae ai vincoli del principio di realtà; la realtà che si contrappone al gioco è quella delle costrizioni imposte dal lavoro e dalle gerarchie, dalle responsabilità e dalla famiglia. Ma, tra il gioco e la realtà c’è un nesso di esclusione reciproca e se il  gioco esce dalla sua cornice e sconfina nella realtà si producono delle degenerazioni che possono causare delle patologie, o meglio delle dipendenze. La libertà è infatti un elemento costitutivo e fondamentale della pratica del gioco; il gioco deve cioè potersi interrompere per lasciare il posto allo spazio di realtà e qualora si instauri invece una costrizione ludica, essa segnerà la fine del gioco stesso.

Riteniamo utile per comprendere il fenomeno dell’addiction centrare l’attenzione sul momento in cui un determinato comportamento, come il gioco per l’appunto, invade l’intera esistenza del soggetto, al punto di impedirgli di svolgere qualsiasi altra attività: l’oggetto della dipendenza diventa il fulcro attorno al quale ruota la vita della persona fino a definirne l’identità.


Il gioco d’azzardo rientra nella categoria dei giochi di alea, una scommessa cioè su ogni tipo di evento ad esito incerto, in cui il caso determina l’esito stesso. La scommessa diventa un rifugio della mente (Steiner), uno spazio immaginario dove poter creare il mondo che si desidera. La letteratura psicodinamica sul gioco è molto vasta; ci sembra interessante il contributo di Bergler che nel suo Psicologia del giocatore si è soffermato su quel “desiderio inconscio di perdere” che permette al soggetto di mantenere il suo equilibrio psichico. Un altro aspetto importante da sottolineare ci sembra quello dell’imprevedibilità del risultato come attrattiva più forte del gioco, in quanto spinge a giocare per l’illusione di controllare l’incontrollabile. Questo atteggiamento è sicuramente conseguenza di un forte senso di debolezza nei confronti della realtà.


Il Pathological gambling è stato ufficialmente inquadrato come categoria diagnostica a partire dal 1980 e sono stati individuati alcuni sintomi che conducono alla definizione del soggetto come giocatore patologico. Questi sintomi vanno a delineare un quadro in cui la persona diventa man mano sempre più coinvolta nel gioco, irritabile ed irrequieta qualora tenti di interromperlo,ha bisogno di giocare somme di denaro sempre maggiori, comincia a mentire in famiglia ed agli altri per nascondere il grado di coinvolgimento in quest’attività, fino ad arrivare agli estremi di commettere azioni illegali pur di giocare e di mettere a rischio sia le relazioni che il lavoro.

Il quadro è quindi quello di una perdita di controllo sempre maggiore che ha tutte le caratteristiche  che ritroviamo  anche nella classica dipendenza da sostanze stupefacenti. In Italia il gioco legale ed illegale muove una cifra calcolata intorno ai 25 miliardi di euro; l’80% degli italiani dedica qualche attenzione all’azzardo e nel 3% dei casi il gioco è patologico.


Ma come si diventa giocatori patologici? E’ molto difficile stabilire una netta demarcazione tra giocatore patologico e giocatore sociale, il processo è lento, insidioso e caratterizzato da fasi diverse. L’inizio è caratterizzato dal gioco occasionale, spesso consumato in compagnia di amici e familiari e dal fatto che i giocatori vincono più spesso di quanto perdano; a questo si aggiunge di solito una grossa vincita che istilla nel giocatore l’idea di essere più abile di altri. Si comincia così ad investire sempre più tempo e denaro nel gioco e si passa  alla fase successiva che è invece caratterizzata da un aumento delle perdite. Il giocatore torna spesso a scommettere nel tentativo di recuperare il denaro perduto, comincia a chiedere prestiti e si indebita sempre di più passando così ad una fase di disperazione  forte esaurimento fisico e psichico.

La fase finale è quella della perdita della speranza in cui si possono trovare crisi familiari, divorzi, problemi con la giustizia. Dalla prima all’ultima fase possono purtroppo trascorrere anche dieci e più anni.


Ci sono sicuramente alcuni fattori di rischio che rendono alcune persone più vulnerabili alla possibilità di diventare pathological gamblers.Alcune ricerche hanno dimostrato che le possibilità aumentano di due volte negli uomini rispetto alle donne e con livelli più bassi d’istruzione. Sicuramente la presenza di genitori che hanno avuto problemi col gioco aumenta il rischio di sviluppare questa patologia come anche la perdita dei genitori, l’iniziazione al gioco in età adolescenziale, la non valorizzazione del risparmio da parte della famiglia d’origine.

Ci sono inoltre alcune caratteristiche di personalità che possono essere evidenziate, come ad esempio la tendenza a ricercare il rischio e le esperienze eccitanti ed una certa irrazionalità del pensiero che porta il giocatore a sovrastimare le vincite e dimenticare le perdite come a sopravvalutare le proprie possibilità di successo.


 Rispetto alle nuove modalità del gioco d’azzardo c’è senz’altro da dire che lo sviluppo delle nuove tecnologie ha segnato la nascita di  un nuovo modo di giocare, solitario, globalizzato, sempre disponibile, con regole semplici e quindi ad alta soglia d’accesso. I videopoker, le slotmachine, il bingo, il gioco ondine, essendo accessibili a tutti e proponendo l’immediatezza del risultato e la velocità delle partite, aumentano sicuramente la possibilità di perdere il controllo del confine, rispetto a giochi più antichi come il lotto, il totocalcio che propongono invece un differimento nel tempo del gioco stesso.


Quali possono essere le modalità d’intervento nei confronti di questa forma di dipendenza sempre più diffusa ed insidiosa e per la quale possono passare tanti anni prima di accettarne la problematicità? Si può intervenire a diversi livelli: con la terapia individuale, spesso di indirizzo cognitivo-comportamentale, con una terapia farmacologia, che prevede la somministrazione di uno psicofarmaco ansiolitico o betabloccante per ridurre la crisi di astinenza, oppure si può ricorrere ad una terapia di gruppo, con l’attivazione di gruppi di auto-aiuto tipo Gamblers Anonymous.Ci sono  inoltre interventi sulla famiglia diretti  sia a sostenere i familiari del giocatore che a renderli più consapevoli del problema. Esistono infine  programmi terapeutici comunitari, residenziali e semiresidenziali che fungono da vere e proprie comunità di disintossicazione dalla dipendenza.

Riteniamo però che sarebbe auspicabile un’informazione più estesa sui rischi di un’attività che proprio per la sempre maggiore accessibilità può trasformarsi da sociale a problematica.

In questo senso l’attenzione si sposta agli interventi di prevenzione con l’obiettivo di ricondurre il gioco ai normali canoni dell’aspetto ludico, proprio a partire dai luoghi adibiti alla scommessa.

Questo nell’ottica in cui qualsiasi forma di dipendenza va vista nell’ambito di un continuum che da manifestazioni di consumo o  comportamento inoffensivi arriva sino all’utilizzo patologico o abuso.


 Di Simona Morganti

lunedì 17 settembre 2007

Principali fattori di rischio che possono avvicinare l’adolescente all’uso di sostanze psicoattive

L’uso di sostanze costituisce, oggi, un fenomeno di vaste proporzioni che è diffuso principalmente fra gli adolescenti e i giovani.



Provare una droga non rappresenta un fatto casuale o frutto di circostanze facilitanti, ma affinché l’adolescente decida di provare, occorre che egli abbia dapprima elaborato un posizione favorevole e che consideri questa eventualità piacevole e attraente, un’esperienza cioè in grado di rispondere a bisogni e aspettative per lui rilevanti in rapporto a diversi ambiti.



Tra i fattori di rischio principali che possono avvicinare l’adolescente all’uso di sostanze psicoattive ricordiamo:



 

I fattori genetico-familiari



Alcuni studi hanno dimostrato l’importanza di fattori ereditari nella genesi dell’alcoolismo e della tossicodipendenza. Tuttavia, al di là di fattori di predisposizione genetica, non sono da sottovalutare altre cause, pertanto possiamo attribuire l’insorgenza dei disturbi da abuso di sostanze a più fattori. E’ pur vero che spesso diverse cause si incontrano determinando l’avvicinamento dell’individuo ad una sostanza. Ad esempio, se consideriamo un adolescente figlio di tossicodipendenti, possiamo riscontrare una predisposizione genetica che viene ad associarsi ad uno scarso controllo da parte dei genitori troppo coinvolti nelle loro problematiche e spesso ad una frequentazione di “cattive compagnie”.



 

I fattori legati allo sviluppo intrauterino



L’esposizione del feto ad alcool, metadone o a sostanze psicoattive può determinare complicazioni ostetriche o danni alla struttura celebrale del neonato che possono provocargli deficit staturo-ponderale, alterazioni morfogenetiche, deficit maturativi del sistema nervoso centrale (ad es. microcefalia e idrocefalia, ipoacusia), iperattività, disturbi dell’attenzione e dell’apprendimento.



 

I fattori psicosociali di rischio e i fattori protettivi



Numerosi studi hanno dimostrato l’importanza del ruolo esercitato dal contesto familiare e sociale nell’avvicinare l’adolescente all’utilizzo di sostanze psicoattive.



Alcune problematiche familiari, quali conflitti genitoriali, regole educative troppo rigide o al contrario assenti, relazioni disfunzionali, possono creare un clima familiare non positivo per un’adolescente che già si trova in un momento complicato della sua esistenza. L’adolescenza rappresenta, infatti, anche lì dove si viva in un clima sereno, una fase densa di conflitti legati al passaggio dal mondo della fanciullezza a quello adulto.  



L’avvicinamento del giovane alla sostanza sembra essenzialmente collegato a:


  • La fase del ciclo di vita in cui si trova;

  • La ricerca di sensazioni forti;

  • L’esperienza di sé;

  • La regolazione delle emozioni;

  • Le relazioni con gli altri;

  • Lo stile di vita.





L’adolescente si trova ad affrontare profonde ed estese trasformazioni, in diversi ambiti della sua vita, legate all’esigenza di definire la propria identità, che possono creare in lui sentimenti di incertezza, di inadeguatezza, di scarsa fiducia in sé stesso. Quanto più l’adolescente avverte la difficoltà e il peso di affrontare e superare i compiti di sviluppo che sono specifici della sua fase di vita, tanto più aumenta la possibilità che la droga possa apparirgli l’unico mezzo per ridurre gli stati negativi dell’ansia, dell’angoscia, dell’incertezza, di tensione, di depressione e per meglio rispondere alle richieste del suo ambiente di vita.



Durante l’adolescenza appare inoltre molto forte il desiderio di trasgressione e la curiosità di sperimentare nuovi stili di comportamento anche ricercando esperienze rischiose.  L’esperienza con la droga per la sua illegalità e potenziale dannosità, costituisce una risposta efficace a tali bisogni.



A tali motivazioni si aggiungono il desiderio di sfidare i genitori andando contro le regole da loro imposte al fine di poter dimostrare la propria indipendenza. Infine, l’utilizzo di droghe può essere collegato al desiderio di partecipare alla cultura giovanile aderendo a comportamenti diffusi nel gruppo di pari.  



Talvolta l’adolescente apprende in famiglia che l’utilizzo di una sostanza, sia essa un farmaco, l’alcool o addirittura la droga, può rappresentare un valido aiuto per poter affrontare le difficoltà quotidiane. In un certo senso è come se si sentisse autorizzato, in quanto ha sempre osservato quelli che dovrebbero per lui essere dei modelli (i genitori) far uso di ausili esterni per poter affrontare i problemi.

Di Emilia Serafini