Questo articolo cerca di riassumere in poche pagine l’enorme problema della genesi della mente umana. Facilmente leggibile nella sua argomentazione, presuppone tuttavia nella sua intenzione la conoscenza della psicosi e della sua psicoterapia. Presuppone cioè il concetto basilare che la schizofrenia origina da un disturbo della simbolizzazione del mondo, e che, a sua volta, la simbolizzazione consensuale del mondo è fondata sulla formazione di un simbolo unico e univoco, il simbolo del Sé; che quest’ultimo sta alla base dell’ontogenesi umana, come anche, nella variante psicopatologica, della relazione terapeutica.
Tale esperienza terapeutica viene riflessa in questo articolo alla finestra della storia e filosofia del simbolo. In questa prospettiva la psicosi appare coma la malattia specificamente antropologica, ove la struttura stessa dell’esistenza, e non le funzioni psichiche elementari, viene compromessa.
Non ci può essere nel paziente una vera attività simbolica senza che si costituisca il simbolo del Sé: questa nel corso degli ultimi centomila anni di ominizzazione è stata la conquista maggiore dell’evoluzione biologica e contemporaneamente il grande “salto” nella dualità della vita psichica. Tale simbolo del Sé si sviluppa nella storia dell’uomo, come nel microcosmo della psicoterapia, entro una realtà relazionale non ancora interpersonale, ma intersoggettiva, in quanto il simbolo del Sé nasce nella mente dell’Altro, del genitore#,1 del terapeuta, il quale rappresenta nella sua coscienza i fantasmi proiettivi (e anche irrappresentabili) del paziente.
Il simbolo nella genesi della mente e nelle psicosi.
1. È nota l’ipotesi secondo cui la stazione eretta, propria degli antropoidi, sia stata la premessa del divenire umano, avendo essa liberato gli arti anteriori dal compito della locomozione e permesso ad essi la manipolazione delle cose; manipolazione culminata, nell’epoca paleolitica, nell’invenzione degli strumenti di pietra, il cui uso avrebbe nel corso delle generazioni incrementato sempre più le funzioni e lo sviluppo del cervello anteriore.
Mentre la manipolazione concreta del mondo rimaneva nella preistoria dell’uomo, dell’homo erectus e habilis, ad un livello modesto corrispondente alla creazione delle prime abitazioni, all’uso del fuoco, alla prassi della caccia, si sviluppava nell’uomo la simbolizzazione del mondo. Tale simbolizzazione, di portata evolutiva ancora maggiore della manipolazione concreta delle cose, era fondata sulla scoperta della figurazione. Attraverso l’uso degli strumenti l’uomo scopriva la possibilità di raffigurare, e non solo manipolare, le cose; di raffigurare se stesso e gli animali – come ci mostrano i documenti paleoartistici delle prime culture umane, incisioni sulla roccia, fino poi all’uso dei colori nelle splendide raffigurazioni animali da parte dell’uomo di Cromagnon.
Accanto alla raffigurazione visiva si sviluppava, forse ancora più antica di quella, la raffigurazione verbale, ossia la denominazione delle cose usate e necessarie alla vita, mediante caratteristici suoni gutturali, sfocianti infine nei nomi delle cose.
Raffigurazioni visive e raffigurazioni verbali ponevano l’uomo in una simmetria figurativa ed espressiva con il mondo. Sembra che tale esperienza abbia moltiplicato il senso umano del potere, già fondato dalla manipolazione delle cose. Ora l’utile non era più costituito dal godimento della cosa costruita o predata, ma l’esperienza psichica di poter influenzare qualsiasi cosa rappresentandone la figura (Modell 1968).
Così, secondo gli antichi egizi, la seconda “ creazione “ avvenne (da parte del Dio Ptah) “ dando nomi alle cose “. E noi vediamo, già nei bimbi di tre anni, come essi si indentifichino con le figure adulte più varie (“ il pirata “, “il poliziotto”, “ il bandito “ etc.) per sviluppare la propria identità, per scoprire il proprio Sé proiettandolo sulle possibilità dell’esistenza.
Il simbolo, all’origine, era legato all’identità magica della figura creata dall’uomo con la figura dell’oggetto osservato, e in tal modo posseduto dall’intelletto artistico.
Per “ identità magica“ intendo la consapevolezza che fra la figura simbolica e quella obbiettiva esistesse un nesso misterioso di potere. Non credo, ad es., che l’antico egizio fosse così ingenuo da ritenere che la sua “barca del sole”, costruita e sotterrata per condurre l’anima del defunto nell’al di là, potesse navigare sul Nilo, ma ho motivo di credere che quella figura “assicurasse la realtà del viaggio “. Allo stesso modo, i cibi offerti per garantire la vita postmortale del defunto era ovvio che non fossero effettivamente utilizzati dalla mummia; essi, in un secondo tempo, non furono più reali, ma solo raffigurati nella lapide. Tuttavia essi assicuravano la sopravvivenza del defunto, che non era quella strettamente materiale, ma non era tuttavia concepibile senza la conservazione del cadavere attraverso la mummificazione.
Il legame misterioso che trasformava la figura nell’anima stessa della cosa era il protosimbolo (Werner e Kaplan 1984), la capacità tutta umana di forgiare il mondo intero a propria immagine e somiglianza, che viene proiettata anche nella funzione del Dio. Ecco la prima “ indiazione “ dell’uomo, l’avvento dello spirito nel simbolo, la nascita dell’Homo Simbolicus, che da più di un antropologo viene considerato quale la prerogativa essenziale dell’uomo.
2. L’uomo, è stato detto più volte in questo secolo, non è solo l’Homo Erectus, l’Homo Habilis, ma anche l’Homo Simbolicus e perciò Sapiens.
Già l’antica filosofia indiana (nei detti della Rigveda) diceva che la natura dell’uomo è di tipo simbolico: “ L’uomo è l’unico che sacrifica “.
Ma cos’è il simbolo, questo fenomeno psichico meraviglioso, che trasforma nel percorso evolutivo l’animale in una forma storica di esistenza, quella appunto umana? È anzitutto il passo successivo alla creazione dell’immagine da parte dell’essere vivente.
La capacità di creare immagini (visive, acustiche, tattili, olfattive), delle cose-immagini che ripetono le percezioni, da cui esse hanno origine, ma che permettono la sopravvivenza delle cose nella mente, anche quando le percezioni sono scomparse, e costituiscono così la “costanza spazio-temporale degli oggetti“, corrisponde al vero inizio di una vita psichica.
Senza di esse non potrebbe esserci un mondo interiore; le percezioni esplorano quello esterno, ma esse non costituiscono ancora un soggetto. È nel mondo dell’immaginario, del mentale che ciò, che altrimenti sarebbe solo un meccanismo neurofisiologico, si configura come un soggetto autonomo.
È possibile e verosimile che anche gli animali abbiano immagini. Il cane, che dopo una lunga assenza riconosce festosamente il suo padrone, il favoloso Argo, che presso a morire per vecchiaia scodinzola di gioia al ritorno di Ulisse in patria, conserva nel silenzio e nell’abbandono la vivida immagine di un partner e sta ad attenderlo fino alla morte.
Solo l’uomo, tuttavia, sviluppa simboli. Ossia la capacità di usare immagini o rappresentazioni come rimando ad altre.
Già nella sfera animale, in quella più differenziata, come nel cane e nella scimmia, compare il simbolo più elementare, l’immagine di un’altra immagine concreta nel noto riflesso condizionato di Pavlov.
Ma solo l’uomo parla. È proprio, attraverso il linguaggio verbale, che un’immagine sonora o grafica, la parola, serve a connotare un tutto, anche ciò che non è visibile, udibile, palpabile.
Nell’evoluzione dell’uomo, i simboli più complessi sono immagini che rimandano ad immagini molto più grandi di loro, a complesse esperienze esistenziali, non più percepibili direttamente nell’immaginario, ma solo nel rimando simbolico: Dio, l’Universo, l’Amore. “Das ist die wahre Symbolik”. dice Goethe, “wo das Besondere das Allgemeine repraesentiert”.
Ciò ha una premessa già nella struttura del tempo vissuto, ove l’attimo del presente può richiamare simbolicamente il passato e il futuro. “Fermati, sei bello!“ dice Faust all’attimo fuggente, riassumendo in esso, nel particolare, tutta la visione feconda di un avvenire che da esso emana e che in esso viene anticipata.
Nell’animale ciò non può accadere. L’animale ha una nozione del tempo, come in parte crediamo di sapere, “atemporale“; esso non indaga il suo passato, non se lo rappresenta; non interroga né prevede il suo futuro; vive in un presente illimitato. La morte è una rappresentazione specifica dell’uomo. L’uomo è l’unico essere vivente che la natura ha privato del vissuto di eternità.
Ma la capacità di trasformare un’immagine nell’altra, la creazione del simbolo, ha dato all’uomo una eternità più vasta, come concetto della Trascendenza. Il fatto che nell’Uomo ciascuna immagine possibile rimanda ad un’altra, diviene simbolo di un’altra (come la rosa diviene il simbolo della donna amata, questa diviene il simbolo della madre, da cui scaturisce la vita, e la madre può divenire, a sua volta, il simbolo della madre Celeste) rende impossibile all’uomo di acquietarsi in un simbolo qualsiasi. Il simbolo, come dice Lacan, ci separa per sempre dall’esaudimento completo del desiderio. Se il segno, come afferma Susanne Langer (1967) si riferisce ad una Presenza, il simbolo si riferisce ad una Assenza.
Il simbolo, che rimanda alla cosa, priva l’uomo della cosa stessa, svestita del suo abito simbolico e non dà accesso a quel che Kant chiamava il noumeno: così l’insaziabilità umana, che si distingue dalla fame di ogni altro animale, fonda anche, assieme ad essa, la perenne, cosciente o inconscia nostalgia umana dell’esaudimento completo dell’ideale in “Dio”.
E perciò nascono qui le due grandi dimensioni metafisiche dell’uomo: il Male e il Dolore come conseguenza dell’insaziabilità, come ebbero ben a riconoscere Buddha e Schopenhauer, e l’ideale irraggiungibile, il quale, come ci dice S. Gregorio Magno, può essere toccato solo per attimi (“ furtim et tenuiter. Non solide sed raptim “).
Questa vita spirituale dell’uomo non è comprensibile nei limiti della materia. Ma la materia ne è una base: l’asimmetria cerebrale sembra stare alla base della nascita del simbolo, nel senso che permette un paragone tra due tracce diverse.
L’emergere del simbolo nella mente dell’uomo primitivo, quale esso appare nelle pitture rupestri, ha permesso la creazione di un mondo interiore, ove le immagini appaiono come risvolti di altre. Bisogna, per valutare l’importanza psicologica e culturale di tale processo, riflettere sul fatto, che i nessi simbolici risultanti dall’accostamento e dalla sovrapposizione delle immagini più diverse, non rappresentano più, come la percezione, una copia dell’universo, ma la creazione di un secondo universo esistente soltanto nella nostra mente. È questa la dimensione fantasmatica del simbolo. A questa si aggiunge quella più propriamente cognitiva: l’emergere del simbolo nella preistoria umana, nella mente ancora povera di una conoscenza scientifica delle concatenazioni causali degli eventi, equivaleva al loro legarsi mentale in certe corrispondenze figurative: fenomeno questo così essenziale per la strutturazione di uno spazio psichico interno, che certi autori, come C.G. Jung, arrivano a dire che certe rappresentazioni mentali, errate se interpretate come corrispondenti a fatti reali, sono tuttavia vere dal punto di vista di una realtà psichica.
Lo specchio analogico di nessi simbolici delle cose, delle loro consonanze e somiglianze, forniva la prima chiave per una comprensione olistica, magica dell’universo: chi ne era in possesso aveva già una funzione sacerdotale; i primordi della scienza stanno, come nell’antico Egitto, nelle mani dei sacerdoti.
La terza dimensione del simbolo era infine di natura affettiva. Io vedo quest’ultima soprattutto nella possibilità di elaborare il dolore dell’esistenza, sempre in aumento con lo sviluppo delle strutture nervose e la differenziazione delle civiltà.
La simbolizzazione ci aiuta ad osservare eventi che ci turbano o ci avviliscono allo specchio dei simboli di essi, i quali con le loro più vaste risonanze, che arrivano alle grandi cifre dell’esistenza umana, ci permettono di trascenderci. Qualsiasi religione è per sua natura simbolica; nessuno vede Dio, in nessuna sabbia è impressa la sua orma fuor che nel simbolo.
Il fatto fondamentale, comune alle tre dimensioni del simbolo, è sempre lo stesso: il simbolo, che pone una successione di immagini in relazione semantica le une con le altre, che collega segmenti semantici a rappresentazioni diverse organizzandole così in nessi di significati, creando l’immagine dell’immagine, innalza e approfondisce lo spazio psichico entro cui si configura l’esperienza della vita, aggiunge alla percezione e alla memoria la metafora, l’allegoria, la similitudine, la rappresentazione di cose che non si vedono; aggiunge al mondo esterno, introiettato percettivamente e ripetibile nel ricordo di esso, un mondo interno irripetibile senza tale creazione mentale. Qui sta il vero grande salto evolutivo che separa l’uomo dall’animale, cui sono proprie figurazioni psichiche ancora elementari (il riflesso condizionato può essere considerato come “orimento“ del simbolo, come una sua primissima e ancora rozza anticipazione)
Se a ciò aggiungiamo che il simbolo è anche un rispecchiarsi di sé nell’altro e dell’altro in sé; che il Sé alle origini della vita non preesiste a tale movimento, ma si crea in esso, nello spazio fra madre e bimbo, cosicché lo spazio, il biologico, diviene nell’identificazione storia, tempo; così il neonato acquista un’anima nel pensiero della madre: possiamo allora dire che il simbolo sta alla base del modo di essere dell’Uomo.
3. L’antichità è piena di simboli. Il mito è, come il sogno, un grande simbolo, un simbolo che nasce nella veglia. Vediamone un esempio. Il mito racconta che Europa, la giovane figlia del Re di Tiro, Fenice, giocava sulla spiaggia, allorché un toro, in cui Giove, innamoratosi della giovine, si era trasformato, la rapì e la portò attraverso i flutti del mare sull’isola di Creta; nacque a Creta la cultura europea.
Gli antichi credevano nella realtà concreta dei miti. Eppure ci doveva essere, dietro questa loro ingenua coscienza, il pensiero inconscio che animava il mito; pensiero che noi oggi potremmo formulare come la consapevolezza che un grande movimento culturale nato sulle sponde dell’Asia minore e dell’Egitto, per duemila anni si era sviluppato verso il nord, verso Creta, Cipro, le isole dell’Egeo, le coste dell’Anatolia, il mondo miceneo e greco.
Perché il bisogno dell’uomo di raffigurare in simboli i pensieri astratti, le esperienze della storia e anche gli avvenimenti quotidiani?
Già il sogno ci mostra questa continua traduzione di informazioni, formulabili razionalmente, in immagini e ci sono prove che la traduzione avviene anche in senso contrario, dalle emozioni, alle immagini, ai pensieri (Bucci 1997).
Le immagini che nascono dalle immagini emanano da un sistema analogico proprio della struttura della nostra psiche e del nostro sistema cerebrale: il sistema analogico ha la proprietà di duplicare le immagini così come in origine il neurone si duplicava in senso biologico attraverso la mitosi. Il duplicato psichico, che sostituisce quello fisico (Jouvet 1994), è l’inizio della vita psichica, la quale ha forse la sua culla proprio nel sogno. Sebbene non conosciamo un uomo presimbolico, possiamo tuttavia speculare sulla genesi evolutiva del simbolo, intravedendo tre grandi direzioni di sviluppo filogenetico della mente umana:
L’uomo preistorico sta ancora agli albori della coscienza razionale, così come l’uomo che sogna. Non comprende razionalmente ciò che noi comprendiamo. Crede nella realtà concreta dei miti. Non scorge dietro ad essi ciò che noi oggi chiameremmo il loro significato. Il significato è tutto dentro l’immagine stessa, la quale è allora l’unica espressione possibile del significato.
Quest’ultimo deve essere anche presente nell’Inconscio. Così come nei sogni. La verità appariva anzitutto, nel corso dell’evoluzione, traverso l’immagine, e ancor oggi un detto del Talmud ci dice che essa non è venuta nuda nel mondo, ma vestita del velo del simbolo. Così noi abbiamo appreso a pensare da piccoli: per immagini, accanto alle rivelazioni sensoriali, da cui, pensando, non potevamo allontanarci. In questa fucina di immagini, prima fra tutte il viso della madre che ci amava, ci chiamava per nome, ci immetteva nel suo mondo simbolico. Attraverso di lei il nostro Sé sviluppava il suo primo simbolo, l’immagine del Sé, l’immagine di tutte le immagini del Sé che si andavano creando traverso le prime interazioni sociali.
L’adesione della psiche primitiva al mondo delle immagini, che può apparire al pensiero razionale come una limitazione del pensiero stesso, era tuttavia un atto di liberazione: perché sostitutiva alla concatenazione causale dei segni, quali essi vengono percepiti già dagli animali superiori, il regno del possibile, della fantasia, della creazione della mente umana. L’uomo costruisce il suo mondo, non solo lo percepisce.
Il simbolo rappresenta così la possibilità del Sé di moltiplicare le immagini di se stesso e del mondo attraverso le
sue variazioni pressoché infinite.
Vediamo questo nei sogni, ove ad esempio un qualsiasi contenuto mentale, ad esempio una miseria esistenziale di qualsiasi genere, può apparire come prigione, muro invalicabile, fosso, pantano, tomba etc. La sempre maggiore strutturazione della psiche nel corso dell’evoluzione ha permesso il costituirsi del sistema analogico come modo di auto-costruzione ed auto-riflessione. Il dolore della vita, che aumenta in profondità di pari passo con la complessizzazione dell’animo umano, trova così nell’opera della simbolizzazione una maggiore possibilità di elaborazione, non solo perché esso, attraverso i grandi simboli dell’esistenza, viene trasmutato, ma anche perché esso nelle immagini oniriche della vita quotidiana viene riflesso, guardato dall’Io dormiente che nello stesso atto del guardare si pone al di fuori.
Origine del simbolo
Esiste una situazione fondamentale, in cui vedo originarsi il simbolo: il sogno e l’allucinazione nell’incontro psicoterapeutico. Prima di sviluppare questo pensiero e riconoscerne il suo germe nell’ontogenesi umana, desidero dare qualche immagine immediata del mio discorso. Tre esempi. Un paziente, che si sente perseguitato da voci estranee, che sembrano erompere dalle viscere della terra e dagli angoli più remoti del cielo, ascolta improvvisamente la voce del suo terapeuta, che nel sogno gli dice: “non temere; va nel giardino e odi le voci degli uccelli; sono la voce di Dio.“ Egli non sa distinguere: è il suo terapeuta che gli parla oppure è il suo nuovo Sé, che, nato nell’incontro psicoterapeutico, si afferma vittoriosamente nella lotta contro la psicosi e trasforma la persecuzione in una benedizione?
Un altro paziente sogna che un’interpretazione del suo terapeuta, la quale gli mostra la sua vera identità, altrimenti contraffatta dalla psicosi, “è un raggio di sole, che penetra la sua abitazione non da una finestra, ma dal tetto in giù fino al sottosuolo“. Egli si sveglia con la domanda: “ Era il messaggio del mio terapeuta o è il mio nuovo Sé, che è venuto ad annunciarsi come un raggio di sole? “.
Un terzo paziente sogna di un agnello incatenato, presso a morire di fame e di sete. Egli lo slega, gli dà da bere e da mangiare; improvvisamente non sa: è lui l’agnello o il salvatore di questi? “E chi è questa persona che slega l’agnello e lo nutre: è lui o il suo terapeuta? “
Vediamo in questi sogni come il soggetto del sognatore si apprende nello specchio dell’oggetto terapeutico: anzitutto si identifica con esso e trae da tale identificazione la sua virtù essenziale, la sua forza di vivere; in seguito si distingue da esso, si delimita come persona proprio nell’incontro che lo fa divenir persona.
Noi abbiamo chiamato “soggetto transizionale“ tale immagine del Sé che è anche immagine di un Tu, nel cui viso il Sé si riconosce e si crea; abbiamo anche detto, nelle nostre opere, come il soggetto transizionale in un primo stadio, ancora pre-simbolico, non è pienamente cosciente di sé, non si pone ancora la domanda “chi sono io?“, ma anzitutto esiste prima di riflettere sulla propria esistenza. È poi nell’avvento della piena guarigione che la relazione “inter-soggettiva“ diviene “interpersonale“, nel momento in cui non c’è solo l’identificazione, la fusione, la simbiosi, ma anche la distinzione, la differenziazione, la “personazione“.
È il simbolo del Sé che qui nasce, quel simbolo che permette al Sé di riconoscersi, di essere Soggetto, e di creare quindi, con la riflessione, il proprio Sé-Oggetto.#2
Ho denominato con diverse metafore tale processo, parlando di “simmetria dualizzante”, che trasforma la “confusione psicotica”, fonte di sofferenza, perché senza possibile ricezione sociale, di “simbiosi terapeutica“, in cui il terapeuta col suo Inconscio si identifica col suo paziente, attraversa nei suoi sogni i paesaggi psicotici del suo paziente, veste i suoi vestiti, porta i suoi carichi, viene chiamato col suo nome.
A differenza del paziente, che all’inizio costruisce inconsciamente la sua identità nella “nicchia“ dell’identità altrui, il terapeuta lo precede nella creazione del simbolo, in quanto si riconosce come il vicario del suo paziente, il suo compagno di viaggio e realizza così sin da principio la “complementarità soggetto-oggetto”
Si tratta di una complementarità in cui l’oggetto non è solo il contenuto percettivo, ma la base stessa della percezione. Questo è dunque il simbolo: una simmetria che si costituisce nella asimmetria e che permette quella distinzione, che nell’ontogenesi umana è anche “individuazione”.
La nascita del Sé e precisamente del simbolo del Sé nell’incontro psicoterapeutico, in quella fase cruciale, che è il ponte fra la dissoluzione psicotica del Sé e la sua ricostituzione nella dualità, mi permette di ipotizzare quanto segue.
Primo: non esiste distinzione fra nascita del Sé e nascita del simbolo. Il nostro concetto di “simbolo del Sé “abbraccia ambedue, nel senso che il Sé non emerge alla coscienza se non come simbolo del Sé, ossia come capacità egoica. È un fatto che la rifondazione dell’Io e del simbolo del Sé equivale nella psicoterapia della psicosi schizofrenica alla ricostituzione dell’attività simbolica del soggetto. Mentre nello stadio di confusione psicotica, il legame tra le cose e le parole, fra gli oggetti e le loro rappresentazioni verbali, va perduto (per cui le parole vengono confuse con le cose), si instaura, con la rifondazione del Sé, anche la normale attività simbolica. Mentre, cioè, i cosidetti “simboli schizofrenici“ non sono altro che “protosimboli“, non permettono cioè quella distinzione fra l’immagine simbolizzante e la cosa simbolizzata, viceversa l’emergere del simbolo del Sé va di pari passo con la ricostruzione simbolica del mondo; di un mondo, che non più penetra, scinde, dissolve il soggetto, ma viene invece “posseduto“ cognitivamente.
Secondo punto: è possibile dedurre da ciò qualcosa di fondamentale, che riguarda tutta l’ontogenesi umana? Sappiamo ben poco della vita interiore del neonato, che non può verbalizzarla, ma una cosa mi sembra emergere con chiarezza da tutte quelle ricerche, che da Margaret Mahler (1975) vanno fino a Daniel Stern (1985): quella integrazione di simbiosi postnatale e di individuazione, che permette di osservare i fenomeni sia dal punto di vista della simbiosi, come ha fatto la Mahler, sia dal punto di vista della precoce emersione del Sé, su cui si sono appuntate le ricerche e le osservazioni di Stern.
Simbiosi e distinzione: ecco la natura, la struttura del simbolo.
Nel momento in cui il bimbo si percepisce nel viso, nel sorriso, nel gesto della madre, abbiamo quella identificazione con il mondo che mai è così completa, felice, indubitabile come nella esperienza post-natale (a cui forse, secondo la teoria di Rank, regredisce l’artista, il quale esperisce la sua opera d’arte contemporaneamente come espressione di sé e rivelazione del mondo).
Ma nel momento stesso in cui questo bimbo percepisce la gratificazione dei suoi bisogni vitali come dipendente da un altro (ed esperisce tale dipendenza in modo così totale come mai negli anni successivi), egli apprende in modo fondamentale la distinzione fra Sé e Non-Sé. Il Sé buono, accettato, amato non è dunque la madre, ma il suo simbolo, il simbolo dell’amore materno, che è contemporaneamente il simbolo positivo del Sé. Ecco come dunque abbiamo la nascita del simbolo umano nel primo e fondamentale rapporto duale, che struttura l’intera esistenza. L’origine ultima del Sé, che ci appare nei sogni e nell’incontro psicoterapeutico come fucina di simboli, in ultima analisi ha la sua base nella strutturazione psichica dell’uomo, nella relazione, nella dualità.
Conclusione
Da qui l’importanza della partecipazione del terapeuta al mondo psichico, presimbolico del sofferente psicotico. È in tale partecipazione, fatta di tempo, pazienza, ascolto, interesse, simpatia, proposta, messaggio, interpretazione, fantasia, arte, che il protosimbolo psicotico viene trasformato nel simbolo comune, e che in questo modo si crea nel paziente il “ simbolo del Sé“, il ritrovamento di sé stesso, la scoperta della propria identità, e così la trasformazione dell’intersoggettività (ove la relazione è ancora intrapsichica, fantasmatica, affidata ad immagini che precedono la consapevolezza della propria persona e di quella terapeutica) nella interpersonalità.
Note
##1 Vedasi a questo proposito la relazione tra attaccamento e funzione riflessiva in Fonagy e Target (1997).
#2 Il concetto di simbolo del Sé ha degli degli elementi in comune con il concetto di meta-rappresentazione di Frith (1992) e con quello di funzione riflessiva di Fonagy (1997), pur nella diversità degli ambiti concettuali.
Bibliografia
BUCCI W. (1997) Psychoanalysis and Cognitive Science, The Guilford Press, New York; tr. it. Psicoanalisi e scienza cognitiva, Fioriti Editore, Firenze 1999.
FONAGY P., TARGET M. (1997) Attachment and Reflective Function: their Role in Self-organization, Development and Psychopathology, 9, Cambridge University Press; tr. it. Attaccamento e funzione riflessiva: il loro ruolo nell’organizzazione del Sé, in “Attaccamento e funzione riflessiva”, R. Cortina Editore, Milano 2001, pp. 101-133.
JOUVET M. (1994) Die Nachtseite des Bewusstseins. Warum wir traeumen, Rowohlt, Hamburg.
LANGER S. (1967) Mind: An Essay on Human Feelings, Hopkins Press, Baltimore.
MAHLER M. S., PINE S., BERGMAN A. (1975) The Psychological Birth of the Human Infant. Symbiosis and Individuation, Basic Books, New York; tr. it. La nascita psicologica del bambino, Boringhieri, Torino 1978.
MODELL A. H. (1968) Object Love and Reality, Intern. Univ. Press, New York; tr. it Amore oggettuale e realtà, Boringhieri, Torino 1975.
STERN D. N. (1985) The Interpersonal World of the Infant, Basic Books, New York; tr. it. Il mondo interpersonale del bambino, Bollati Boringhieri, Torino 1987.
Gaetano Benedetti
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mercoledì 12 dicembre 2007
Il simbolo nella genesi della mente umana
venerdì 30 novembre 2007
Smettere di bere è una questione di geni?
Una nuova tessera si aggiunge al mosaico dei rapporti tra geni e comportamento: uno studio americano sugli alcolisti correla un profilo genetico "a basso rischio" a maggiori probabilità di recupero con il programma di psicoterapia dei "12 passi” proposto dagli Alcolisti Anonimi, rispetto ad altre psicoterapie. E’ un approccio bottom-up, che parte dal basso, dalle caratteristiche psicobiologiche dell’individuo e cerca di orientare il successivo percorso terapeutico, diversamente da quello top-down tipico della psicologia tradizionale. Le ricerche condotte presso l’Alcohol Research Center dell’Università del Connecticut, sono pubblicate sul numero di novembre della rivista Alcoholism: Clinical & Experimental Research.
La vulnerabilità all’alcolismo comprende sia fattori genetici che ambientali. Da alcuni anni le analisi genetiche hanno dimostrato una forte componente ereditaria (dal 52 al 64 per cento) nella propensione al bere, con una associazione significativa tra il rischio di alcolismo e variazioni della sequenza del DNA definite “polimorfismo a singolo nucleotide” all’interno del gene GABRA2 (codificante per una subunità di una classe di recettori che mediano gli effetti del GABA, il principale neurotramettitore inibitorio del cervello). Nuovi risultati indicano che il genotipo GABRA2 non solo modifichi l’atteggiamento generale nei confronti del bere, ma influisca sul successo dei vari tipi di psicoterapia.
“Avevamo già mostrato che un allele GABRA2 ad alto rischio era associato a una marcata risposta all’alcol in soggetti sani - spiega Henry Kranzler, uno degli autori dello studio - nell’ipotesi che la presenza di questo allele potesse predire il comportamento di bevuta in alcolisti in trattamento, abbiamo messo a punto un’indagine per identificare alcuni fattori di predizione del successo terapeutico in alcolisti in psicoterapia”.
Il metodo comportava l’analisi genetica di soggetti europei ed americani che stavano partecipando al progetto MATCH, un trial randomizzato che valutava l’efficacia di 3 tipi di terapia: quella cognitivo comportamentale (CBT); di rafforzamento motivazionale (aumento della motivazione al cambiamento, MET); e di facilitazione a 12 passi (TSF, utilizzata dagli Alcolisti Anonimi).
I risultati, espressi come numero di giorni di bevuta e di forte bevuta, indicano che i pazienti con due alleli GABRA2 (omozigoti) a basso rischio hanno comportamenti di ricaduta nell’alcol meno marcati degli alcolisti che sono portatori di uno o due alleli GABRA2 ad alto rischio. “Inoltre - aggiunge Kranzler - è evidente una differenza di risposta alla psicoterapia, in rapporto al genotipo GABRA2. Le persone con genotipo a basso rischio mostrano maggiori benefici da una particolare psicoterapia, la TSF, rispetto agli altri trattamenti”.
L’alcolismo è riconosciuto come uno dei più gravi problemi della salute pubblica. Non danneggia soltanto l'alcolista perché gli effetti si riflettono nell’ambiente familiare, sul lavoro, sulla strada. Perché si comincia a bere? L’alcol è un ansiolitico, probabilmente il più potente e anche a portata di mano. Si beve per superare sensazioni di inadeguatezza, di solitudine, per affrontare situazioni difficili, spiacevoli, ma anche quelle piacevoli; l’alcol serve ad anestetizzare le emozioni e a tenersi a distanza dai sentimenti, dalla consapevolezza. Come comprendere se dai due-tre-quattro bicchieri quotidiani si sta scivolando insensibilmente verso la dipendenza? Un semplice test consiste nell’assegnarsi dei limiti: una dose giornaliera (circa due bicchieri) da non superare in nessun caso, durante un periodo di alcuni mesi, anche se nel frattempo intervengono circostanze particolari che comportano interferenze emotive (problemi sul lavoro, discussioni con il partner, matrimoni, funerali, licenziamenti, disastri, ma anche feste, viaggi, promozioni, ecc.). Soltanto due bicchieri e senza barare con se stessi. Solo così si può scoprire se si riesce a controllare il bisogno di bere, o, al contrario, se l’alcol funziona come regolatore degli stati emotivi. Ed eventualmente prendere coscienza che si ha “un problema” con l’alcol, prima ancora di ammettere di essere un alcolista.
L’associazione Alcolisti Anonimi (A.A) nata in Italia nel 1972, dall’esperienza dei gruppi di auto aiuto americani, è presente in tutto il territorio con circa 450 gruppi. Si basa su una regola ferrea: l’anonimato dei partecipanti ed utilizza un programma di auto-consapevolezza ed evoluzione spirituale basato sulla “teoria dei 12 passi”. Tutti gli esponenti dell’associazione sono ex alcolisti. In genere le persone si incontrano una o due volte alla settimana in riunioni “aperte” alle quali possono partecipare tutti coloro che sono interessati ad A.A (alcolisti, parenti ed amici) e riunioni “chiuse” riservate esclusivamente agli alcolisti. Queste ultime consistono in discussioni di gruppo in cui ognuno può esprimere le difficoltà che incontra nel restare sobrio e per i problemi nella vita di ogni giorno. Gli altri alcolisti hanno vissuto situazioni analoghe e potranno spiegare come le hanno superate, impegnandosi in uno o più “passi” del programma di recupero.
Si comincia con il rimanere “puliti” (senza bere) un giorno alla volta, ovvero ad accettare l’idea di essere un alcolista (primo passo), ad affidarsi a qualcuno (secondo e terzo passo). Il gruppo aiuta l’alcolista a rompere l’isolamento in cui l’alcol lo ha confinato, ad avere fiducia nei suoi nuovi amici e ad affidarsi a un Potere Superiore, comunque sia in grado di concepirlo in quel momento in rapporto alla sua formazione religiosa e spirituale. Anche il gruppo stesso può essere visto come un “potere superiore”, dal momento che riesce laddove il singolo non trova una soluzione. Successivamente, attraverso l’autoanalisi e il confronto con una persona di propria fiducia, si procede ad una verifica e all’accettazione di se stessi (quarto e il quinto passo), si inizia un percorso di cambiamento basato sulla progressiva modificazione dei propri comportamenti (sesto e settimo), si tende al recupero delle relazioni con gli altri (ottavo e nono), ci si prepara a mettere in pratica il nuovo stile di vita (decimo), si approfondisce il percorso spirituale con la meditazione e la preghiera, alimentando un senso di appartenenza al mondo (undicesimo), infine si comincia a portare il messaggio ad altri alcolisti (dodicesimo passo).
E’ un programma che può dare dei buoni risultati. La sobrietà riguarda non tanto lo “stare meglio”, almeno non subito, ma piuttosto il sottoporsi al cambiamento, imparare a vivere una vera emozione (dolore, ansia, tristezza, ma anche gioia) senza tentare di anestetizzarla. Alcuni centrano l’obiettivo sin dalla prima seduta, altri hanno bisogno di frequentare il gruppo a lungo, anche se sobri da molti anni.
Questione di geni? Gli studi recenti sul fenomeno della “resilienza” - la capacità di superare situazioni problematiche - ci insegnano che i geni non sono destino. Anche se esiste un legame strettissimo tra biologia e psicologia, l’alcolista, qualunque sia il suo profilo genetico, ad alto o basso rischio, può trovare un modo - attraverso la terapia farmacologica, psicologica o di sostegno - per riconnettersi con la vita.
Articolo tratto da: www.lastampa.it
Approvata legge su psicofarmaci e bambini
E’ giunta al capolinea la prima legge regionale che pone sotto stretto controllo sul territorio il fenomeno dell’ADHD, la sindrome dei bambini troppo distratti ed irrequieti: è stata approvata ieri a larga maggioranza in Consiglio Regionale del Piemonte, su proposta del Consigliere Gianluca Vignale e del Presidente del Consiglio Davide Gariglio.
La legge – che colma a livello locale un vuoto normativo sul quale era stato inutilmente chiamato a pronunciarsi mediante una circolare nazionale il Ministro della Pubblica Istruzione Giuseppe Fioroni - si basa su alcuni punti fermi estremamente chiari: l’obbligo in caso di somministrazione di psicofarmaci ai bambini di raccolta - a cura del medico - di un consenso informato veramente consapevole da parte dei genitori, che dovranno essere informati su ogni tipo di rischio afferente la terapia farmacologia proposta, con particolare riguardo alla possibilità di accedere a terapie alternative non a base di psicofarmaci; in secondo luogo, il riconoscimento della libertà di coscienza del medico che decide di non prescrivere psicofarmaci al minore, medico che non potrà quindi venir sottoposto a censura professionale di alcun tipo; importante anche il divieto di somministrare nelle scuole ‘test psichiatrici’, dal momento che l’istituzione Piemontese ha individuato negli screening ad ampio raggio della popolazione scolastica un rischio di sollecitazione indiretta al consumo di queste molecole psicoattive, in quanto in tutti i paesi dove tali screening sono stati effettuati si è poi assistito ad un aumento delle vendite di psicofarmaci per l’età pediatrica, senza trovare una reale corrispondenza nel numero di bambini davvero malati; infine, l’obbligo per l’Assessorato alla Sanità di monitorare rigidamente le terapie sui minori a base di psicofarmaci, anche mediante una Commissione che includerà associazioni di settore qualificate ad esprimere pareri su queste tematiche.
“Una legge innovativa – ha commentato Luca Poma, portavoce nazionale di ‘Giù le Mani dai Bambini®’, prima campagna italiana per la farmacovigilanza in età pediatrica – perché pur non ‘mettendo il bavaglio al medico’ istituisce dei principi rigidi di controllo a tutto favore dei cittadini e dei piccoli pazienti: i testi psichiatrici potranno essere somministrati solo nelle strutture sanitarie pubbliche, com’è giusto per evitare l’impropria trasformazione della scuola in anticamera dell’ASL, fenomeno al quale assistiamo con sempre maggior frequenza in Italia. Avevamo sollecitato in più occasioni il Ministero della Pubblica Istruzione ad intervenire con una circolare nazionale, e con spirito collaborativo già da oltre un anno avevamo messo i nostri esperti a loro completa disposizione – conclude Poma – ma probabilmente questa tematica non rientra tra le priorità di governo del Ministro Fioroni: fortunatamente, la Regione Piemonte con questa legge – approvata in modo assolutamente ‘bipartisan’ - ha dato un segnale forte in direzione della miglior tutela della salute dei bambini”.
Soddisfazione è stata espressa anche dai primi firmatari della legge: “Non si può speculare sulla salute mentale dei nostri bambini – aveva dichiarato Gianluca Vignale, primo firmatario della Legge – e come padre di due figli rabbrividisco al solo pensiero che un giorno qualcuno possa prescrivergli psicofarmaci sulla base di test riduttivi come quelli usati per diagnosticare l’iperattività”.
Fonte: http://www.giulemanidaibambini.org/
giovedì 29 novembre 2007
TRASFORMAZIONE IN ALLUCINOSI E OSSERVAZIONE PSICOANALITICA
S. Freni, D. Sartorelli
Con questo lavoro vogliamo portare un contributo di riflessione teorica, teorico-tecnica e relative applicazioni alla pratica clinica, del modello euristico trasformazione in allucinosi (T.A.) formulato da Bion (1965).
L'interesse, nel porlo al centro della nostra attenzione, é derivato da varie considerazioni, che cercheremo di esporre più avanti senza pretesa di completezza; sul piano clinico-pratico, il nostro studio del modello T.A. e la sua rilevanza posizionale nell'ambito più·generale della teoria delle trasformazioni é maturato sostanzialmente in tre contesti clinici:
A. Fase osservazionale preliminare a un trattamento terapeutico.
B. Trattamento psicoanalitico con pazienti gravemente disturbati.
C. Trattamento psicoanalitico con pazienti non gravemente disturbati.
Casi clinici (qui omessi)
Considerazioni teoriche.
I contesti clinici summenzionati hanno lo scopo di mettere in evidenza i vertici osservativi in cui si vengono a trovare paziente e analista allorché il campo della relazione é dominato da T.A. Il paziente sembra non disporre di alcuna funzione di contenimento psichico e il terapeuta sembra non essere in grado di fornirne. Anzi, sembra che gli interventi dell'analista determinino nel paziente un aumento di turbolenza e tensione interna che viene evacuata nel corpo e nel mondo esterno sotto forma di agiti, deliri e allucinazioni osservabili nel setting e all'esterno.
Da questo punto di vista, la caratteristica fondamentale di T.A. é di essere una trasformazione in assenza di contenitore mentale e ciò la differenzia radicalmente dalle trasformazioni proiettive e da quelle a moto rigido. Tale asserzione va precisata in relazione al vertice adottato.
Dal vertice esperienziale, cioé dalla ricerca dell'essere all'unisono con il paziente l'analista, calato in atmosfere T.A., partecipa ad un'esperienza catastrofica. Essa può dar luogo a gravi sentimenti di onnipotenza, piuttosto che a gravi sentimenti di impotenza e annichilimento, più o meno associati a reazioni psicosomatiche. Egli vive il dilemma di essere disconosciuto come persona, di fatto impotente rispetto alla realizzazione del contenimento mentale, ma al contempo forzato a costituirsi come contenitore. Assiste alla vanificazione o ad un uso pericolosamente distorto del suo strumento fondamentale (l'interpretazione) mentre partecipa a esperienze dolorose e pericolose. In tale situazione avverte come evento felice il primo affacciarsi di chiari segni di identificazioni proiettive (nel senso originario di M. Klein), quale prototipo di relazione contenitore-contenuto e di trasformazioni proiettive; in tal caso, infatti, l'analista viene riconosciuto nella sua funzione di contenitore.
Dal vertice osservazionale psicoanalitico le T.A. sembrano istituire come contenitore l'universo spazio-temporale, nel quale vengono dispersi i contenuti della trasformazione. In tal senso la presenza e la funzione dell'analista sono assimilate al contenimento naturalistico, fisico e sensoriale (madre-ambiente nel senso di Winnicott). Sono cioé fondamentali tutti quegli aspetti muti del setting, del processo analitico e della fisicità della relazione. Le caratteristiche positive di T.A. consistono nell'essere diretta espressione di una matrice primigenia dello psichico, creatrice di un universo segnico di materiali psichici elementari forniti di qualità affettive grezze (Eigen 1985), preliminare a qualunque possibilità di costruzione del pensiero. Gli aspetti negativi risiedono essenzialmente nella sistematica e generalizzata opposizione a qualunque forma di limitazione e frustrazione, elementi insiti e inevitabili della vita, affidandone l'evitamento (dal vertice dell'osservatore) a: estrema rivalità, invidia, esplosività, velocità, apoditticità, arroganza, superbia, bugia. Riteniamo che la posizione contiguo-autistica formulata da Ogden (1988,1989) costituisca di fatto il dominio per eccellenza delle T.A., la fenomenologia delle quali ha assunto connotati di implosione con manifestazioni mute, sostanzialmente affidate a modalità espressive prevalentemente psicosomatiche. La natura implosiva, ignota dal vertice psicoanalitico, potrebbe essere anche ascritta ad un deficit originario, la cui interpretazione é aperta a diverse ipotesi eziologiche, sia psicologiche che biologiche. All'osservatore sembra che il soggetto, pervaso da T.A. in tale condizione, forzi il corpo a costituirsi come contenitore, mentre appare più marcato l'aspetto orrifico delle emozioni e dei pensieri. Pertanto l'uscita dalla posizione contiguo-autistica, nel suo affacciarsi alla posizione paranoide-schizoide, secondo l'originaria formulazione di M. Klein (1946), è inevitabilmente contrassegnata da violenti fenomeni di evacuazione e dispersione sia a livello verbale che comportamentale. La fenomenologia esplosiva di T.A. istituisce come contenitore l'universo spazio-temporale e ciò può essere assunto come segnale della necessità che si costituisca una relazione contenitore-contenuto. Tutto ciò, naturalmente, dal punto di vista dell'osservatore psicoanalista, dato che nel soggetto pervaso da T.A. la discriminazione interno/esterno, é, per definizione, inesistente. Per la stessa ragione non esiste una specifica intenzionalità aggressivo-distruttiva rivolta all'oggetto e al sè. L'ingresso nella posizione paranoide-schizoide é segnalato dalla esistenza di una relazione contenitore-contenuto. Il paziente tende a concentrare i suoi attacchi sull'analista, ora riconosciuto come oggetto persecutorio e al contempo salvifico, mentre si riducono l'evacuazione e la dispersione. L'analista ora si sente ingaggiato in un rapporto affettivo condivisibile, sia pure parzialmente, e dispone di una esperienza interpretabile secondo il modello dell'identificazione proiettiva. Entriamo così nel dominio delle trasformazioni proiettive, la funzione specifica delle quali é quella di testare e sottoporre a prova la capacità di tenuta della nuova relazione. Qui diventeranno preminenti rispetto all'evoluzione positiva della relazione la capacità dell'analista di preservare il setting e di interpretare.
Abbiamo trovato molto illuminante il contributo di Meltzer (1986, pp.113-126) relativo all'applicazione clinica del concetto di T.A. Egli, infatti, fornisce una descrizione di T.A. molto chiara, differenziandola dall'allucinazione, in un paziente la cui sovrastruttura culturale molto sofisticata rende particolarmente difficile il riconoscimento di T.A. Secondo noi, rimangono ancora aperte alcune questioni; ad esempio, la necessità di precisare e differenziare il vertice osservativo di paziente e analista in T.A.; se T.A. vada ascritta a condizioni cliniche particolarmente gravi, attribuibili perlopiù allo spettro dei disturbi paranoidi, o se invece non vada immaginata come modalità ineludibile nel processo di costituzione del pensiero simbolico. Infatti, dal punto di vista prospettico, genetico-evolutivo, T.A. appare come il primo emergere del protomentale il cui destino potrà essere diverso dalla semplice evacuazione solo e se si sarà realizzata la relazione contenitore-contenuto, quale luogo di elaborazione di trasformazioni proiettive.
Dal punto di vista retrospettivo (cioé per effetto della Nachträglichkeit ) le T.A. sembrano l'esito di un processo rovesciato per cui i sogni e gli elementi alfa vengono cannibalizzati tornando a uno stato primitivo, che é simile a quello degli elementi beta, e in tale stato vengono successivamente evacuati attraverso un rovesciamento della funzione degli organi di senso e quindi riassunti come percezioni nuove (Meltzer pp.115-116); poichè in tale riprocessazione viene trattenuto un brandello di significato, il paziente dal vertice dell'analista appare come non percepire eventi e oggetti sui quali debba pensare per ricavarne un significato--percepisce oggetti che contengono già significato (Meltzer, p.116). Dal vertice del paziente il brandello di significato é semplicemente un dato di fatto su cui non c'è alcunchè da riflettere. Qualora l'analista fondasse il proprio intervento sulla possibilità di interpretare il brandello di significato attaccherebbe il paziente perchè smentirebbe il suo esame di realtà, la sua capacità percettiva e di pensiero; il paziente, umiliato e offeso, reagirebbe smentendo l'analista; si avvierebbe così la contrapposizione che dà luogo all'iperbole. Interpretare T.A. come si interpreterebbero le trasformazioni proiettive o a moto rigido , secondo i consueti modelli dell'identificazione proiettiva e del transfert , accentua l'esplosività e la violenza della evacuazione. Se adottiamo come vertice lo psicoanalista osservatore di una relazione analitica pervasa da T.A., il contenitore di T.A. é un universo a quattro dimensioni, più o meno esteso, che contiene anche il campo relazionale in atto. Questa caratteristica debordante dell'universo delle T.A. mette in rilievo la problematicità teorica e pratica di trattare psicoanaliticamente le T.A. Se consideriamo l'identificazione come la funzione analitica correlata al trattamento della dinamica transfert/controtransfert, la rêverie come la funzione correlata al trattamento delle identificazioni proiettive, risulta evidente che entrambe sono funzioni di una relazione contenitore-contenuto in atto, variamente configurata; ciò anche nel caso di una configurazione caratterizzata dalla pervasività di trasformazioni proiettive deformanti il contenitore al punto da minacciarne la distruzione, senza tuttavia realizzarla. Invece il predominio di T.A. nel contesto analitico é la prova della distruzione della relazione contenitore-contenuto e della sua inesistenza per il paziente. Tale condizione determina per l'analista gravi difficoltà nell'esercitare l'attività psicoanalitica: il paziente é incomprensibile o irraggiungibile, fa gravi agiti sia all'interno del setting analitico che all'esterno, in particolare assenze più o meno prolungate, mancato pagamento delle sedute, interferenze famigliari e/o giudiziarie. In tali circostanze la possibilità di esercitare la pratica analitica é messa in dubbio; l'esistenza stessa dell'analista, la sua mente, uno degli strumenti consueti del suo lavoro (interpretazione ) sono denegati. Si tratta di salvaguardare un assetto mentale caratterizzato dalla scissione tra: una parte di sè che partecipa all'esperienza terrificante del paziente dal vertice del paziente; e una parte di sè fiduciosa delle proprie risorse affettive e della bontà della psicoanalisi al punto da ritenere necessaria ai fini della sopravvivenza e dello sviluppo della relazione analitica una continua e attenta rielaborazione dei fenomeni osservati. Nello svolgimento di questo lavoro interno l'analista é solo e alle prese con il dolore di non potere condividere con il paziente la propria comprensione dell'esperienza in atto e i suoi possibili significati. La comprensione che raggiunge alimenta la vitalità della propria mente e tiene in vita la speranza e la fiducia che il paziente, partecipando a sua volta all'esperienza della continuità e stabilità della presenza dell'analista e delle sue caratteristiche di contenimento di dolore e frustrazione per l'isolamento e la deprivazione relazionale, possa desiderare col tempo di cambiare. La capacità di tenere il setting, speranza, fiducia, capacità negativa e tutto ciò che in Attenzione e interpretazione (1970) attiene al mistico (essere all'unisono, FO) costituiscono una descrizione accurata degli strumenti di cui dovrebbe disporre l'analista nell'affrontare, sostenere e trattare T.A. In tal senso, Bion, con la teoria delle trasformazioni e con le procedure operative che suggerisce per il riconoscimento e trattamento di T.A., ha ampliato il campo di applicabilità del sapere psicoanalitico, rifondandone la metodologia osservazionale. Grazie al suo contributo, la psicoanalisi contemporanea può fiduciosamente (anche se dolorosamente) confrontarsi con quelle aree primitive e oscure della mente tradizionalmente ascritte al campo della psicosi o al magico o al mistico.
BIBLIOGRAFIA.
BION, W. R. (1965). Trasformazioni. Il passaggio dall'apprendimento allacrescita. Armando, Roma, 1973.
_________(1970). Attenzione e interpretazione. Una prospettiva scientifica sulla psicoanalisi e sui gruppi. Armando, Roma, 1973.
EIGEN, M. (1985). Towards Bion's starting point: between catastrophe and faith. Int. J. Psychoanal. 66:321-330. Catastrofe e fede. In Letture bioniane. Borla, Roma, 1987.
OGDEN, T (1988). On the dialectical structure of experience: some clinical and theoretical implications. Contemp. Psychoanal., 23: 17-45
________(1989). On the concept of an autistic-contiguous position. Int. J. Psychoanal. 70:127-140.
KLEIN, M. (1946). Note su alcuni meccanismi schizoidi. In Scritti 1921.1958, Boringhieri, Torino 1978.
MELTZER, D. (1986). Applicazione clinica del concetto bioniano di trasformazioni in allucinosi. In Studi di metapsicologia allargata . Raffaello Cortina Editore, Milano 1987.
mercoledì 17 ottobre 2007
Personalità
Dall’origine etimologica del termine si desume il suo nucleo concettuale che si riferisce a:
* alle apparenze esterne e allo stile della condotta di un individuo quando è in rapporto con gli altri e l’ambiente ;
* all’insieme delle aspettative circa l’adozione da parte degli altri di determinati modelli di comportamento ;
* all’organizzazione di modi di essere, di pensare e di agire che assicura unità, coerenza, stabilità e progettualità alle relazioni dell’individuo con il mondo .
Il termine personalità può essere utilizzato come criterio di comunanza, per individuare e descrivere l’insieme delle caratteristiche, delle disposizioni, dei modi di agire comuni agli individui e che ci consentono di classificare i soggetti che li posseggono come, ad es., estroversi, socievoli ecc.
Il termine può essere usato anche come criterio di singolarità per individuare e descrivere le caratteristiche, disposizioni, modi di agire unici di un individuo e che ci consentono di distinguere la persona che li possiede da tutte le altre .
Dare una definizione scientifica del termine è, indubbiamente, molto più difficile data la complessità del concetto che designa.
Secondo Allport (1938) , “la personalità è l’organizzazione dinamica, interna all’individuo, di quei sistemi psicologici che sono all’origine del suo peculiare genere di adattamento all’ambiente”.
Questa definizione sottolinea alcuni aspetti centrali del concetto:
1. la personalità non è una struttura statica e fissa, data una volta per tutte, ma è dinamica ed in costante evoluzione;
2. la personalità non è una struttura semplice e lineare, ma è complessa poiché è costituita da più sistemi psicologici in interazione tra loro e con l’ambiente;
3. la personalità si riferisce allo stile di reazione del soggetto di fronte alle stimolazioni ambientali e al suo generale stile di adattamento all’ambiente;
4. la personalità adulta si forma per il concorso e l’interazione tra fattori costituzionali innati e fattori ambientali ed educativi.
LE PRINCIPALI TEORIE
Dopo gli studi di Allport – ai quali viene fatta risalire l’origine della disciplina nota come Psicologia della personalità - , molti altri studiosi si sono interessati all’indagine sulla struttura e la dinamica, nonché sulla nascita e l’evoluzione della personalità individuale.
In particolare, secondo Caparra e Pastorelli (1994), la Psicologia della personalità si è storicamente esplicata nello studio della struttura e della dinamica della personalità.
Lo studio della struttura della personalità riguarda l’organizzazione del sistema di tratti che la costituisce e che è specifico di ciascun individuo.
A questo proposito, i vari studiosi non sono concordi ne definire la natura e il numero di tratti che ne costituisce l’architettura:
secondo alcuni i tratti sarebbero:
* elementi geneticamente costitutivi della personalità,
* aventi una base neurobiologica,
* distinguibili in tratti di base e tratti secondari che intorno ai primi si organizzano,
* i tratti di base sarebbero i fattori in grado di determinare la condotta;
secondo altri studiosi, i tratti:
* sono configurazioni secondarie della personalità e del carattere, che derivano – cioè – dall’interazione del soggetto con l’ambiente,
* non sono da intendersi come le determinanti uniche della condotta.
Lo studio della dinamica della personalità riguarda il suo funzionamento, i processi che presiedono alla costruzione del sé e dell’identità personale, i processi di autoregolazione e di interazione con l’ambiente.
Da queste diverse focalizzazioni, sono derivati numerosi indirizzi teorici e di ricerca sui fattori strutturali e sui processi dinamici che contribuiscono a definire le differenze individuali di personalità.
Seguendo la classificazione proposta da Caparra e Pastorelli (1994), possono essere distinti tre principali indirizzi sulla base del metodo utilizzato – clinico, correlazionale o sperimentale - e del focus principale dell’ indagine:
1. gli INDIRIZZI CLINICI riconducibili agli approcci psicanalitici e fenomenologico-esistenziali, interessati all’analisi della dinamica della personalità oltre che della sua strutturazione psichica;
2. gli INDIRIZZI CORRELAZIONALI che indagano la struttura della personalità nei termini di sistema di tratti;
3. gli INDIRIZZI SPERIMENTALI che mirano a spiegare le leggi generali che regolano la strutturazione e il funzionamento della personalità.
Seguendo la classificazione proposta da Canestrai e Godino (1997), è possibile distinguere le diverse teorie della personalità secondo due principali dimensioni:
TEORIE INNATISTE TEORIE AMBIENTALISTE
TEORIE IDIOGRAFICHE TEORIE DEI TRATTI
Allport
TEORIE COSTITUZIONALISTE
TEORIE NOMOTETICHE TEORIE DEI TRATTI
Cattell
Eysenck
TEORIE COSTITUZIONALISTE
Gall
Sheldon
Studi bio-genetici TEORIE COMPORTAMENTISTE
TEORIE SOCIO-COGNITIVE
1. IDIOGRAFICA-NOMOTETICA:
sono IDIOGRAFICHE (dal gr.= scrittura su qualcosa di singolare o unico) quelle teorie basate sullo studio intensivo di casi singoli volte a comprendere l’origine delle caratteristiche peculiari ed uniche di ogni individuo;
sono NOMOTETICHE (dal gr.= che dispone una legge, una norma) quelle teorie basate su studi estensivi di gruppi numerosi di soggetti volte a spiegare i meccanismi (o leggi) generali e universali che originano le differenze individuali di personalità.
2. INNATISTA-AMBIENTALISTA:
sono INNATISTE quelle teorie che sostengono che la predisposizione e l’eredità sono i fattori predominanti nello sviluppo della personalità e sono in grado di spiegare quasi tutte le differenze individuali; queste teorie sono particolarmente interessate allo studio dei meccanismi di trasmissione ereditaria e biologica delle differenze individuali;
sono AMBIENTALISTE quelle teorie che sostengono che le esperienze e le sollecitazioni ambientali sono i fattori determinanti nel modellare una struttura genetica costante ed omogenea e sono, dunque, i fattori predominanti nel determinare le differenze individuali; queste teorie sono maggiormente interessate allo studio dei processi d’influenzamento, ambientale, educativo e culturale.
Difficilmente restringibili in un siffatto schematismo sono le TEORIE PSICODINAMICHE della personalità (Freud, Jung, Adler, Erickson) che - pur basandosi sullo studio intensivo di numerosi casi clinici - aspirano alla formulazione di leggi universali di funzionamento ed evoluzione della personalità e - pur individuando nelle caratteristiche costituzionali-pulsionali-biologiche le determinanti della strutturazione della personalità – riconoscono il ruolo fondamentale giocato dalle esperienze di interazione-relazione con l’ambiente.
LE TEORIE PSICODINAMICHE
Insieme alle teorie fenomenologico-esistenzialiste, le teorie psicodinamiche costituiscono - soprattutto nella prima fase storica di sviluppo della disciplina - un modello di psicologia della personalità che ha il merito di superare il riduttivismo e il molecolarismo della psicologia sperimentale e di allargare l’interesse dallo studio dei singoli processi e funzioni allo studio della personalità globale.
La teoria di Freud
In Freud non troviamo una definizione di personalità, ma possiamo derivarla dal suo modello dell’organizzazione dell’apparato psichico e dello sviluppo psicosessuale.
La personalità è:
A. un’organizzazione stabile di affetti, cognizioni e comportamenti che riflette il rapporto tra le diverse istanze psichiche (Es, Io e Super-Io);
B. il risultato dell’equilibrio prevalente dei meccanismi di difesa (negazione, rimozione, proiezione, spostamento, sublimazione);
C. un modo di mettersi in relazione con il mondo esterno frutto delle modalità con cui sono state affrontate e superate le difficoltà evolutive nelle varie fasi dello sviluppo psico-sessuale (orale, anale, fallica, di latenza, genitale).
Per l’approfondimento circa la teoria genetico-strutturale, la teoria dello sviluppo psico-sessuale e la teoria della dinamica pulsionale e dei meccanismi di difesa, vedere Canestrai, Godino pp. 347-351 o Caprara, Gennaro124-136.
Qui è importante porre l’accento su come la teoria psicoanalitica freudiana sia una teoria generale del funzionamento e dello sviluppo psichico e un modello esplicativo dello sviluppo e della differenziazione della personalità, sia normale che patologica. In essa, fondamentale importanza viene attribuita al ruolo dei fattori biologici e del loro correlato psichico (le pulsioni), che risultano gli elementi motivazionali inconsci intorno a cui si strutturano le istanze psichiche e le dinamiche interne del rapporto tra di esse.
Essa si pone in contrasto con le teorie contemporanee della psicologia scientifica che parcellizzavano il funzionamento della psiche nelle sue singole funzioni, senza riuscire a coglierne la complessità della strutturazione e del funzionamento se non da un punto di vista prettamente neurofisiologico; essa si contrappone anche alle teorie comportamentiste introducendo lo studio degli aspetti inconsci del funzionamento mentale, non osservabili per definizione.
La teoria di Adler
Tra gli allievi di Freud, il primo a differenziarsi e distanziarsi dal maestro fu Adler (1907), il quale:
* ridefinì il concetto di pulsione: la pulsione fondamentale che organizza lo psichismo non è quella sessuale, ma la spinta al superamento della propria inferiorità relativa sia agli altri che all’ideale dell’Io (spinta al superamento di sé);
* riabilita la sfera della consapevolezza;
* attribuì maggiore importanza ai fattori socio-relazionali e storico-culturali nello sviluppo della personalità.
La teoria di Jung
Jung, anch’egli allievo di Freud, elaborò una teoria psicanalitica per molti aspetti diversa da quella del maestro.
* Ridefinì il concetto di pulsione sessuale: la libido è l’energia psichica, una energia vitale con un carattere più esteso che comprende sentimenti e affetti diversi e di cui la spinta sessuale è solo uno degli aspetti.
* La personalità è formata da tre componenti:
A. L’EGO: l’esperienza identitaria a livello cosciente, ciò che il soggetto sente di essere;
B. La PERSONA: gli aspetti dell’Ego che sono apparenti agli altri, il sé sociale, ciò che il soggetto mostra o deve mostrare agli altri.
C. L’INCONSCIO PERSONALE: l’insieme delle cognizioni, delle emozioni e delle esperienze rimosse; corrisponde al pre-conscio di Freud.
A differenza di Freud, Jung non concepisce il conscio e l’inconscio/il razionale e l’irrazionale come contrapposti, ma come componenti complementari del funzionamento psichico.
* Introduce il concetto di INCONSCIO COLLETTIVO: insieme di tendenze profonde che trascendono l’esperienza personale del soggetto e che sono frutto dell’evoluzione della specie umana. Esso spinge tutti gli esseri umani a rispondere in modo analogo a determinate categorie di stimoli, indipendentemente dalle predisposizioni costituzionali e dalle esperienze pregresse.
* L’INCONSCIO COLLETTIVO è organizzato intorno agli ARCHETIPI = tendenze ereditarie comuni , aspetti inconsci che orientano lo sviluppo nell’arco di vita (animus/anima, puer/senex, ecc.) in ogni fase dello sviluppo psichico lo sviluppo della personalità non è solo l’esito dell’equilibrio tra le diverse componenti della psiche o del superamento delle fasi di sviluppo, ma è anche un processo di dispiegamento del sé o processo di individuazione.
* La Personalità = risultato di una storia personale, di una storia collettiva, di un’istanza che opera in ciascun individuo per la realizzazione di sé.
Gli sviluppi della teoria freudiana
PSICOLOGIA DELL’IO:
Teoria generale della struttura e del funzionamento psichico
A. Freud. , Hartmann, Rapaport, Spitz, Erikson,
La teoria di Erikson
PSICANALISI DELLE RELAZIONI OGGETTUALI
Approccio evolutivo
Primato della clinica
Primato dell’importanza delle relazioni oggettuali della prima infanzia
M. Klein, Winnicott, Bowlby
LE TEORIE FENOMENOLOGICHE-ESISTENZIALI
Gli indirizzi fenomenologico-esistenziali hanno enfatizzato l’originalità dell’esperienza soggettiva e il diritto di ogni individuo di realizzare il proprio progetto di vita, individuando negli ostacoli alla realizzazione di tale progetto le cause principali del disagio e dello sviluppo distorto della personalità.
TERZA VIA DELLA PSICOLOGIA DELLA PERSONALITA’ rispetto alla psicanalisi e al comportamentismo:
diversamente dalla psicanalisi – che vede la personalità come risultante delle vicissitudini pulsionale -, le teorie feno,enologico-esistenzialiste considerano la personalità come l’espressione del Sé che tende alla piena auto-realizzazione, in modo intenzionale e attivo;
diversamente dal comportamentismo – che limita lo studio della psicologia al comportamento oggettivabile e osservabile -, esse riportano al centro della psicologia lo studio della soggettività e dell’esperienza vissuta.
La teoria del Sé di Rogers
LE TEORIE GESTALTISTE
La teoria del campo di Lewin
LE TEORIE DEI TRATTI
La personalità – in quanto sistema complesso di componenti psicologiche - è costituita da più tratti, vale a dire da organizzazioni relativamente stabili di modi di sentire, pensare e agire, da tendenze stabili nel riprodurre determinati comportamenti in determinate situazioni .
Il costrutto di tratto rimanda a più aspetti caratteristici che distinguono una data personalità dalle altre e consentono di classificarla. Ogni personalità, infatti, è definita e caratterizzata da una certa costellazione di tratti peculiari ed ogni persona possiede i diversi tratti con modi e intensità variabili.
Il concetto di tratto, già implicito nella teoria razionale-analogica di Ippocrate, è stato oggetto di numerose controversie in quanto inteso in maniere differenti:
* secondo i sostenitori delle TEORIE DEI TRATTI, essi corrisponderebbero a dei sistemi neuropsichici in larga misura innati (TEORIE INNATISTE);
* secondo i più scettici, essi corrisponderebbero a dei costrutti nella mente dell’osservatore utilizzati per individuare e classificare – operando una indebita riduzione di complessità – determinate modalità di sentire, pensare e comportarsi ritenute tipiche di determinate categorie di individui (TEORIE AMBIENTALISTE RADICALI- CONVENZIONALISTE);
* secondo coloro che assumono una posizione intermedia tra le precedenti, i tratti sarebbero costellazioni cognitivo-affettive-comportamentali che si costruiscono nell’ontogensi in forza delle interazioni reciproche tra l’organismo e l’ambiente (es.: TEORIE PSICODINAMICHE, TEORIE ) .
I sostenitori delle TEORIE DEI TRATTI affermano che gli individui sono predisposti fin dalla nascita, per natura ed eredità genetica, a reagire e a comportarsi secondo stili e tipologie peculiari di condotta che possono essere sistematizzati come tratti del carattere o della personalità.
In quanto innatiste, esse sottolineano la predisposizione e l’eredità come fattori predominanti nello sviluppo della personalità in grado di spiegare quasi tutte le differenze individuali.
La teoria dei tratti di Allport
TEORIA INNATISTA-IDIOGRAFICA
Il metodo: analisi lessicale.
Il concetto di personalità: unità dinamica e complessa, in cui si coniugano in modo equilibrato fattori biologici, psicologici e sociali.
Il concetto di tratto: sistemi neuropsichici, disposizioni stabili che affondano le proprie radici nella realtà biofisica dell’individuo e che assicurano una coerenza alla condotta, al comportamento espressivo e di adattamento all’ambiente. Essi si sviluppano in disposizioni dinamiche e interdipendenti secondo modi specifici che dipendono dalle esperienze di ciascun individuo.
Esiste una gerarchia di tratti , secondo il rapporto di dominanza e generalità dei tratti stessi:
1. al vertice della gerarchia, i tratti cardinali: le motivazioni e le passioni prevalenti che sono peculiari di una persona e ne orientano ogni aspetto della vita, nel senso che dominano tutte le sue manifestazioni e attività;
2. i tratti centrali: le disposizioni che hanno un’influenza pervasiva e sistematica sul comportamento dell’individuo (es., industriosità, pigrizia, socievolezza, introversione ecc.);
3. i tratti secondari: le preferenze/avversioni che riguardano aspetti circoscritti del comportamento.
Secondo la teoria dei tratti di Allport, l’ambiente interverrebbe in modo massiccio ad influenzare i tratti secondari di una personalità, avrebbe un effetto limitato sui tratti centrali, nessuna influenza sui cardinali.
La teoria dei tratti analitico-fattoriale di Cattell
TEORIA INNATISTA-NOMOTETICA
Il metodo: tecnica statistica dell’analisi fattoriale: consente di inferire un minor numero di variabili ipotetiche (fattori, dimensioni latenti), indicative degli elementi comuni sottostanti un maggior numero di variabili osservate (dati empirici che condividono elementi comuni).
Il concetto di personalità: ciò che consente la previsione di ciò che la persona farà in una determinata situazione.
Il concetto di tratto: strutture mentali, inferite dall’osservazione del comportamento, che descrivono la personalità e che rendono ragione di tale previsione.
Lo studio della personalità = studio dei tratti che la caratterizzano
Esiste una gerarchia di tratti
* superficiali: gruppi particolari di manifestazioni; aspetti che sembrano variare in modo congiunto, visibili da un osservatore esterno;
* sorgente/originari: sono alla base dei primi; strutture soggiacenti che danno coerenza alla personalità ma non sono colti come manifestazioni esterne, visibili dall’osservatore;
I tipi di tratti:
* temperamentali: relativi agli aspetti formali del comportamento;
* dinamici: relativi alle componenti motivazionali dello stesso;
* di abilità: relativi all’efficienza del comportamento.
Cattell sottolinea come:
- alcuni tratti sono connaturati alla costituzione dell’individuo,
- altri sono il risultato delle influenze ambientali,
- altri si osservano solo in condii psicopatologiche.
Cattell ha individuato 16 tratti o “fattori bipolari di personalità” contrapposti a due a due per qualità e direzione (es.: socievolezza vs. indipendenza [tratto di superficie] ; dominanza sottomissione [tratto sorgente del precedente])
Ha poi costruito un test di personalità 16PF (16 Personality Factors ) :
- test oggettivo di personalità
- 108 voci nella forma standard
- Si distingue dall’MMPI poiché:
o fornisce un profilo di personalità che non fa riferimento a criteri clinici e/o alla presenza di disturbi consente di elaborare un profilo di personalità;
o essendo alcune combinazioni di profilo peculiari ed indicative di certi disturbi può essere usato anche per le diagnosi cliniche.
- Il profilo ottenuto con il 16PF è dato da un punteggio di 16 scale relative a fattori bipolari per un totale di 32 fattori. Le scale possono essere:
o Sten: punteggi graduati da 1 a 10 (da 1 massimo fattore polare di snx e 10 massimo fattore polare di dx)
o Stenine: punteggi graduati da 1 a 9 (da 1 massimo fattore polare di snx e 9 massimo fattore polare di dx).
- Un altro uso ricorrente del 16PF è come test attitudinale nella selezione del personale, in aggiunta a test più dettagliati e specifici.
La teoria tipologica dei tratti di Eysenc
TEORIA INNATISTA-NOMOTETICA
Il metodo: tecnica statistica dell’analisi fattoriale: consente di inferire un minor numero di variabili ipotetiche (fattori, dimensioni latenti), indicative degli elementi comuni sottostanti un maggior numero di variabili osservate (dati empirici che condividono elementi comuni).
Esiste una gerarchia di tratti , secondo diversi livelli di specificità o generalità:
* Le risposte specifiche : comportamenti che possono o meno essere stabili nel tempo e nelle diverse situazioni, che possono o meno essere indicativi delle caratteristiche proprie dell’individuo (es.: bere il cappuccino con lo zucchero di canna).
* Le risposte abituali: comportamenti che si ripetono con stabilità e frequenza e sono indicativi di un certo stile di reazione che tende a ripresentarsi in situazioni simili (es.: tutte le volte che prendo il cappuccino al bar, lo prendo con lo zucchero di canna).
* I tratti: insieme di condotte collegate tra loro in modo caratteristico, indicative di tendenze esterne relativamente stabili che risultano dall’aggregazione di risposte simili (es.: socievolezza, impulsività, attività, ecc.).
Ad un livello superiore rispetto ai tratti, Eysenck postula l’esistenza dei tipi vale a dire costellazioni di tratti correlati che si organizzano intorno a 3 dimensioni fondamentali definite come 3 super fattori:
* l’estroversione-introversione (tipi corrispondenti: estroverito-introverito)
* la stabilità-instabiltà emotiva o nevroticismo (tipi corrispondenti: stabile-intabile emotivamente)
* lo psicoticismo .
I tipi sono determinati biologicamente, nel senso che le costellazioni di tratti che essi comprendono – e quindi le modalità più generali di reazione – corrispondono ad un diverso livello di funzionamento e fisiologico dell’organismo.
Ad es., il grado di introversione o estroversione sarebbe una misura dell’eccitabilità corticale (arousability) risultante dall’attività del sistema reticolare ascendente: gli introversi, a motivo di un elevato livello di aruosal interno, tendono ad evitarela stimolazione esterna per evitare un eccessivo livello di stimolazione; mentre gli estroversi, a motiv di un più basso livello di arousal, sono più inclini a ricercare stimolazioni esterne per preservare o raggiungere un livello complessivo di stimolazione che si configuri come ottimale.
Introversi: > arousal < stimolazione ext
Estroversi: < arousal > stimolazione ext
I disturbi di personalità avrebbero una matrice organica e andrebbero trattati con trattamenti somatici o farmacologici.
La teoria dei tratti-tipi di Eysenck è molto controversa da un punto di vista scientifico, in quanto la dimostrazione dell’esistenza di tipi di personalità – intesi come manifestazioni di disposizioni fisiologiche interne, innate e non influenzabili dalle esperienze - risulta di difficile realizzazione; essa, infatti, implicherebbe la possibilità di verificare attraverso studi longitudinali che ricoprono l’intero arco della vita di numerosi soggetti la omogeneità e la costanza dei tratti e delle tipologie generali di risposta di quegli individui.
I dati di cui disponiamo sono scarsi e poco rappresentativi. Seppure la maggior parte delle ricerche depongono a favore dell’esistenza di “stili di reazione” presenti già nella prima infanzia e che corrisponderebbero a determinate caratteristiche cliniche di personalità nell’età adulta, esse non consentono di affermare l’esistenza di schemi di reazione che siano biologicamente predeterminati e insensibili alle esperienze d’interazione con l’ambiente fisico e sociale circostante.
La teoria dei Big Five
Numerose ricerche confermano la validità della TEORIA DEI BIG FIVE – i cinque grandi fattori o dimensioni della personalità:
• estroversione-introversione
• gradevolezza-ostilità
• coscienziosità
• stabilità emtiva-nevroticismo
• apertura mentale-cultura.
I cinque fattori sono emersi, indipendentemente dalle tecniche fattoriali usate, dalla natura e dalle procedure di valutazione, dalle caratteristiche delle popolazioni, dai contesti linguistici e culturali.
Agli stessi fattori è, inoltre, risultata riconducibile la struttura latente di molti test di personalità.
Per la misura dei Big Five possono essere utilizzati i seguenti test di personalità:
• il NEO PERSONALITY INVENTORY (NEO-PI)
• il BIG FFIVE Q UESTIONNAIRE (BFQ).
LE TEORIE COSTITUZIONALISTE
I sostenitori delle TEORIE COSTITUZIONALISTE affermano l’esistenza di una corrispondenza tra costituzione fisica e caratteristiche di personalità, nonché l’ipotesi di poter pervenire ad una classificazione degli individui in termini di tipi corrispondenti al possesso di certe caratteristiche fisiche e comportamentali.
Nel corso del tempo, si sono andati definendo tre principali filoni di ricerca in quest’ambito:
* il primo si basava sull’analisi di corrispondenze tra proprietà di funzionamento del SNC e caratteristiche di personalità (Ippocrate e Pavlov);
* il secondo si basava sull’analisi delle corrispondenze tra caratteristiche somatiche e caratteristiche della personalità (Gall, Sheldon);
* il terzo – più recente – si basa sullo studio dell’ereditarietà di alcune caratteristiche personologiche.
Di questi filoni oggi resta molto poco e quanto resta è comunque molto controverso.
Anche rispetto al più recente di essi – interessato alla ricerca dell’ereditarietà dei tipi psicologici attraverso studi psicogenetici su gemelli omozigoti - , i dati di cui disponiamo indicano che:
- la somiglianza tra due individui geneticamente identici è poco superiore alla somiglianza tra due individui estranei che sono vissuti in un ambiente simile;
- il coefficiente di ereditabilità della maggior parte dei tratti è < 30%, mentre solo per alcuni di essi (stile di reazione passivo/proattivo allo stress,tradizionalismo, dominanza sociale) è 50< CE > 58%.
La maggior parte dei tratti di personalità, pur potendo avere una base biologica-costituzionale, è fortemente modellata dall’interazione con l’ambiente.
La teoria di Ippocrate
V e IV sec. A C. Ippocrate di Cos, Corpus Hippocraticum
La Teoria ippocratica è anch’essa difficilmente riducibile allo schematismo illustrato precedentemente, in quanto deriva dalla pratica medica pre-scientifica attraverso la formulazione di leggi generali sul funzionamento dell’organismo, considerato come una totalità unitaria in rapporto con l’ambiente.
Ippocrate elabora una teoria razionale analogica sulla personalità fondata sul parallelismo mondo-uomo:
Mondo: le diverse regioni della Terra (poli, equatore, deserti, praterie ecc.) hanno caratteristiche diverse perché costituite da differenti composizioni dei 4 elementi fondamentali (aria, acqua, terra, fuoco)
Uomo: i diversi individui hanno caratteristiche di personalità diverse perché costituiti da differenti combinazioni dei 4 umori fondamentali (bile nera, bile bianca, linfa, sangue).
A seconda che prevalga l’uno o l’altro dei 4 umori, possono essere individuati 4 tipi principali di personalità (melanconico, collerico, flemmatico, sanguigno).
I tipi puri sono rari e sono invece molto numerose le tipologie miste.
I tratti non rappresentano necessariamente il fenotipo comportamentale, ma le tendenze innate che possono o meno manifestarsi a seconda dell’ambiente e delle circostanze.
Una riformulazione più recente della teoria di Ippocrate è stata elaborata da Pavlov.
Sulla base dei dati rilevati dagli studi sul condizionamento, Pavlov ha osservato l’influenza delle caratteristiche costituzionali dei cani nel determinare la diversità nella velocità e nell’accuratezza delle loro risposte agli stimoli.
Facendo riferimento ai quattro temperamenti indicati da Ippocrate, Pavlov ha descritto 4 diversi tipi di cani a seconda delle loro reazioni agli stimoli ambientali e delle supposte caratteristiche del SN di cui esse sarebbero state l’espressione (forza, equilibrio, mobilità):
* il tipo collerico ha un SN forte ma squilibrato,
* il flemmatico ha un SN forte ma equilibrato e poco mobile,
* il sanguigno ha un SN forte, equilibrato e mobile,
* il melanconico ha un SN debole.
In questa riformulazione, l’accentuazione degli elementi costituzionali e biologici del temperamento è mitigata dal riconoscimento dell’importanza che le influenze ambientali e, quindi, i processi educativi possono avere nel modellamento delle diverse caratteristiche del comportamento e della personalità.
La teoria di F. Gall
Tra le teorie basate sull’analisi delle corrispondenze tra caratteristiche somatiche e caratteristiche della personalità, quella elaborata da Francs Gall si concentrava sulle corrispondenze tra la struttura dell’encefalo/forma del cranio e le caratteristiche del carattere.
Essendo il carattere un’espressione della fisiologia cerebrale e il cervello la sede di queste funzioni fisiologiche, è possibile rintracciare delle corrispondenze tra le circonvoluzioni del cervello e 27 principali facoltà psicologiche (es.: orgoglio, vanità, cautela, senso della proprietà, facoltà di distinguere e riconoscere parole, persone…).
Sulla base di questo assunto, egli elaborò la frenologia = disciplina e metodologia diagnostica secondo cui le corrispondenze tra le circonvoluzioni cerebrali e le 27 facoltà psicologiche coincidono con le corrispondenze tra le prominenze del cranio che equivalgono alle circonvoluzioni e le facoltà psicologiche che lì risiedono.
Studiando le prominenze del cranio sarebbe stato possibile individuare le facoltà psicologiche predominanti in ogni individuo.
La frenologia non ha alcuna validità scientifica ed è stata unanimemente rifiutata a livello internazionale già da tempo.
È rimasto valido per molto tempo, però, l’assunto di base circa l’esistenza di una corrispondenza tra caratteristiche somatiche e caratteristiche di personalità.
La teoria di Sheldon
Questo stesso assunto è alla base della Teoria di Sheldon secondo la quale esisterebbe una corrispondenza tra la configurazione delle caratteristiche della costituzione fisica (=il somatotipo) e le caratteristiche del comportamento, quindi della personalità degli individui.
Attraverso la tecnica fotografica e la misurazione delle caratteristiche somatiche, Sheldon individuò tre somatotipi “puri” aventi specifiche caratteristiche fisiche e personologiche:
SOMATOTIPI CARATTERISTICHE SOMATICHE CARATTERISTICHE PERSONOLOGICHE
ENDOMORFI Forme arrotondate, sviluppo del bacino Affettivamente instabili, poco reattivi, tenaci
MESOMORFI Forme squadrate, sviluppo del torace, muscolosi ed atletici Volitivi, dominanti, amanti del rischio, competitivi
ECTOMORFI Gracili e di aspetto fragile, sviluppo degli arti rispetto al tronco Riflessivi, sensibili, introversi.
Gli studi più recenti documentano una scarsa correlazione tra somatotipo e personalità, per cui non si può ritenere che le caratteristiche somatiche siano un fattore determinante lo sviluppo delle differenze individuali di personalità.
È invece del tutto verosimile che possedere alcune caratteristiche fisiche piuttosto che altre influenzi ed orienti in una certa direzione sia la percezione di sé che il modo di rapportarsi agli altri e il modo in cui gli altri ci percepiscono, finendo con l’influenzare in modo sistematico le esperienze di relazione interpersonale e le percezioni di sé che ne derivano.
LE TEORIE COMPORTAMENTISTE
Gli studiosi comportamentisti della prima generazione hanno rifiutato di approfondire l’indagine sulla personalità in quanto costrutto psicologico complesso non riducibile al paradigma S-R, difficilmente definibile da un punto di vista operativo, non osservabile direttamente, né riproducibile in laboratorio.
Piuttosto che parlare di personalità, i comportamentisti preferiscono fare riferimento a costrutti teorici quali “stili di reazione” agli stimoli ambientali: secondo questi studiosi, ciascun individuo ha un suo particolare stile di reazione agli stimoli ambientali, uno schema generale di risposta comportamentale che deriva dalla particolare serie di apprendimenti e condizionamenti che egli ha potuto sperimentale e che è indipendente da tendenze o predisposizioni innate di qualsivoglia natura (Skinner, 1938).
L’interesse per la personalità è, dunque, del tutto secondario rispetto a quello per le influenze ambientali che appaiono le vere determinanti del comportamento: la stabilità delle caratteristiche comportamentali nello stesso individuo non dipenderebbe tanto da caratteristiche interne al soggetto, ma dalla somiglianza delle situazioni ambientali in cui esso viene elicitato, rinforzato e prodotto.
Per la nuova generazione di comportamentisti (1920-1930), la personalità si configura essenzialmente come costellazione di abitudini
lo studio della formazione della personalità viene a coincidere con lo studio della formazione delle abitudini,
le caratteristiche di personalità sono riconducibili alle differenti abitudini apprese attraverso i meccanismi del condizionamento.
Anche schemi comportamentali complessi e stabili possono essere appresi tramite il semplice meccanismo del condizionamento operante, ad esempio nel caso dei comportamenti socialmente desiderabili e apprezzati che vengono appresi tramite il processo dell’apprendimento imitativo (Watson).
In questo senso, tutte le elaborazioni dei comportamentisti di prima e seconda generazione sulle differenze individuali della personalità e del carattere sono TEORIE AMBIENTALISTE o SITUAZIONISTE in quanto:
• ritengono che la personalità sia il risultato delle influenze esercitate dall’ambiente sull’individuo,
• sono focalizzate sulle caratteristiche delle situazioni ambientali in cui si esprimono i comportamenti e vengono apprese le abitudini.
I comportamentisti di ultima generazione, meno radicali e più aperti all’uso di costrutti ipotetici non direttamente misurabili, introducono concetti quali “determinismo triadico reciproco”, “apprendimento sociale”, “rinforzo vicario” e “percezione di auto–efficacia” che - seppure riconducibili ai principi del condizionamento operante e pur continuando ad attribuire alle influenze ambientali un ruolo importante - sono meno riduttivi e meglio in grado di spiegare l’origine delle differenze individuali di personalità.
Questi studiosi danno vita ad un nuovo paradigma scientifico detto socio-cognitivismo secondo cui lo sviluppo e il funzionamento della personalità sono da comprendersi nel quadro di un reciproco determinismo traiadico tra persona, ambiente e condotta.
Bandura con il modello di “determinismo triadico reciproco” introduce una maggiore complessità nello schematismo semplicistico delle origini, secondo cui le caratteristiche del comportamento erano la diretta conseguenza delle stimolazioni ambientali A C.
Secondo il modello dell’interazionismo triadico reciproco, il comportamento non solo è influenzato dall’ambiente, ma interagendo con esso lo influenza a sua volta (AC); inoltre, il comportamento non è una diretta conseguenza delle sole stimolazioni ambientali, ma è influenzato anche dalle caratteristiche della personalità dell’individuo che lo realizza (PC) e, a sua volta, contribuisce ad influenzare la personalità stessa (P C).
In sintesi,
A = Ambiente
C= Comportamento P=Personalità
Il modello del determinismo triadico reciproco consente di superare definitivamente la controversia tra innatisti sostenitori della teoria dei tratti (PC) e ambientalisti/situazionisti sostenitori del primato dell’ambiente sulla determinazione della condotta (AC e A P):
le caratteristiche della personalità non sono più ricercate in qualcosa di ereditato che si sottrae all’azione che l’ambiente esercita nel corso dello sviluppo, né in una serie di influenze ambientali che agiscono indipendentemente da un potenziale individuale: eredità e ambiente contribuiscono insieme e in modo interattivo nel determinare la personalità degli individui; la personalità degli individui, inoltre, è in grado di influenzare attivamente e continuativamente il proprio agire e l’ambiente in cui esso si realizza.
Apprendimento sociale
Rinforzo vicario
Auto-efficacia percepita: fiducia nelle proprie capacità di poter organizzare efficacemente una serie di azioni volte al raggiungimento di un obiettivo; le specifiche convinzioni che un soggetto ha sulle proprie possibilità di padroneggiare e superare con successo determinate prove.
( Per approfondimenti, vedi p 455-456 Moderato Rovetto).
GLI ORIENTAMENTI RECENTI
Oggi appare in larga misura superata la controversia tra innatisti sostenitori del primato dei tratti e ambientalisti/situazionisti sostenitori del primato ambientale nella determinazione della personalità.
Il problema centrale che si pone allo studioso della personalità è chiarire come il processo di influenzamento reciproco tra persona e ambiente regola il comportamento, modificando il comportamento stesso e la personalità della persona che lo realizza.
Gli orientamenti recenti della psicologia della personalità, quindi, adottano una prospettiva complessa e interazionista attraverso la quale indagare i complessi processi evolutivi e i meccanismi psico-sociali che contribuiscono allo sviluppo della personalità individuale.
Quest’ultima viene descritta come organizzazione stabile e coerente di tratti, intesi come le modalità di sentire, pensare e agire proprie del soggetto, coerenti con la sua storia di vita, che fanno da sfondo alle sue condotte personali, agli stili cognitivi, alle strategie motivazionali, alle costellazioni emotivo-affettive, agli stili d’interazione/relazione interpersonale attraverso cui egli si rapporta attivamente con il mondo.
Aldilà di questi principi comunemente condivisi, ancora oggi sono molte le prospettive di studio sulla personalità; diversamente che in passato, tuttavia, la diversità non si traduce in antagonismo, ma viene riconosciuta come elemento di arricchimento conoscitivo in un ambito d’indagine così complesso, quale è quello dello studio sulla personalità, che richiede una pluralità di livelli e di metodi d’analisi.
Da un punto di vista metodologico, gli orientamenti attuali tendono a proporre uno studio della personalità basato sull’osservazione globale della stessa nelle sue diverse manifestazioni comportamentali.
Viene definita “valutazione clinica della personalità” (clinical personalità assessment) il processo di raccolta di informazioni sul sistema di personalità di un individuo.
OBIETTIVO: comprensione accurata, globale e articolata del sistema di personalità.
UTILITA’: formulazione di una prognosi o pianificazione di un intervento.
PROPRIETA’: * attività di tipo scientifico procedere sistematico
sistema convenzionale di comunicazione
* teoria di riferimento
* metodologia di riferimento coerente con la teoria
* tecniche e strumenti di rilevazione dei dati
TECNICHE DI RILEVAZIONE DEI DATI: * colloquio clinico
* test di personalità
IL COLLOQUIO CLINICO.
Il colloquio clinico è una tecnica d’osservazione e di studio del funzionamento psicologico del soggetto che utilizza il rapporto interpersonale quale contesto e strumento d’indagine.
SCOPO: DIAGNOSTICO: raccogliere informazioni sulla personalità del soggetto per giungere ad una sua comprensione globale
PROGNOSTICO: elaborare previsioni circa l’evoluzione del sistema di personalità dell’individuo o di suoi eventuali psicopatologie
TERAPEUTICO: motivare e lavorare al cambiamento di aspetti della personalità disturbanti o disfunzionali.
PECULIARITA’ DELLA TECNICA D’OSSERVAZIONE: oltre a fornire informazioni (come anche i test, i resoconti autobiografici ecc. fanno), consente la conoscenza diretta della dinamica interpersonale usata dal soggetto. Infatti, il colloquio è già di per sé una situazione psico-sociale in cui prendono forme modalità d’interazione/relazione indicative delle personalità delle due persone in esso implicate.
PRESUPPOSTO FONDAMENTALE: i tratti (intesi come configurazioni cognitive, affettive, comportamentali, interattivo-relazionali) rilevati nel soggetto in occasione del colloquio possono essere riferiti ad ambiti più vasti e rilevanti del suo comportamento e della sua personalità.
Tuttavia, la situazione del colloquio non permette di manifestare tutte le disposizioni, i tratti e i ruoli psicosociali assimilati. Pertanto, l’esaminatore - consapevole di vedere il soggetto in una condizione limitata e artificiosa e consapevole della naturale tendenza a generalizzare all’intera personalità aspetti limitati del comportamento – dovrà formulare sempre ipotesi interpretative sulla personalità del paziente, da sottoporre costantemente a falsificazione attraverso l’assunzione di ulteriori informazioni che possano o meno consentire l’elaborazione di ipotesi interpretative ugualmente plausibili.
M. Sellini Palazzoli “L’ipotesi in quanto tale non è né vera, né falsa ma solo più o meno utile”: essa è plausibile, non vera, e può essere cambiata nel tempo da punti di visita alternativi.
ATTEGGIAMENTO DEL CLINICO: * Atteggiamento sperimentale aperto alla possibilità del
cambiamento dell’ipotesi interpretativa.
* Ricerca di una coerenza interna nella descrizione della personalità del soggetto attraverso l’analisi delle informazioni raccolte.
* Ascolto empatico
* Astensione dal giudizio morale.
I TEST DI PERSONALITA’.
I test di personalità sono tecniche d’indagine volte ad individuare e misurare/classificare specifici aspetti della personalità normale o patologica del soggetto.
TEST DI PERSONALITA’ OGGETTIVI: inventari di personalità, questionari costituiti da decine/centinaia di domande-prove-stimolo strutturate e chiare (items) che rilevano la presenza e l’intensità di specifici tratti o caratteristiche di personalità.
MMPI
16PF
CPI
TEST DI PERSONALITA’ PROIETTIVI: strumenti d’indagine psicologica che prevedono la presentazione di stimoli poco strutturati, ambigui o incompleti, non defnibili in modo univoco che il soggetto in esame deve interpretare o completare.
PRESUPPOSTO FONDAMENTALE: meccanismo della proiezione: le risposte del soggetto di fronte ad uno stimolo ambiguo sono la proiezione di contenuti e significati che derivano dall’inconscio del soggetto stesso.
Questi non sono dei test psicometrici in senso stretto in quanto non forniscono un punteggio o una misura oggettiva, ma una risposta da osservare e valutare; sono pertanto dei reattivi mentali che forniscono informazioni qualitative da categorizzare e analizzare.
RORSCHACH
TAT
CAT
BLACKY PICTURES
ORT
TEST GRAFICI
TEST DI COMPLETAMENTO
Gli orientamenti più attuali sono concordi nel ritenere che uno sviluppo adeguato della personalità è il risultato di un’evoluzione equilibrata della sfera cognitiva, di quella emotiva e delle modalità d’interazione-relazione con l’ambiente interpersonale del soggetto.
Quando i processi evolutivi non si configurano in modo equilibrato, è possibile che la personalità si strutturi in senso patologico e che venga compromessa la capacità dell’individuo di adattarsi all’ambiente.
In abito psicopatologico, vengono definiti disturbi ella personalità le disposizioni inadeguate del carattere o degli stili di reazione che comportano disagio o sofferenza sia per gli individui che li posseggono che per coloro che gli sono vicini.
CARATTERISTICHE: * caratterizzano stabilmente la personalità per tutto l’arco della vita del soggetto
* sono, in genere, poco sensibili al trattamento psicologico o psichiatrico
* si classificano facendo riferimento alla caratteristica saliente della caratteropatia.
TIPOLOGIE: DISTURBO PARANOIE DI PERSONALITA’
DISTURBO SCHIZOIDE DI PERSONALITA’
DISTRURBO ISTRIONICO DI PERSONALITA’
SOCIOPATIA
Fonte: www.opsonline.it