lunedì 19 agosto 2013

Come è difficile realizzare un sogno

A qualcuno di noi sarà capitato certamente di coltivare nella mente un progetto importante e di non riuscire a concretizzarlo, e magari, col tempo, di rinunciarvi, convincendosi che in fondo si trattava solo di un sogno del quale si può fare tranquillamente a meno.
Un sogno, qualcosa di effimero, irreale, lontano, alieno, inafferrabile, sfuggente, evanescente, che come è arrivato se ne può andare.
Altre volte il sogno resta e non se ne va via da solo, e ci richiama ogni giorno a cercare giustificazioni con noi stessi sul perchè non ci prendiamo cura di lui e non lo autorizziamo a nascere.
A volte il sogno può essere quella ragione di vita che non troviamo, quel “grande cocomero” per il quale vorremmo svegliarci la mattina, ma rimane nascosto a noi stessi e agli altri.
A volte poi accade che ci cimentiamo sulla strada del nostro sogno, ma qualcosa nel nostro corpo ci parla e ci comunica segnali di malessere, le emozioni urlano voci contrapposte che non riusciamo a decifrare, come se parti di noi diverse ci chiedessero di stare in posti diversi. Il posto della tranquillità, della sicurezza, dell’adattamentoda, e il posto del cambiamento, del desiderio, del movimento, dall’altra.
Convinti che una certa situazione sia auspicabile per noi, ci accorgiamo magari che non ci fa stare bene, anche se era cristallizzata nei nostri sogni da anni.
Che cosa è successo? Paure e fantasmi hanno sfocato la luncentezza del sogno? Bagliori troppo forti hanno offuscato i nostri occhi assuefatti dalla nebbia? Oppure il nostro sogno lo avevamo già realizzato ma non ce eravamo accorti, e pensavamo che non fosse abbastanza, non paghi di chiedere a noi stessi sempre più sforzi e più fatiche.
Allora che cos’è il desiderio? E cos’è la consapevolezza di sè?
Siamo davvero capaci di ascoltarci con benevolenza? E sappiamo provare gratitudine per noi stessi, nel cercare di essere pienamente ciò che siamo, in tutte le nostre innumerevoli e inesplorate potenzialita?
Pieval

domenica 31 luglio 2011

SINTOMI E SIMBOLI: LA SOMATIZZAZIONE SECONDO LA TEORIA DEL CODICE MULTIPLO


di Wilma Bucci

L'interazione dei processi psichici e somatici ha costituito una fra le principali preoccupazioni della psicoanalisi, dalle sue prime formulazioni (Freud, 1895, 1900) ai giorni nostri. Contrariamente a quanto accadeva ai tempi di Freud, l'interazione fra emozioni e malattie somatiche è oggi riconosciuta anche in campo medico. Tale interazione non riguarda solo alcuni disturbi particolari ben inquadrati, come l'isteria, né solo quelle entità mediche che sono state tradizionalmente classificate come psicosomatiche. Infatti oggi la psiconeuroimmunologia sostiene che



Tutte le malattie sono multifattoriali e biopsicosociali, per quanto riguarda sia il loro esordio che il loro decorso. Sono cioè il risultato di specifici fattori etiologici (ad es. batteri, virus, carcinogeni), genetici, endocrini, nervosi, immunitari, emotivi e comportamentali (Solomon, 1987, p.1).



Grazie a questi sviluppi si è enormemente ampliata la potenziale portata del trattamento psicoanalitico ed è diventato sempre più pressante il bisogno di una teoria psicoanalitica coerente che consenta di allineare la comprensione psicologica delle interazioni fra funzioni cognitive, emotive e somatiche al livello dei progressi avvenuti nel campo medico.

La metapsicologia freudiana non è riuscita a costituirsi come base per una moderna teoria scientifica. I postulati della teoria dell'energia psichica sono stati pochissimo verificati e, quando ciò è accaduto, sono stati generalmente disconfermati (Eagle, 1984). La metapsicologia non solo è stata abbandonata da quegli studiosi che hanno dedicato gran parte della loro vita alla sua riformulazione ma è stata anche rifiutata da molti clinici (Holt, 1985). Ciononostante, in mancanza di un modello alternativo, le metafore energetiche rimangono ancora pericolosamente in uso, con tutta la loro subdola e spesso poco evidente potenzialità di distorsione della teoria e della pratica (Thomae & Kaechele, 1987; Bucci, 1997).

La psicoanalisi ha bisogno di una nuova teoria che spieghi principalmente i concetti a cui sono interessati i clinici, compresa l'interfaccia fra funzioni emotive e somatiche, e che fornisca un quadro unitario coerente per la ricerca empirica. Tale teoria deve essere necessariamente un modello psicologico, non neurologico. Le teorie psicologiche, infatti, costituiscono un livello differente di spiegazione che, però, non può far a meno di prendere in considerazione gli insegnamenti provenienti dal livello neurologico. Il livello psicologico e quello neurologico si avvalgono di costrutti differenti, concetti differenti, funzioni matematiche differenti, applicazioni pratiche differenti da studiare separatamente, ciascuno nel rispetto dei propri termini. Abbiamo bisogno di una teoria psicologica per definire concetti come depressione, ansia, sentimento di abbandono e di perdita, e per definire anche l'interazione di azione, somatizzazione e verbalizzazione a livello comportamentale o rappresentazionale. Ed abbiamo bisogno di un modello neurologico o fisiologico per definire i corrispettivi concetti in campo biologico.

Sebbene i costrutti psicologici non possano essere ridotti a quelli neurofisiologici, tuttavia i due livelli devono comunque esser traducibili l'uno nell'altro. Ciò può apparire ovvio ma è bene ribadirlo. Se i modelli mentale e neurofisiologico sono sufficientemente completi ed accurati e se disponiamo di indicatori sufficientemente osservabili per ciascuna proposizione teorica e se le regole di corrispondenza matematica all'interno di ciascun sistema sono corrette, allora ci possiamo aspettare una corrispondenza fra la teoria psicologica e quella neurofisiologica. In questo senso, le osservazioni a livello neurologico o biologico eserciteranno una forza potenziale sulla costruzione della teoria in campo psicologico.

Il modello psicologico che delineerò in questo lavoro è basato su concetti derivati dalle scienze cognitive le quali risentono delle necessarie limitazioni imposte dallo stato attuale di conoscenza generato dalle neuroscienze. Non è stato possibile sviluppare un modello psicologico sistematico per i concetti psicoanalitici nel contesto scientifico del tempo di Freud o del behaviorismo, paradigmi che hanno dominato la psicologia americana durante la maggior parte di questo secolo. Oggi è però possibile inserire tale modello nell'ambito della moderna psicologia cognitiva (Bucci, 1985, 1989, 1997). La nuova teoria del codice multiplo deriva dai modelli cognitivi attuali ma va anche oltre poiché pone l'accento sul ruolo delle emozioni nella cognizione umana e sugli aspetti complessi della traduzione delle esperienze emotive nelle forme verbali.



La teoria freudiana del "codice duale"

Nei suoi scritti, Freud ha riconosciuto che vi sono questioni e problemi irrisolti nel suo modello teorico dell'apparato psichico, sia nel primo modello topografico (1895, 1900) che nella rivisitazione successiva del modello strutturale (1923) che nei suoi ulteriori tentativi di riconciliare i due modelli (1940). Egli ha anche riconosciuto che non vi erano dati a sostegno della sua teoria di base dell'energia psichica, sebbene non l'abbia mai ripudiata o messa seriamente in discussione. In tutto ciò, un elemento solido, un "dato di fatto" stabile resta chiaro, come lo stesso Freud ha affermato ricapitolando il suo lavoro nelle ultime fasi della sua vita:



Dietro tutte queste incertezze sta però un dato di fatto nuovo, della cui scoperta dobbiamo render grazie alla ricerca psicoanalitica. Abbiamo appreso che i processi nell'inconscio o nell'Es ubbidiscono a leggi diverse da quelle vigenti nell'Io preconscio. Chiamiamo queste leggi nel loro insieme processo primario, in contrasto con il processo secondario che regola i decorsi nel preconscio, nell'Io. In definitiva, dunque, lo studio delle qualità psichiche non si è dimostrato infruttuoso (1938; tr.it. p.591)



La scoperta che Freud concepì come la sua prima e più importante è il "dato di fatto" che egli mantenne saldamente in piedi fino alla fine, ossia la scoperta di una modalità di pensiero che caratterizza l'inconscio o l'Es e che differisce dai processi della vita normale, razionale, vigile.

La teoria del "codice duale/multiplo" dell'elaborazione dell'informazione emotiva (emotional information processing) è costruita su questo solido terreno a fondamento della psicoanalisi. Ciò che dobbiamo riconoscere š il che non è poi tanto difficile š è che le osservazioni fondamentali di Freud delle due diverse modalità di pensiero, della loro interazione dinamica e della loro interazione con gli eventi somatici non implicano necessariamente l'accettazione degli assunti del modello energetico o di quelli dei due modelli topografico e strutturale e possono essere scorporate da questi. Il modello teorico che sta alla base di questa concezione, ed i dati di evidenza che la supportano, sono stati discussi in dettaglio altrove (Bucci, 1985, 1989, 1993) e verranno delineati brevemente in questo lavoro che ha come oggetto quegli aspetti maggiormente rilevanti per una nuova teoria della somatizzazione.



La teoria del codice multiplo ed il processo referenziale

Secondo la teoria del codice multiplo, così come nella sua precedente formulazione del codice duale, l'informazione viene rappresentata nella mente sia in forma verbale che attraverso i canali multipli del sistema nonverbale. In aggiunta alla distinzione di base fra verbale e nonverbale, la teoria del codice multiplo postula una ulteriore distinzione fra forme di elaborazione di tipo simbolico e subsimbolico. Le nozioni di simbolo e di processo di simbolizzazione vengono qui definite in senso generale come elaborazione dell'informazione (Fodor e Pylyshyn, 1988). I simboli sono quindi definiti come entità discrete che si riferiscono o che rappresentano altre entità e che possono essere ricombinate seguendo regole processuali sistematiche. I simboli in senso psicoanalitico sono sotto-gruppi dei simboli intesi in questo senso generale.



Il sistema verbale

Il linguaggio è organizzato primariamente in forma simbolica. In ogni lingua, da un insieme limitato di fonemi è possibile generare un insieme di parole virtualmente infinito e creare altrettanti significati. Il linguaggio è il codice di comunicazione e di riflessione mediante cui l'esperienza privata e soggettiva, compresa l'esperienza emotiva, può essere condivisa con altri, e mediante cui la conoscenza della la cultura e delle regole logiche possono generare i contenuti del pensiero individuale. E' anche il codice a cui facciamo riferimento per dirigere e regolare noi stessi, per attivare l'immaginazione e le emozioni, per stimolare le azioni e per controllarle. Il codice verbale è primariamente un processore sequenziale ad un unico canale: infatti generiamo o comprendiamo solo un messaggio verbale per volta. Il linguaggio è anche primariamente, sebbene non unicamente, dominante nello stato cosciente.



Il sistema nonverbale

I canali multipli del sistema nonverbale includono rappresentazioni e processi in tutte le modalità sensoriali, motorie e somatiche. L'elaborazione nonverbale è specifica per ciascuna modalità; le rappresentazioni ed i processi in ciascuna modalità occupano gli stessi canali elaborativi dell'esperienza percettiva. Tale attivazione avviene fondamentalmente in forma di traccia.

Il sistema nonverbale comprende le forme simboliche e subsimboliche. I modelli di elaborazione dell'informazione in formato simbolico, applicati tanto all'immaginazione quanto al linguaggio, hanno dominato la scienza cognitiva degli ultimi decenni (Simon e Kaplan, 1989; Fodor e Pylyshyn, 1988). L'elemento nuovo nel settore della scienza cognitiva, che è anche di grande importanza per un nuovo modello del processo psicoanalitico, è il progressivo riconoscimento delle forme subsimboliche  nell'elaborazione dell'informazione, insieme allo sviluppo di modelli sistematici per spiegarli (Rumelhart, McClelland e il DPD Research Group, 1986). In tale elaborazione subsimbolica, noi effettuiamo rapide e complesse computazioni in un percorso continuo implicito senza formazione di categorie discrete, secondo principi computazionali che potrebbero anche non esser mai esplicitamente identificati o formulati e che comunque non possono essere intenzionalmente evocati o applicati, anche se restano sistematici. Questo tipo di elaborazione continua, intuitiva, specifica per modalità e sensibile ai contenuti costituisce l'oggetto di interesse dei nuovi modelli di Parallel Distributed Processing (PDP) (Elaborazione Distribuita in Parallelo), detti anche "connessionisti" o modelli subsimbolici (Smolensky, 1988). 

Le "computazioni" subsimboliche di questa natura mettono in evidenza come sia possibile anticipare la traiettoria di un oggetto in movimento, condurre una nave in un canale stretto, sciare in slalom, colpire efficacemente una palla da tennis o differenziare il gusto e l'aroma di un Burgundy proveniente da vigneti diversi o di annate diverse. Tali computazioni servono anche per differenziare i leggeri cambiamenti dell'espressione facciale, identificare cambiamenti nei movimenti corporei o nelle qualità vocali e riconoscere modificazioni del proprio stato viscerale. Il gatto utilizza questa computazione implicita per selezionare il posto dove atterrare su un tavolo ingombro di oggetti, il giocatore di football per dirigere la palla verso la posizione dove si aspetta ci debba essere qualcuno o per trovarsi nella giusta posizione per ricevere la palla che gli sta per essere lanciata ed all'analista per riconoscere lo stato soggettivo di un suo paziente e per decidere quando e come intervenire.

Non cercherò qui di fare una trattazione completa delle strutture tecniche del modello connessionista simbolico e subsimbolico. Lo scopo maggiore nell'introdurre questi due approcci cognitivi è sottolineare, in senso generale e concettuale, che due formati differenti dell'elaborazione dell'informazione š entrambi all'interno del sistema nonverbale š vengono attualmente riconosciuti dai ricercatori cognitivi come un modello teorico molto più sofisticato dei precedenti e che, nei formati subsimbolici, vengono sviluppati per la prima volta costrutti complessi che spiegano sistematicamente le modalità di elaborazione implicita ed intuitiva, comprese la modalità viscerale, somatica, motoria e sensoriale, aspetti centrali del modello psicoanalitico.

Questi processi subsimbolici hanno anche delle limitazioni. L'elaborazione subsimbolica, per quanto sistematica, è anche altamente specializzata per funzioni specifiche. I modelli PDP non spiegano l'integrazione dei subsistemi in relazione agli scopi o ai valori generali dell'organismo in cui vengono implementati. I processi simbolici del sistema nonverbale riescono a compiere invece tale funzione organizzativa ed integrativa (Norman, 1986).

La nuova teoria del codice multiplo estende così la base solida freudiana per includere tre (almeno) e non due sistemi di pensiero: verbale versus nonverbale e, all'interno del nonverbale, simbolico versus subsimbolico. Di conseguenza, il nuovo modello sottolinea anche il ruolo cruciale delle connessioni fra tutti questi diversi sistemi e, corrispettivamente, le implicazioni di un fallimento di tali connessioni.



Schemi emotivi nella teoria del codice multiplo

Nell'ambito della teoria del codice multiplo, le emozioni sono concepite come schemi di immagine-azione, operanti all'interno o al di fuori della coscienza, il che differisce da altri schemi più "cognitivi" per il fatto che i primi sono relativamente dominati dai processi di elaborazione motoria e viscerale mentre i secondi da parole e immagini simboliche. In termini generali, gli schemi emotivi sono formati da desideri, attese e convinzioni sulle altre persone sviluppatisi nel corso delle interazioni con gli altri dalle prime fasi di vita. Tali schemi comprendono le rappresentazioni degli oggetti, delle parti degli oggetti e delle relazioni fra di essi in tutte le modalità sensoriali, oltre ai pattern di attivazione associati alle azioni motorie ed agli stati viscerali e somatici. Comprendono quindi immagini dell'oggetto e dell'emozione (la persona che desideriamo, amiamo o temiamo), rappresentazioni all'interno del sistema nervoso centrale di specifiche azioni associate all'attivazione emozionale (avvicinamento, attacco o fuga) e pattern di esperienze viscerali o somatiche associati a tale attivazione (ciò che avvertiamo, o che ci aspettiamo di avvertire, in senso viscerale, quando siamo arrabbiati o spaventati o innamorati). Gli schemi emotivi iniziano a formarsi nel sistema nonverbale prima dell'acquisizione del linguaggio ed il loro contenuto può essere collegato al linguaggio alla fine del processo evolutivo.

Questo modello delle emozioni è basato su assunti minimi di limitazione ed è generalmente compatibile con le teorie generalmente accettate dai teorici dell'emozione (Scherer, 1984) e dalle concezioni contemporanee delle basi neurofisiologiche dell'emozione (LeDoux, 1989). La teoria del codice multiplo è anche compatibile, in parte, con la definizione degli affetti di Kernberg (1990) in quanto include le componenti simboliche rappresentazionali, motorie e viscerali ma diverge da Kernberg nel fatto che egli include nella definizione di affetto anche fenomeni di scarica energetica e concepisce gli affetti come un tutt'uno con le pulsioni (p.117). Secondo la teoria del codice multiplo, la motivazione è concepita invece in termini di proprietà rappresentazionali e direttive delle strutture emotive, indipendente da una specifica fonte š interna o esterna š dell'attivazione ed indipendente anche dalle nozioni di energia basate sui bisogni fisiologici.

Le strutture emotive possono essere attivate da immagini memorizzate o evocate dal linguaggio. Tale attivazione š stati di terrore, perdita o disperazione, piacere o desiderio š possono avere effetti fisiologici simili a quelli vissuti durante esperienze realmente accadute. Ciascun componente dello schema emotivo può essere attivato da ciascun altro; immagini di persone, posti o oggetti possono evocare componenti somatiche o comportamentali dello schema o anche essere attivati da quelli. In alcuni casi, la stimolazione esterna può avvenire senza attivare gli schemi emotivi mentre in altri lo schema emotivo può attivarsi in assenza di una causa esterna apparente o di un bisogno interno. Ciascuna componente di uno schema emotivo, come qualsiasi rappresentazione o processo mentale, può avvenire all'interno o al di fuori del focus della consapevolezza. L'inconscio dinamico, che include anche rappresentazioni "espulse", rimosse, implica ulteriori fattori esplicativi, come discuterò ora.



Il processo referenziale: il legame fra l'esperienza emotiva e le parole

Il sistema verbale e quello nonverbale, differenti nei contenuti e nei principi organizzativi, sono collegati da connessioni referenziali. Il processo referenziale connette i contenuti molarmente paralleli e analogici del sistema nonverbale al formato simbolico a "canale unico" del codice verbale. Si tratta di un processo complesso che può essere compiuto solo in parte, anche senza l'intervento di resistenza e difese.

Le connessioni referenziali sono maggiormente attive e dirette per le entità concrete e specifiche e per le parole che le designano (la sedia marrone, Giovanni, la Mona Lisa) ma molto meno per le entità per cui non vi sono etichette disponibili, come ad esempio per la descrizione di un colore complesso o sfumato, l'espressione facciale di Giovanni o di Mona Lisa. Le connessioni referenziali sono più distanti e meno dirette per le rappresentazioni ed i processi subsimbolici, come le esperienze sensoriali olistiche del gusto e del tatto o i pattern di attivazione viscerale e somatico che compaiono negli schemi emotivi. Questi ultimi riescono a collegarsi al linguaggio grazie al fatto di essere connessi in prima istanza alle immagini specifiche del livello nonverbale, come è evidente nel potere delle metafore poetiche di evocare emozioni che sorgono da tali connessioni.

Al contrario, le connessioni referenziali dal sistema verbale a quello nonverbale sono più indirette e parziali per termini astratti e generali come verità, bellezza, giustizia, postmodernismo, epistemologia. Il significato di queste parole astratte e categoriali deriva dalle connessioni con altre parole nell'ambito delle gerarchie logiche del linguaggio e può essere connesso con le rappresentazioni nonverbali solo indirettamente, quando ci si riesce, attraverso connessioni con le parole concrete e specifiche all'interno delle gerarchie verbali. Ecco perché diventa utile fornire esempi quando si presenta del materiale astratto o le intellettualizzazioni di alcuni pazienti š o di alcuni analisti š lasciano intatto il livello nonverbale ed emotivo delle rappresentazioni.

I modelli cognitivi tradizionali non considerano generalmente la complessità e la difficoltà del processo referenziale. Neanche le concezioni standard dello sviluppo cognitivo (Piaget, 1950; Bruner, 1966) sono riuscite a riconoscere il ruolo continuo dell'elaborazione nonverbale nel corso della vita, compresa l'elaborazione delle informazioni emotive. Nelle teorie evolutive di Piaget e Bruner viene postulato che gli stadi precoci dell'elaborazione sensoriale e motoria vengono abbandonati quando si raggiunge lo stadio dell'elaborazione logico-formale. Come ha sottolineato Noy (1979), sotto questo aspetto, questi approcci standard sono condannati al fallimento.



Quasi tutte le teorie contemporanee dello sviluppo cognitivo considerano la cognizione come un sistema ad una singola traccia ed il suo sviluppo come un processo lineare che procede lungo una singola linea di sviluppo. Il fatto è che la psicoanalisi, sebbene abbia ripetutamente tentato di assimilare parti di queste teorie (á), non è mai riuscita ad incorporarle in toto. Il concetto duale dei processi primario e secondario è talmente radicato nella concettualizzazione psicoanalitica che qualsiasi teoria evolutiva che non considera la cognizione come composta da due sistemi, forme, modelli, livelli š o almeno come un continuum fra questi due centri organizzativi š non potrà mai essere integrata nella metapsicologia psicoanalitica (p.170).



Le evidenze del codice duale o multiplo e del processo referenziale sono state sviluppate all'interno della psicologia cognitiva sperimentale, della neuropsicologia e della ricerca sperimentale e clinica della psicoterapia (Paivio, 1986; Bucci, 1984, 1985, 1988, 1989, 1997; Bucci e Miller, 1993). Le ricerche recenti sulla lateralizzazione cerebrale e la modularità delle funzioni cerebrali di Gazzaniga (1985), Kosslyn (1987) e Farah (1984) supportano  la nuova teorizzazione multilivello e questa nuova concezione ci porta ben oltre la semplice dicotomia bicamerale di emisfero destro e sinistro. Il sostrato neurofisiologico sottostante l'elaborazione dell'informazione emotiva e processo referenziale include l'attivazione delle rappresentazioni nonverbali analogiche e globali, dominanti nell'emisfero destro; le connessioni fra il corpo calloso ci rimandano alle immagini più discrete e "denominabili" associate all'emisfero sinistro, luogo primario dell'elaborazione simbolica; i processi di mediazione stimolati dalle componenti generative dell'immagine sono associate all'interno dell'emisfero sinistro e le connessioni all'interno di quest'ultimo alle associazioni fra immagini e parole distinte.



Il codice multiplo nel processo psicoanalitico

Secondo la teoria del codice multiplo, lo sviluppo del significato emotivo nelle associazioni libere avviene in un processo a tre stadi denominato "ciclo referenziale" (Bucci, 1993, 1997). Questo stesso processo può esser visto nell'attività onirica, ha radici nello sviluppo emotivo e nella somatizzazione è evidente come esso fallisca  e come tenti di mettere in piedi anche dei tentativi di riparazione. Nel primo stadio del ciclo, il paziente fa esperienza delle diverse componenti nonverbali dello schema emotivo, compresi specifici elementi nonsimbolici (sentimenti, odori, esperienze corporee, pattern motori) che egli ha difficoltà ad esprimere direttamente con le parole. Nella seconda fase, il paziente recupera un ricordo o una fantasia specifica derivata dall'esperienza passata, da eventi quotidiani o da eventi traumatici e connette i contenuti subsimbolici con le immagini e poi con le parole. A livello ottimale, nella terza fase, il paziente riflette sulle immagini e le storie che ha raccontato e riesce ad effettuare ulteriori connessioni all'interno del sistema verbale e del discorso condiviso. Alla fine, il processo di verbalizzazione dei contenuti degli schemi emotivi riesce a giungere alle fondamenta per poter definire l'emozione stessa: sono arrabbiato, ho paura. Le nuove connessioni nel sistema verbale e nonverbale possono quindi diventare retroattive ed aprire ulteriormente gli schemi emotivi, riprendendo il ciclo ad un livello più profondo. Una simile progressione può essere concepita anche per la costruzione e l'interpretazione dei sogni. Il contenuto latente, costituito primariamente in formato subsimbolico, viene connesso a discrete immagini specifiche del contenuto manifesto e poi verbalizzato nella narrativa del sogno (Bucci, 1993; Bucci, Severino e Creelman, 1991). Nell'interpretazione dei sogni, il contenuto latente, compresi desideri ed altre strutture emotive rimosse, può quindi arrivare ad essere conosciuto e verbalizzato in sé stesso.

Lo sviluppo del significato emotivo nelle associazioni libere e nei sogni ha le sue radici nei processi di base dello stesso sviluppo emotivo. Lo sviluppo emotivo normale dipende dall'integrazione dei processi somatici, sensoriali e motori negli schemi emotivi, per cui è il fallimento di questa integrazionea causare i disturbi emotivi. Le origini degli schemi emotivi si trovano nella prima infanzia. L'infante "conosce" la madre attraverso tutte le modalità sensoriali: sapore, tatto, suono, odore, vista. Tutte queste funzioni percettive separate, subsimboliche e simboliche, convergono nell'immagine che l'infante si forma della persona che si prende cura di lui (caretaker): orecchie, bocca e naso in relazioni spaziali reciproche coerenti, sia che osservi o che tocchi questi elementi; il seno che è là dove si aspetta che debba essere, sia che lo cerchi con lo sguardo o che lo raggiunga con le mani o la bocca; un particolare profumo; un suono particolare di voce; un particolare posto caldo e soffice posto dove stare. Queste esperienze sensoriali avvengono in consonanza con l'esperienza somatica e viscerale di piacere e dolore e con le azioni motorie organizzate che coinvolgono la bocca, le mani e l'intero corpo: scalciare, piangere, succhiare, aggrapparsi, conformare il proprio corpo su quello di un altro. Le immagini prototipiche durevoli vengono costruite man mano che si ripetono immagini ed episodi. L'infante riesce  quindi a formarsi il desiderio della madre o un'attesa su come la madre apparirà o agirà in rapporto a tali schemi. Questo tipo di vita emotiva diretta ed integrata avviene molto tempo prima che venga acquisito il linguaggio.

Dai primi stadi della loro formazione, gli schemi emotivi variano riflettendo la natura specifica delle interazioni nella vita dell'individuo. Uno schema di bisogno o desiderio può includere l'esperienza viscerale di disagio (il sentimento che accompagna il pianto, scalciare, la tensione interna) seguito dal suono della voce della madre con una particolare qualità di tenerezza, dalla visione del volto e del corpo della madre, dalla vista, sapore e odore del seno o del biberon, dal sentimento di calore e tenerezza, dalle azioni di cullare, carezzare e succhiare, dalla esperienza fisica di soddisfazione e rilassamento. Un altro schema può iniziare con lo stesso bisogno ma, al contrario, incorporare la voce della madre con una qualità diversa, più rigida, o l'immagine solo delle lenzuola e della sbarre del lettino oppure la sensazione di essere trattato in modo rude. Il disagio e lo stress, il pianto e l'agitazione aumentano. Alla fine, il latte diventa disponibile ma solo attraverso un biberon passato dalle sbarre del lettino. In entrambe queste situazioni, viene attivato e soddisfatto un bisogno specifico. E' però il contesto interpersonale in cui si colloca l'attivazione sensoriale che determina il suo significato emotivo e non l'eccitazione fisica o la soddisfazione del bisogno soltanto.

Questo modo di concepire la formazione degli schemi emotivi corrisponde all'idea di Beebe e Lachmann (1988) dell'organizzazione del "mondo rappresentazionale" dell'infante nei primi mesi di vita, prima dello sviluppo della capacità simbolica, che porta allo sviluppo di immagini protipiche generalizzate le quali diventano poi la base per le forme simboliche delle rappresentazioni del sé e dell'oggetto. La nozione di Bowlby degli internal working models (1969) e del concetto di Stern (1985) di Rappresentazione delle Interazioni successivamente Generalizzate (Representations of Interactions that have been Generalized, RIGs) riflettono modelli evolutivi simili. Ciò che la teoria del codice multiplo aggiunge è una nuova formulazione degli schemi emotivi e del ruolo del caretaker in un ambito coerente di elaborazione dell'informazione. In questa prospettiva, l'immagine del caretaker che se ne ricava è il simbolo cruciale, prototipico e stabile su cui vengono organizzati gli schemi emotivi fin dalle prime fasi di vita. 

La capacità di un individuo di tollerare gli affetti intensi dipende dall'organizzazione degli schemi emotivi. Se il caretaker è in grado di riconoscere la rabbia o la frustrazione del bambino e di comprendere e calmare lo stato di disagio riesce a facilitare la propria funzione di simbolo su cui convergono le funzioni separate e specializzate di tipo percettivo, somatico e motorio. La nozione di una "figura in primo piano" benigna che fornisce il simbolo organizzativo per lo sviluppo  degli schemi emotivi corrisponde alla caratterizzazione di Krystal (1988) dell'amore come affetto centrale di organizzazione del sistema affettivo, ossia la capacità di vedere il sé come entità distinta di cui prendersi cura autonomamente.

D'altra parte, se il caretaker non riesce a calmare il bambino o viene sommerso dal disagio stesso del bambino o, nel peggiore dei casi, funge da ulteriore stimolo dell'angoscia del bambino, è meno probabile che si formino degli schemi integrati o è più probabile che gli schemi formati vengano scissi. In tal modo, il bambino viene sommerso da uno stato non tollerabile di elevata attivazione generale e di disagio generato dalla stessa figura di caretaker che diventa una "figura in primo piano" negativa generatrice di evitamento. Il desiderio di attaccare e la paura di essere attaccato dal caretaker costituisce uno stato catastrofico e intollerabile (McDougall, 1989). Krystal (1988) ha parlato di "orrore infinito" (timeless horror) del bambino in queste situazioni (p.145). Nei termini della teoria del codice multiplo, la minaccia è ancora più terribile: il caretaker contro cui l'infante sviluppa la sua rabbia o che teme è non solo la persona da cui dipende per i suoi bisogni fisici ma anche la persona la cui presenza funge da organizzatore della vita simbolica che sta nascendo.

La rimozione e le altre difese possono adesso essere comprese come forme di disconnessione o dissociazione all'interno del sistema nonverbale e verbale e, fondamentalmente, dei canali multipli delle modalità nonverbali. La portata del significato del costrutto di rimozione diventa così molto più ampia. Essa può implicare la rottura o il blocco dei legami fra i contenuti degli schemi emotivi e le parole o, in senso più profondo, la distruzione delle connessioni all'interno degli schemi emotivi, fra i pattern subsimbolici somatici o motori dell'attivazione e delle immagini prototipiche necessarie all'organizzazione degli stessi schemi. Il livello più profondo della dissociazione può giungere fino al fallimento iniziale della formazione di queste connessioni. I conflitti possono condurre al blocco delle connessioni all'interno degli schemi nonverbali o fra le rappresentazioni nonverbali e le parole. In questo senso, si potrebbe costruire un modello delle difese concepite come componenti per riflettere i diversi livelli di dissociazione dei sistemi e dei diversi processi di tentativi di compensazione e riparazione.



Livelli di simbolizzazione nei disturbi somatici

Secondo questo modello, tutte le forme di somatizzazione implicano dissociazioni a livelli differenti di gravità fra pattern somatici e motori di attivazione e rappresentazione simbolica degli oggetti all'interno degli schemi emotivi. Si potrebbe anche identificare una gradazione dei disturbi di somatizzazione sulla base del livello di dissociazione dei sintomi viscerali dalla rappresentazione simbolica. Si potrebbero ugualmente ipotizzare speculazioni teoriche sull'interazione dei fattori di sviluppo psicosociale e di vulnerabilità fisiologica nell'etiologia di questi disturbi.  E' quindi probabile che vi siano modificazioni nel modo di classificare i disturbi somatici man mano che le implicazioni del modello e la conoscenza delle determinanti interagenti vengono via via elaborate in modo esaustivo.



Ipocondria e conversione isterica: un focus simbolico

Le sindromi tradizionalmente classificate come ipocondria e conversione isterica implicano la focalizzazione su particolari organi corporei che risultano danneggiati o che causano dolore. Possiamo quindi dire che quella particolare sezione corporea o processo funge da simbolo che organizza lo schema emotivo quando l'oggetto primario dello schema viene dissociato al servizio delle difese. L'individuo può vivere intense emozioni corporee associate con rabbia o terrore o con alcune tracce dell'immagine motoria dell'azione consumatoria mentre l'immagine dell'oggetto dell'emozione ne viene dissociata o rimossa. Il corpo o alcune sue parti, e non l'oggetto interpersonale, diventa il focus dell'azione consumatoria simbolica, ossia l'oggetto che è stato aggredito o da cui si teme di essere aggrediti. Il focus su specifici sintomi fisici salva una qualche organizzazione del sistema emotivo mentre la difesa dall'emergenza di attese o desideri temuti viene diretta verso un oggetto.

Le due sindromi sono simili per il potenziale legame ai sistemi simbolici, come ad esempio la scelta di un organo dotato di particolari significati simbolici. Sono però anche diversi poiché l'ipocondria include immagini di fantasia o, in alcuni casi, aspetti deliranti di tipo somatico, il che la avvicina al campo simbolico. Al contrario, i sintomi isterici, come paralisi o cecità, riguardano un'attivazione subsimbolica più estesa delle tracce a livello delle rappresentazioni viscerali, motorie e sensoriali.



Le condizioni psicosomatiche tradizionali

Le entità mediche tradizionalmente classificate come psicosomatiche (asma, ulcera, colite ulcerosa, ipertensione, artrite) possono ora esser considerate come disposte lungo un continuum con i sintomi di conversione. Tali disturbi somatici riflettono dissociazioni più gravi all'interno degli schemi nonverbali, caratterizzate da livelli più elevati di attivazione fisiologica degli schemi emotivi che occupano gli stessi canali di elaborazione specifici per modalità attivati dagli eventi fisici. Sebbene l'attivazione non abbia apparenti connessioni simboliche, i contenuti dello schema influenzano anche  la forma specifica di disabilità che ne risulta.



Effetti delle emozioni sulla funzione immunitaria

Recentemente si sono accumulate sempre più evidenze secondo cui i fattori psicosociali influenzano direttamente le funzioni immunitarie e quindi potenzialmente un vasto numero di disturbi, come allergie, malattie immunitarie, malattie infettive, neoplasie, per quanto riguarda sia il loro esordio che il loro decorso. Appare quindi evidente che la tradizionale classificazione di specifiche entità mediche come psicosomatiche non sia più adeguata e che bisogna considerare i fattori emotivi in rapporto a tutte le malattie, lungo un continuum con gli effetti di cui abbiamo parlato prima.

Il modello qui proposto è vicino al costrutto di alexithymia, così come è stato descritto da Nemiah e Sifneos (1970) ed altri, ma fornisce altresì un nuovo modo di comprendere il problema. Qui la dissociazione è molto più complessa rispetto all'essere semplicemente senza parole per le emozioni. Infatti, in alcuni disturbi somatico-emozionali, il paziente è in realtà senza simboli per gli stati somatici. E' necessario anzitutto costruire connessioni nel sistema nonverbale fra l'attivazione somatica subsimbolica e le immagini degli oggetti prima che possa avvenire una comunicazione verbale significativa. Ciò contribuisce a spiegare il motivo per cui sono state trovate caratteristiche alessitimiche in pazienti con un vasto range di disturbi psichiatrici e somatici, al di là di quelli generalmente classificati come psicosomatici (Taylor, 1992). A seconda di quanto l'attivazione fisiologica associata ad una forte emozione avvenga in assenza dell'attivazione dei contenuti cognitivi nella forma iniziale o spostata š quindi senza focus simbolico e senza regolazione š è probabile che l'attivazione sia lunga e ripetitiva e che gli effetti finali sui sistemi fisiologici più gravi.



Nuove implicazioni cliniche della teoria del codice multiplo

I teorici della psicoanalisi hanno coerentemente assunto che esista una relazione inversa fra somatizzazione e capacità di verbalizzare le emozioni, così come fra l'acting out e la verbalizzazione. Si tratta di una sorta di dogma teorico derivato inizialmente dal principio fondamentale della conservazione dell'energia all'interno di un sistema chiuso per mezzo della compensazione o della scarica sostittiva. Questa sorta di dogma sopravvive anche se i modelli proposti non hanno più alcun nesso teorico con i concetti energetici. Ad esempio, Kernberg (1984) ha sottolineato la relazione inversa fra atto aggressivo e verbalizzazione ed ha sviluppato il suo importante trattamento nelle strutture di ricovero (inpatient milieu treatment) su questa base. Allo stesso modo, McDougall (1989) si riferisce alla somatizzazione ed all'azione come sostituti del pensiero "mediante cui il soggetto disperde le emozioni invece di pensare all'evento scatenante ed alle emozioni ad esso connesse" (p.15).

La teoria del codice multiplo propone un nuovo modo di pensare la relazione fra acting out, somatizzazione e verbalizzazione, comprese quelle condizioni in cui ci si attende una relazione complementare fra somatizzazione e verbalizzazione, il che comporta differenti conseguenze per il trattamento. Nella nevrosi, ci si può aspettare che la riparazione della dissociazione emotiva nel trattamento segua il percorso dello sviluppo emotivo iniziale. Il caretaker è l'oggetto-simbolo primario che organizza gli schemi emotivi nello sviluppo normale; nel trattamento, l'analista funziona come un nuovo oggetto nella ricostruzione degli schemi dissociati. Il problema, però, nel trattare casi di dissociazione severa, che implicano l'evitamento degli oggetti primari, come nei disturbi di somatizzazione, è che l'evitamento viene nuovamente messo in atto nel rapporto terapeutico e nel rivivere le prime relazioni nei ricordi. Casi di questo tipo, come il disturbo da stress post-traumatico o di somatizzazione, sono stati spesso considerati non sottoponibili a psicoterapia dinamica. Come ha scritto Krystal (1988): "L'alexithymia è la singola causa più comune di scarsa risposta o di completo fallimento della psicoanalisi e della psicoterapia psicoanalitica" (p.xi).

Secondo la teoria del codice multiplo, il trattamento dei pazienti con somatizzazione può essere facilitato focalizzandosi su qualsiasi entità specifica e discreta disponibile a fungere da simbolo organizzatore all'interno del sistema nonverbale. Specifici sintomi somatici o azioni possono quindi giocare un ruolo di simbolizzazione transizionale facilitando la formazione dei simboli e l'integrazione degli schemi all'interno dello stesso sistema nonverbale prima che altri oggetti, immagini o parole vengano accettate. Una particolare disabilità fisica o un grave dolore fisico possono costituire la prima entità discreta che consente al sistema di entrare nel dominio simbolico. Il processo di simbolizzazione potrebbe accettare quella parte danneggiata del corpo o il dolore fisico come un "oggetto", insieme a tutte le associazioni nei contesti e negli schemi in cui esso compare, molto prima che il ruolo di qualsiasi oggetto interpersonale venga riconosciuto nello schema emotivo. Alla fine, nel contesto di un discorso terapeutico condiviso, la focalizzazione sui sintomi fisici potrebbe aiutare a recuperare ulteriori aspetti dei vecchi schemi emotivi, introdurre nuovi oggetti negli schemi emotivi dissociati e formare schemi in cui compare anche l'analista.

Questa idea è in linea con quanto sosteneva Freud circa quei sintomi somatici provvisti di significato, in modo simile al contenuto manifesto dei sogni. Freud ipotizzava anche che i sintomi somatici o gli agiti avessero un ruolo specifico di facilitazione, indipendentemente dal fatto di essere modalità alternative di scarica pulsionale. Sintomi e agiti sono quindi concepiti in termini adattivi e progressivi, in alcuni casi, e non necessariamente regressivi come postulato dal modello della scarica. Le preoccupazioni del paziente su un particolare sintomo somatico possono avere una funzione di connessione transizionale fra la computazione subsimbolica implicita del sistema di elaborazione viscerosensoariale ed i contenuti interpersonali di uno schema emotivo e non essere solo mezzi di resistenza.

In questa stessa prospettiva, anche quella modalità specifica del linguaggio che si riscontra nei pazienti alessitimici può in alcuni casi fungere da tentativo di ricostruzione di un focus simbolico per uno schema emotivo dissociato, più che essere visto come evitativo in sé. L'insistenza sui dettagli che caratterizza il racconto dei pazienti psicosomatici può essere un fattore dotato esso stesso di significato emotivo, al pari dei dettagli considerati come irrilevanti e frutto del meccanismo di spostamento del contenuto onirico manifesto o di particolari sintomi isterici. Il focus del paziente su dettagli episodici nel tempo e nello spazio potrebbe essere un tentativo di trovare l'orientamento su un pezzo di solido terreno simbolico nella memoria emozionale, piuttosto che un modo per rimuovere i ricordi (Dodd e Bucci, 1987). Le basi della regola fondamentale delle associazioni libere (secondo cui le nozioni banali o apparentemente irrilevanti su cui si concentra l'attenzione sono in realtà pezzi di schemi rimossi che sono sfuggiti alla rimozione) sono applicabili a tali dettagli esterni specifici o alla verbalizzazione delle sensazioni viscerali. Il terapeuta può quindi utilizzare queste piccole opportunità per aprire i campi simbolici e interpersonali.



Sintomi come simboli: supporto empirico

Le implicazioni che questo modello comporta circa la dissociazione difensiva negli schemi emotivi e la loro riparazione iniziale grazie alla focalizzazione sui sintomi somatici sono supportate dal lavoro clinico e dalle ricerche empiriche. Rainer Schors di Monaco (comunicazione personale) ha fondato il suo modello originale di trattamento dei pazienti con dolore, che ha un ottimo successo, sull'accettazione del dolore come entità oggettiva con cui il paziente entra in relazione. James Hull (comunicazione personale) ha descritto il trattamento di una paziente con disturbo borderline di personalità. La paziente sentiva che la lingua veniva continuamente tagliuzzata dai suoi stessi denti. Fu solo quando Hull iniziò a indagare attivamente chiedendo alla paziente di descrivere i minimi dettagli di questa sensazione (come avveniva, quale parte della lingua veniva colpita, ecc) che il trattamento cominciò a progredire e un'alleanza di lavoro ad emergere concretamente.

Lo stesso principio è stato studiato empiricamente da Leventhal e colleghi in molti studi (riportati in Leventhal, 1984) in cui i soggetti venivano esposti a dolore ischemico e stress termico prodotto dall'immersione della mano in acqua fredda o da distress prodotto dal blocco della circolazione sanguigna. Soggetti esplicitamente addestrati ad affrontare le sensazioni dolorose hanno riportato una significativa riduzione dell'esperienza del dolore in confronto a soggetti di controllo addestrati a distrarsi dagli stimoli nocivi. I risultati mostrano che la focalizzazione sul dolore può essere terapeutica, anche se la sensazione dolorifica sembra intensificarsi. I risultati derivano dai confronti statistici dei livelli di dolore riferiti nei due gruppi mentre i soggetti non erano consapevoli di questi effetti. Le persone erano consapevoli di avvertire lo stimolo stressante mentre ne erano sottoposte ma non volevano conoscerlo consciamente e quindi non conoscevano l'effetto benefico del focalizzare l'attenzione in questo modo. Secondo Leventhal, l'attenzione concentrata sullo stimolo dolorifico facilita il fatto che esso venga vissuto come evento oggettivo e conduce alla costruzione di processi di coping. Nei termini della teoria del codice multiplo, ciò corrisponde alla facilitazione del processo di simbolizzazione e dei suoi effetti regolatori.

Recenti ricerche che hanno misurato l'Attività Referenziale (AR) sviluppata da Bucci (1984, 1993; Bucci e Miller, 1993) supportano empiricamente la validità terapeutica della focalizzazione š più che della distrazione š sui sintomi somatici come processo di facilitazione della simbolizzazione.

Le misure di AR  valutano l'attività delle connessioni referenziali fra il nonverbale, in particolare l'esperienza emotiva, e le parole, ossia il grado in cui l'esperienza nonverbale può essere tradotta in forme verbali.

Le misure di AR sono stati applicate in uno studio sulla relazione fra somatizzazione, acting out e verbalizzazione in un campione di 50 pazienti borderline ricoverate (Okie, 1991). In base alla premessa metapsicologica della scarica sostitutiva, Okie ha inizialmente predetto una correlazione negativa fra verbalizzazione dell'esperienza emotiva misurata dalle scale di AR e misure di somatizzazione, danni fisici (intenzionali e non) ed acting out, in base alla registrazione giornaliera effettuata dal personale parasanitario. Contrariamente a quanto atteso, Okie ha trovato correlazioni positive e non negative fra AR e sintomi. I pazienti che avevano maggiori sintomi fisici, maggiori danni autolesivi accidentali o intenzionali e più comportamenti con acting out facevano anche un maggior uso del tipo di linguaggio che segnalava la possibilità di accesso all'esperienza emotiva. I risultati della Okie offrono delle controevidenze all'assunto psicoanalitico della scarica sostitutiva e forniscono supporto empirico ad una relazione complementare fra sintomi e formazione di simboli. I pazienti borderline dello studio della Okie possono essere considerati, emotivamente o cognitivamente, attestati ad una fase evolutiva in cui è necessaria un'organizzazione intrapsichica simbolica nonverbale focalizzata su sintomi e agiti preliminare rispetto alla capacità di collegarsi ad altre persone o alle parole.

Le ricerche di Hull, Ellenhorn e Bucci (1990) danno ulteriore supporto a quest'ipotesi ed alle sue implicazioni sulla specificità dello stadio evolutivo. Hull ha trovato una correlazione positiva fra misure di AR e livelli di sintomi (valutati per mezzo della somministrazione settimanale del questionario SCL-90-R) nelle prime fasi di trattamento di una paziente borderline con paralisi isterica. Questa paziente aveva prodotto un linguaggio di elevata AR precocemente nel corso del trattamento quando il livello dei sintomi era elevato. La nostra idea è che il linguaggio vivido, florido, a volte psicotico prodotto in questa fase ha funzionato come facilitatore del focus sui sintomi intesi come simbolo. Ciò può esser visto come un primo passo nella costruzione simbolica, riflettendo i primi stadi di riparazione della dissociazione. In questa prima fase, però, Hull ha trovato anche bassi livelli di raggruppamento dei punteggi di AR indicativi del ciclo referenziale (Bucci, 1993) in cui un linguaggio vivido conduce alla riflessione ed al linguaggio condiviso.

Successivamente nel trattamento, man mano che la paziente migliorava (ed il livello dei sintomi era basso), è stata trovata l'attesa correlazione negativa attesa fra sintomi e AR ed un incremento del raggruppamento di punteggi indicativi del ciclo referenziale. Pertanto la paziente usava i passaggi del linguaggio ad elevata AR non solo per costruire connessioni simboliche all'interno del proprio schema emotivo ma anche per riflettere all'interno del discorso comunicativo e per relazionarsi con il terapeuta, oggetto che allora diveniva disponibile nel campo interpersonale.



Conclusioni: sintomi e significati

La medicina psicosomatica e la psiconeuroimmunologia riconoscono oggi l'esistenza di interazioni diffuse a livello biologico fra sistema nervoso centrale, sistema nervoso autonomo, sistema endocrino e sistema linfatico con influenze di vario grado in tutte le malattie fisiche. I progressi biomedici non sostituiscono affatto l'approccio psicoanalitico, anzi ne sottolineano l'importanza centrale. La somatizzazione, tuttavia, resta largamente al di là della portata dei trattamenti psicoanalitici. Poiché ricercatori nel campo biologico forniscono evidenze solide dell'interazione bidirezionale dei fattori emotivi con la salute fisica, diventa corrispettivamente cruciale sviluppare un modello psicologico che spieghi tali interazioni.

Attraverso un nuovo percorso concettuale, la teoria del codice multiplo ritorna sulla nozione di sintomo come dotato di significati emotivi, così come inizialmente affermato da Freud. Come egli scrisse nel 1900:



Considerando la piena identità esistente tra le peculiarità del lavoro onirico e quelle dell'attività psichica che sbocca nei sintomi psiconevrotici, ci riterremo autorizzati a trasferire al sogno le conclusioni che siamo stati costretti a trarre per l'isteria (1900; tr.it. p.544)



La concezione secondo la quale i sintomi somatici sono modalità significative di espressione e simboli transizionali comporta diverse implicazioni su cui Freud non ha indagato, del tutto incompatibili con le tradizionali teorie basate sulle pulsioni. Nella nuova prospettiva del codice multiplo, possiamo riformulare ed ampliare la posizione freudiana: ci riteniamo autorizzati a trasferire alla somatizzazione le conclusioni sui processi di simbolizzazione che derivano dallo studio dello sviluppo emotivo, dalle libere associazioni e dai sogni.


Wilma Bucci


di Piero Porcelli



Wilma Bucci è docente e direttore di ricerca presso il Derner Institute della Adelphi University di New York. E' una psicoanalista che potremmo inquadrare all'interno di quel composito e variegato movimento internazionale della sperimentazione clinica e della ricerca empirica e teorica denominato "integrazione psicoterapeutica". Al di là delle etichette, però, la Bucci sta tentando un suo personale percorso di ricerca per allargare gli orizzonti della psicoanalisi freudiana verso i contenuti delle neuroscienze, da un lato, e delle scienze cognitive, dall'altro. Si tratta di un'operazione teorica tutt'altro che semplice e non facilmente accettata ma che senza dubbio contiene interessantissimi spunti di riflessione tanto sulla teoria quanto sulla pratica clinica. Fra i suoi contributi, il lettore italiano può far riferimento al suo libro più importante (Psychoanalysis and Cognitive Science, Guilford Press, New York 1997) tradotto in italiano da Giovanni Fioriti Editore di Roma nel 1999 (Psicoanalisi e scienza cognitiva) e ad un articolo (The multiple code theory and the "third ear": the role of theory and research in clinical practice) pubblicato su Psichiatria e Psicoterapia Analitica (1999; 18, 4: 299-310).



La Bucci è nota per il suo modello denominato teoria del codice multiplo che costituisce un approfondimento della differenziazione freudiana del processo primario e secondario. Nella teoria del codice multiplo vengono differenziate tre modalità fondamentali in cui gli esseri umani elaborano le informazioni, comprese quelle emotive, e formano rappresentazioni interne: il modo subsimbolico nonverbale, il modo simbolico nonverbale ed il modo simbolico verbale. L'elaborazione subsimbolica riguarda tutti quegli stimoli (dai sentimenti alle informazioni motorie e sensoriali) non-verbali che vengono processati "in parallelo": ad esempio, riconoscere le emozioni nell'espressione facciale altrui o comporre un brano musicale o riconoscere una voce familiare nella confusione di una festa o arrivare di testa su un cross al momento giusto e all'altezza giusta o, per restare su un terreno più professionale, intuire il timing dell'interpretazione al paziente. L'elaborazione simbolica non-verbale riguarda invece quelle immagini mentali (un volto, una musica, un'espressione o, come cantavano i Beatles, something in the way she moves attracts me like no other woman) che, pur presenti alla coscienza, non possono essere tradotte in parole. La modalità simbolica verbale, infine, riguarda quel potentissimo strumento mentale mediante il quale l'individuo comunica il proprio mondo interno agli altri e conoscenza e cultura vengono trasmesse da un individuo ad un altro. Nel modello della Bucci, i tre sistemi sono governati da principi differenti ma sono anche ovviamente connessi. Per restare nell'esempio dei Beatles, l'emozione provocata da una donna è collegata all'immagine del suo modo di camminare e questa emozione intensa è stata trasformata in parole nel testo di una canzone. La Bucci definisce "processo referenziale" tale complessa connessione che va chiaramente in senso bidirezionale dalle emozioni alle parole e viceversa ed ha anche elaborato strumenti di assessment dell'Attività Referenziale. Gli "schemi emotivi" costituiscono uno dei maggiori organizzatori delle rappresentazioni interne e determinano il modo di costruire esperienze, relazioni interpersonali, esprimere i propri stati emotivi. Da questo punto di vista, sono molto vicini ad altri costrutti cognitivi e psicoanalitici come gli internal working models di Bowlby o il Core Conflictual Relationship Theme di Luborsky. Ne deriva che ogni stimolo interno o esterno che elaboriamo attiva schemi mentali di relazioni (in prima istanza quelli originari derivati dai primi scambi con la figura materna o un suo sostituto) e schemi non-verbali simbolici e subsimbolici di sensazioni, pensieri, attese, comportamenti immagazzinati in memoria. In tal senso, il trattamento psicologico è un tentativo di riparare le scissioni avvenute fra i tre sistemi e di modificare gli schemi emotivi, ossia di connettere o ri-connettere le esperienze patologiche subsimboliche dissociate con la modalità simbolica di esperienza.



Nel lavoro qui riportato, la Bucci illustra la possibilità di applicare la sua teoria del codice multiplo al processo di somatizzazione. Il processo di malattia somatica appare come una dissociazione fra i pattern sensoriali e motori di espressione delle emozioni e le parole, intese come rappresentazioni simboliche degli oggetti di cui facciamo esperienza a livello subsimbolico. Al lettore che ha familiarità con la letteratura psicosomatica apparirà subito evidente come questo modello sia vicinissimo al costrutto di alexithymia ed al concetto di "disregolazione affettiva" elaborato dal gruppo di Toronto composto da Taylor, Bagby e Parker (di cui abbiamo pubblicato su PM la traduzione del lavoro Intelligenza emotiva e cervello emotivo: punti di convergenza e implicazioni per la psicoanalisi. Se la traduzione di alexithymia può essere "emozioni senza parole", il modello di somatizzazione secondo il codice multiplo della Bucci può diventare "stati somatici senza simboli". In questo senso, il lavoro della Bucci si colloca nel movimento contemporaneo della psicosomatica (su cui convergono linee di ricerca diverse, dalla psicoanalisi alle neuroscienze alle teorie cognitiviste) che mira a ripensare le malattie oltre la vetusta dicotomia mente/corpo o malattie organiche e malattie psichiche. L'ultima parte del lavoro riguarda alcune proposte tecniche di trattamento analitico per i pazienti con somatizzazione. Coerentemente con il suo modello, la Bucci ipotizza di produrre connessioni interne nel paziente mediante la focalizzazione dell'attenzione sul sintomo somatico o sul dolore fisico piuttosto che indurre il paziente a distrarsi dalla condizione di malattia. Chi lavora in psicoterapia con i pazienti somatici si renderà subito conto che questa proposta tecnica è in qualche modo sconcertante, il che fa aumentare l'interesse verso i contenuti del lavoro di Wilma Bucci che qui presentiamo.


mercoledì 27 luglio 2011

I neuroni specchio


da www.psicanalisi.it

La scoperta del sistema specchio, nel campo della neurofisiologia, ha permesso di sottoporre a verifica sperimentale la capacità di comprensione delle intenzioni degli altri. Come mai questa scoperta è considerata molto importante dalla comunità scientifica internazionale?



Secondo Rizzolatti si tratta di un cambiamento riguardante la “concezione del sistema motorio che per decenni attribuiva alle aree motorie della corteccia cerebrale un ruolo puramente esecutivo: tradurre in movimenti le informazioni che il nostro cervello elabora, integrando gli stimoli sensoriali e le rappresentazioni mentali” 1 . Alla luce delle ricerche condotto sul sistema dei neuroni specchio, l’intero sistema motorio ha subìto una trasformazione dal punto di vista concettuale, passando da un’immagine molto semplificata ad una di maggiore complessità, in cui prevale una divisione meno netta delle aree cerebrali frontali e parietali, fino a formare un vero e proprio mosaico.



Le intenzioni degli altri



La comprensione delle azioni compiute dagli altri è il meccanismo su cui si basa buona parte della nostra vita sociale.  Alla base della nostra capacità di comprendere le azioni degli altri c’è la cosiddetta “teoria della mente”, ovvero la capacità di inferire gli stati mentali altrui 2 . Grazie a questa capacità metarappresentazionale, il comportamento degli altri acquisisce significato, dotando l’osservatore dell’abilità di “leggere” la mente altrui. Se nel passato, in riferimento agli esperimenti sulle scimmie, si era portati a sottolineare l’aspetto imitativo dell’azione, oggi invece si tende ad evidenziare che i neuroni specchio riflettono un’attività potenziale già presente nel repertorio motorio della scimmia, meccanismo che permette la comprensione del significato degli eventi osservati. Inoltre, il riconoscimento del significato delle azioni non richiede necessariamente un ragionamento, ma si basa su una combinazione di atti percettivi e motori. Più recentemente, la capacità di comprensione delle azioni, dovuta ai neuroni specchio, è stata estesa anche alla possibilità di inferire le intenzioni degli altri. Nel cervello della scimmia ad esempio, mentre questa osserva lo sperimentatore, si assiste all’attivazione di una serie di concatenazioni motorie ritenute capaci di effettuare previsioni e anticipazioni circa l’esito dell’azione osservata.



I ricercatori, quindi, ipotizzando la presenza di un analogo meccanismo anche nell’uomo, effettuano una lunga serie di studi e ricerche in campo elettrofisiologico utilizzando metodi di visualizzazione dell’attività cerebrale quali la risonanza magnetica funzionale. Con la scoperta dei neuroni specchio anche nell’uomo, tuttavia, emerge una maggiore ricchezza e complessità di funzioni rispetto a quanto avviene nella scimmia. Oltre alla capacità di comprendere le azioni e le intenzioni, il sistema dei neuroni specchio è responsabile anche di processi imitativi quali la replica intenzionale delle azioni osservate oppure l’apprendimento di nuove azioni. Come specifica G. Rizzolatti: “l’attivazione di questi neuroni permette la comprensione immediata del significato intenzionale delle azioni degli altri senza la necessità di ogni esplicita o deliberata mentalizzazione” 3 . Questo nuovo modello concettuale non pone più delle rigide barriere tra le differenti funzioni quali la percezione, l’azione e la cognizione, ma suggerisce che solo grazie ad un approccio motorio all’intenzionalità è possibile una comprensione globale di tali meccanismi. La capacità di riconoscere immediatamente il significato intenzionale di un atto motorio ci rende in grado di spiegare le azioni degli altri in termini di credenze o desideri. Parimenti non potremmo spiegare il comportamento altrui in termini di intenzioni, e immaginare le conseguenze, se non fossimo in possesso delle conoscenze motorie che regolano le rappresentazioni coinvolte sia nelle azioni esecutive sia in quelle comprensive. Più semplicemente, le azioni compiute da una persona - singolo atto o concatenazione di atti motori – acquistano per noi un significato,  che lo si voglia o meno, e a prescindere da ciò che la persona in questione ha in mente. Il discorso è valido anche in senso opposto: volenti o nolenti, le nostre azioni possiedono un significato immediato per coloro che ci osservano.



Emozioni in comune



Oltre alle azioni e alle intenzioni, altri importanti fattori, quali ad esempio le emozioni, ci mettono in relazione con gli altri. L’empatia è quel meccanismo capace di mettere la nostra mente in risonanza con quella altrui grazie alla presenza di alcuni specifici sistemi di neuroni specchio, capaci di interessare determinate emozioni primarie quali il disgusto o il dolore. Numerosi studi effettuati in anni recenti hanno permesso di specificare alcune regioni cerebrali che mostrano un forte coinvolgimento nelle reazioni di disgusto a stimoli gustativi e olfattivi, assegnando un ruolo chiave all’area corticale chiamata insula. Wicker e collaboratori hanno dimostrato che se vediamo una persona mentre produce una smorfia causata dal disgusto per una sostanza sgradevole, siamo colpiti dalla stessa sensazione. Questo fenomeno è reso possibile grazie all’attivazione delle stesse aree cerebrali utilizzate quando proviamo in prima persona quella emozione 4 . Recentemente è stato scoperto che l’insula è coinvolta nella ricezione sia dei segnali chimici esterni, come l’olfatto e il gusto, sia in quelli che si riferiscono agli stati corporei interni. La porzione anteriore dell’insula, in particolare, è indicata quale centro di integrazione delle afferenze viscero-motorie. Nell’esperimento di Wicker e colleghi i soggetti vengono prima sottoposti a stimolazioni olfattive, sia disgustose che piacevoli; nella seconda parte invece le stimolazioni sono di tipo visivo, con scene riguardanti persone nell’atto di annusare differenti sostanze sia maleodoranti che piacevoli o neutre. I risultati della ricerca indicano che in alcune aree lo stimolo olfattivo produce una risposta emotiva e che tali zone coincidono con quelle reclutate anche dallo stimolo visivo. Grazie a questo meccanismo i soggetti dell’esperimento sono immediatamente in grado di riconoscere, tra le facce viste nei filmati, le espressioni di disgusto.



Simulazione incarnata



La condivisione delle azioni, delle intenzioni, delle emozioni degli altri è resa possibile grazie alla condivisione dei meccanismi neurali di base. Questa forma di comprensione, che avviene in forma diretta, senza mediazioni, senza consapevolezza e in modo automatico, viene definita da V. Gallese – neurofisiologo dell’Università di Parma - “simulazione incarnata”. L’ipotesi proposta dall’autore considera questo meccanismo di simulazione la base comune per le relazioni sociali. A differenza della Teoria della mente, le rappresentazioni non sono sempre necessarie, mentre invece le esperienze reali vengono simulate quasi automaticamente mediante reazioni corporee. Questo meccanismo è reso possibile, dal punto di vista della neurofisiologia, grazie all’azione del sistema dei neuroni specchio. Nell’affrontare i correlati neurali della cognizione sociale 5 , l’autore pone l’accento sulla necessità di un’attenta valutazione per quanto concerne determinate ipotesi pronte a creare nuovi moduli cerebrali dedicati in modo specifico alla “lettura della mente” o ad altre abilità sociali di tipo cognitivo, come spesso avviene a livello della cosiddetta “psicologia ingenua” (o psicologia del senso comune). Il tentativo di scoprire i meccanismi della cognizione sociale mediante la localizzazione delle intenzioni, credenze e desideri, non è, secondo Gallese, la strategia migliore. Quanto invece emerge dalla ricerca suggerisce che nel cervello dei primati, il sistema premotorio in generale, e in modo particolare il sistema dei neuroni specchio, costituisca la base di diversi aspetti cognitivi delle relazioni sociali: la comprensione delle azioni, delle intenzioni, fino ai meccanismi di elaborazione del linguaggio.



© Alessandro Mura


sabato 4 giugno 2011

Digiune per ubriacarsi, arriva l'anoressia da «happy hour»


 Sfiancanti digiuni di 24, 48 ore. Solo acqua e sigarette per tenersi in piedi fino alle 7 di sera. È il rito pre-happy hour per molte adolescenti anoressiche. Scatta in vista di serate scandite da file di bicchierini di superalcolici bevuti quasi a stomaco vuoto, o dopo avere preso qualcosa dal buffet dell'aperitivo. Nei mille volti dell'anoressia c'è anche questo: si chiama «drunkoressia» ed è una delle spie del disturbo alimentare. In sostanza: astinenza dal cibo per potersi permettere l'abbuffata alcolica. Perchè chi soffre di anoressia è consapevole delle calorie presenti in un cocktail, ma deroga alle rigide regole alimentari che si impone per cedere al fascino dell'alcol, disinibente e facilitatore dei rapporti sociali. E lo fa solo attivando meccanismi preventivi di compensazione. Una sorta di dieta in cui il cibo è sostituito dal bicchiere.



 NUOVO FENOMENO - Il fenomeno è stato osservato e descritto durante un convegno a Milano, da un medico di medicina generale del capoluogo lombardo, Maria Cristina Campanini. E gli esperti confermano: «La tendenza a eccedere con l'alcol è molto diffusa fra anoressiche e bulimiche, che lo usano in relazione al loro disturbo», ha spiega all'agenzia di stampa Adnkronos Salute, Dasha Nicholls, psichiatra dell'infanzia e dell'adolescenza e co-direttore del servizio di Feeding and Eating Disorders nel Great Ormond Street Hospital di Londra. C'è chi affoga nel rum l'ansia di aver mangiato troppo e chi beve per indursi un senso di sazietà. O ancora chi lo fa per superare difficoltà di relazione, o sulla scia di impulsi incontrollabili. Oppure perchè l'alcol è una delle vie più semplici per arrivare a vomitare. «Nel mio studio - ha raccontato la dottoressa Campanini durante il convegno, organizzato dall'ospedale San Paolo di Milano per presentare un progetto per bambini e adolescenti con questi problemi - sono passate diverse ragazze con disturbi alimentari. Di queste due sono morte, una suicida. Ragazze che, una volta costruito un rapporto di fiducia, raccontano delle file durante gli happy hour. Non file per pagare o servirsi al buffet. Ma file di bicchierini superalcolici che bevono, uno dietro l'altro, per sentirsi sazie e disinibite».



BRAVE A SCUOLA E BEN VESTITE - L'identikit della ragazza anoressica? «Ottimi voti a scuola, ben vestita, perfezionista - elenca Campanini - È informatissima su diete e cibi ipocalorici, ha visitato tutti i siti Internet dedicati alla salute e al benessere, e ce ne sono circa 50 milioni sul web. La vedi nella sala d'attesa con l'inseparabile bottiglia d'acqua nella borsa, utile per reintegrare i liquidi». Una volta sul lettino, nega la malattia, chiede lassativi e diuretici, riferisce problemi come la scomparsa delle mestruazioni, fingendo di non capire che sono i classici campanelli d'allarme dell'anoressia. «Al medico queste ragazze chiedono 4-5 certificati di idoneità sportiva - prosegue Campanini - perchè si sottopongono a sfiancanti programmi di attività fisica per tenersi in forma. Fanno danza e palestra e non disdegnano sport durissimi, come quelli che vanno di moda adesso, dall'hydrospinning all'acquagym».



CONFLITTI COI GENITORI - Se sono accompagnate dai genitori, emergono subito i conflitti. «In genere - ragiona il medico - le anoressiche hanno alle spalle una madre oppressiva e un padre assente. Facile, all'inizio, nascondere i problemi con il cibo: saltano la colazione, a pranzo sono sole a casa. Piuttosto che mangiare, fumano un paio di sigarette». A nulla serve metterle di fronte al loro peso irrisorio. «Hanno una percezione alterata del loro corpo - spiega ancora l'esperta - continuano a vedersi grasse anche quando l'ago della bilancia le contraddice».

da www.corriere.it



 


venerdì 13 maggio 2011

Come nasce l'affettività














di Imperia Luz Mezzetti, settebre 2004


 

 


I semi delle nostre esperienze di coppia stanno nelle prime forme d’apprendimento.

Nasciamo con un corredo che è quello delle emozioni (paura, fame, smarrimento, fusionalità, benessere) che ci permette di creare la prima categoria nei confronti del mondo: la categoria del


Piacere/dispiacere.

Chi risponde ai nostri bisogni ha la facoltà di agire in modo più o meno adeguato.

Questo è l’inizio della nostra Comunicazione affettiva

Il primo codice mentale che ci guida alla sopravvivenza biologica e psicologica è quest’emozione piacevole/spiacevole

All’emozione si lega un sentimento, una colorazione positiva o negativa che, quando include un altro dà vita ad un affetto.


Emozione sentimento affetto

Fame negativo (qualità dell’esperienza)


Un meccanismo che va per associazioni, il più semplice, efficace ed economico.

All’inizio della vita siamo legati per la sopravvivenza alla figura materna, perché risponde ai nostri bisogni, noi impariamo che esiste un mondo diviso in due categorie piacere/dispiacere, amico/nemico. Se l’altro risponde al nostro bisogno, quello della nutrizione, dell’accudimento, comunque lo faccia è buono. Questo è l’inizio della nostra comunicazione affettiva: piacere/dispiacere, buono/cattivo, amore/odio


Ogni volta la madre si fa carico dell’angoscia del piccolo nel momento del bisogno, alleggerendolo e insegnandogli a tollerare le piccole frustrazioni, permettendogli di acquistare fiducia nell’altro, nel mondo e nella capacità di richiesta che lui stesso ha messo in atto.

In questo modo il piccolo può acquisire

Fiducia nell’altro: che sarà riconosciuto

Fiducia nel mondo: esistono soluzioni

Fiducia in se stesso: sono capace di agire sul mondo, sono efficace


I fallimenti materni possono essere di due tipi:

1) l’incapacità di soddisfare i bisogni del figlio, nel senso della carenza

2) l’intrusione e l’interferenza nei momenti di quiete


Entrambi i tipi di deficienze materne sono sperimentati dal bambino come una terrificante interferenza nella continuità della sua personale esistenza. Per necessità di sopravvivenza il bambino si sintonizza, prematuramente o coattivamente, con le richieste o le domande degli altri. Se c’è carenza o invadenza nei suoi bisogni il bambino non può permettersi di seguire il suo ritmo naturale, perché deve essere preparato a rispondere a quanto gli si chiede e gli si offre. Perde il contatto con i suoi bisogni e gesti spontanei, quando questi non hanno alcuna relazione con quanto la madre gli offre.

La conseguenza è la scissione tra un “vero sé” ed un “falso sé” su base compiacente.

Il “vero sé”, la sorgente dei suoi bisogni si nasconde, evitando la possibilità di esprimersi. Il bambino diventa l’immagine che la madre ha di lui: Il “falso sé” è la risposta efficace per avere la sensazione di esistere, (anche se all’interno di una immagine pre-formata nella fantasia genitoriale)..

Tuttavia anche nelle circostanze migliori, l’essere una persona è un fenomeno fragile e incerto, e c’è sempre una tensione fra esperienza soggettiva e realtà oggettiva. Tutti noi cominciamo la vita in una totale dipendenza dagli agenti delle cure materne, che riconoscono e facilitano i nostri bisogni e desideri e ci offrono persino la possibilità di conoscerci e di diventare noi stessi. Questa totale dipendenza implica necessariamente una vulnerabilità alle azioni esterne e alle intrusioni. Rimane comunque un inevitabile residuo di autenticità e vulnerabilità, è uno spazio privato di realtà soggettiva, che si conserva sempre inaccessibile agli sguardi pubblici. “Al centro di ciascuna persona, c’è un elemento segregato, e questo è sacro e veramente degno di essere preservato” Essere se stesso, prendere le distanze a “misura di persona” anche da ci aiuta, per esprimere la propria soggettività. Anche il bambino autistico che si percepisce preda di costanti intrusioni, si difende staccandosi dalla realtà per non morire.

Nel corso normale dell’evoluzione ognuno di noi sperimenta se stesso attraverso l’altro, che gli permette di conoscersi, di sperimentarsi.

Questa è una fase necessaria per la costruzione dell’IO, per arrivare al tu.

E’ la fase narcisistica.

La dipendenza di questo primo periodo della vita ci fa vivere in simbiosi con la madre: “lei è il mio proseguimento, la mia risposta (l’unica buona o cattiva), ma per quanto cattiva la conosco e imparo a tenerla sotto controllo, fare nuove esperienze può essere pericoloso”

Le caratteristiche di questa fase sono:

- Simbiosi: istinto di sopravvivenza

- Senza di lei muoio

- La realtà è distorta: lei è un mio proseguimento

- Risposte immediate: non c’è tolleranza

- Lei ha quello che a me manca

- Esaltazione dei sensi…. il piacere dell’eccitazione, tatto, udito, odorato, oralità (bacio)

- Le emozioni sono agite

- La fusione ed il possesso

- L’altro è un oggetto d’investimento del piacere, ci completa

- Per bisogno si tende ad assomigliare all’immagine idealizzata che l’altro ha di noi

- In due formiamo uno

- Nella sofferenza, il disagio, c’è la chiusura.


Questa situazione si ripresenterà più avanti negli anni, nel periodo dei primi innamoramenti.

Analogia con l’innamoramento:



1) Si basa in buona parte sull’attrazione fisica appartiene alla

nostra parte più antica, più riguardante l’istinto


2) la figura del partner viene esaltata fino a divenire un’ossessione “senza di lui/lei la mia vita non ha senso”

3) la realtà viene distorta, tutto è in funzione di lui/lei

4) è fondato solo sul presente, non è un progetto, si alimenta dell’immediato


5) copre una solitudine, una mancanza

6) è esaltazione dei sensi, permette a noi stessi di sperimentarci (IO)

7) la ragione è bandita, le emozioni vengono agite istintivamente senza passare per il pensiero

8) è possesso, tende alla fusione e alla simbiosi

9) si vive l’altro come oggetto d’investimento di piacere o come completamento di se stessi

10) si tende ad assomigliare all’immagine idealizzata

che l’altro ha di noi


11) i due formano uno, quindi annullano una parte di se stessi

12) la sofferenza, la malattia, il disagio smorza il sentimento

lunedì 27 dicembre 2010

Psicoanalisi e Buddismo come istituzioni culturali


Jeremy D. Safran

dal volume:

 Anthony Molino e Roberto Carnevali

"Tra sogni del budda e risvegli di Freud"Freud e il Dalai Lama



 



Sebbene negli anni Cinquanta e Sessanta ci sia stata una ventata di interesse verso il Buddismo da parte di pensatori psicoanalitici come Erich Fromm e Karen Horney, tale interessamento restò in certa misura sotterraneo fino ad anni recenti. Oggi, tuttavia, si assiste ad una marcata rinascita di attenzione per l’argomento, come è evidente dalla popolarità dei testi di autori come Mark Epstein (1995, 1998, 2001), Jeffrey Rubin (1996), John Suler (1993), Anthony Molino (1998) e Barry Magid (2002). I libri di Epstein, in particolare, sembrano aver avuto risonanza sia tra un pubblico di non professionisti che nella comunità psicoanalitica. Quest’accresciuto interesse corre parallelo all’enorme diffusione del Buddismo nella cultura popolare, in cui, per parafrasare la battuta di John Lennon che i Beatles sono più popolari di Gesù Cristo, il Dalai Lama vince con facilità la sfida con Sigmund Freud. Mentre l’analista devoto può considerare sacrilega quest’affermazione, che piaccia o no, il Buddismo dà segno di essere qui per restare all’interno della nostra cultura, e la sua influenza sul pensiero psicoanalitico è in aumento.



Come possiamo comprendere il crescente interesse verso il Buddismo da parte degli psicoanalisti? La psicoanalisi apparve all’inizio del ventesimo secolo, quando la visione laica del mondo era dominante. Durante questo periodo la prospettiva modernista e le significative imprese del razionalismo scientifico stavano rendendo sempre più difficile, per molte persone, credere in Dio. Freud (1927, 1930) riconobbe che una delle funzioni primarie della religione è quella di fornire alle persone conforto nel fronteggiare le inevitabili crudeltà e ingiustizie della vita. Ma egli sostenne che la religione rappresenta un tentativo immaturo e auto-deludente di trovare conforto nella fiducia che esista una figura di padre onnipotente e divino. D’altra parte, come molte persone laicamente orientate, egli ripose la sua fede nella scienza.



Oggi, all’inizio del ventunesimo secolo, le persone non hanno più la fede nella scienza che avevano un tempo, e il vuoto esistenziale creato dalla morte di Dio è diventato più pronunciato che mai. È ormai chiaro che la psicoanalisi non è una scienza come lo sono la fisica o la chimica, ma è piuttosto una forma laica di spiritualità. In qualche modo essa svolge la funzione di riempire il vuoto che un tempo era riempito dalla religione. Ma la psicoanalisi non si concentra in modo estensivo sulle domande esistenziali profonde che si pone la religione: qual è il significato della vita nell’affrontare la nostra mortalità? In che modo noi, come individui, ci inseriamo in un cosmo più grande? Come troviamo il senso nel mezzo del dolore, della sofferenza e del lutto, che fanno inevitabilmente parte della vita?



Sebbene molte persone nella nostra cultura sperimentino un forte desiderio di spiritualità, è difficile, se non impossibile, per qualcuno con una visione secolare del mondo, tornare alla prospettiva religiosa dei tempi pre-moderni. Come ha sottolineato il sociologo Philip Reiff (1966), l’uomo religioso dei tempi pre-moderni è stato sostituito dall’uomo psicologico, e la psicoanalisi ha giocato un ruolo importante in questa trasformazione. Uno degli aspetti del Buddismo che attrae una cultura laica e psicoanalitica è il fatto di non essere una religione nel modello giudaico-cristiano, con il credo in Dio e una dottrina teologica che chiede un salto nella fede. Secondo Stephen Batchelor (1997), il Buddismo è una “religione senza credenze”, o, nelle parole di Alan Watts (1996), “una religione della non-religione”. Questo rende il Buddismo una religione attraente per l’uomo post-religioso, post-moderno, con la fame di religione ma non abbastanza stomaco per nutrirsi di credenze religiose.



Sebbene l’affermazione che il Buddismo non richiede alcun tipo di fede religiosa sia fino ad un certo punto vera, la realtà è più complessa. Il Buddismo, come la psicoanalisi, è una tradizione eterogenea con scuole differenti e principi in conflitto tra loro e apparentemente contradditori. Sia il Buddismo che la psicoanalisi sono istituzioni culturali che originariamente si sono sviluppate come espressione dei valori e delle complesse tensioni e contraddizioni all’interno delle loro culture d’origine. Entrambi sono sistemi di cura che si sono evoluti nel tempo, così come si è evoluta la cultura, come si è evoluta la configurazione del sé e come le nuove culture li hanno assimilati. Ed entrambi hanno trasformato le culture nelle quali si sono sviluppati. La psicoanalisi di oggi è molto diversa da quella freudiana, e la psicoanalisi americana è molto diversa da quella francese. Il significato del Buddismo è estremamente differente per un contemporaneo nordamericano o europeo, per un buddista indiano dell’Età Assiale e per un buddista cinese del Medioevo; e la funzione giocata dall’assimilazione delle idee buddiste all’interno della teoria e della pratica psicoanalitica può essere compresa solo se sappiamo qualcosa sul modo in cui questo processo di assimilazione esprime i valori culturali, le tensioni e i problemi contemporanei.



In quest’introduzione esamino i contesti culturali in cui psicoanalisi e Buddismo sono apparsi e i modi in cui essi si sono sviluppati. Prendo anche in esame alcune delle tensioni interne con cui sia la psicoanalisi che il Buddismo si sono dibattuti nel corso del tempo, così come i diversi modi in cui queste due tradizioni hanno rispecchiato tali tensioni. Una delle fonti di questa lotta in entrambe le prospettive è stata la tensione tra il polo dell’agnosticismo (o ateismo) e quello della fede (o dedizione). Un’altra fonte è da rintracciare nella tensione tra il polo dell’orientamento individualistico e quello comunitario. Attraverso un confronto cross-culturale, inizio un dialogo tra Buddismo e psicoanalisi, con l’obiettivo di esplorare vari modi in cui le due tradizioni possono completarsi a vicenda.



Le origini culturali della psicoanalisi



Come ha dimostrato Reiff (1966), la psicoanalisi si è sviluppata in un periodo in cui i valori e i simboli religiosi tradizionali, che tenevano insieme la comunità, si stavano sgretolando. I sistemi religiosi giocano un doppio ruolo: quello di integrare l’individuo con la comunità e quello di fornire un sistema di simboli e valori condivisi che sostengano le persone quando attraversano esperienze emotivamente difficili. Questi sistemi tradizionali di cura funzionano attraverso l’attribuzione di un qualche significato alla sofferenza dell’individuo, e attraverso la reintegrazione della persona alienata nella comunità. Questo processo di cura implica un atto di fede e dedizione verso i valori della comunità e, attraverso tale dedizione, l’individuo sperimenta la salvezza. Per questa ragione, Reiff definisce questi sistemi tradizionali di cura terapie della dedizione. Perché questo tipo di terapie funzionino, ci deve essere una comunità integra e coerente alla quale affidarsi. Quando comparve la psicoanalisi, la visione religiosa del mondo, che aveva dominato la cultura occidentale, non stava più funzionando in modo coesivo e completamente vitale. Il sistema tradizionale di valori si stava frammentando. Neitzsche aveva già annunciato la morte di Dio, e la visione laica del mondo si stava assicurando il suo ascendente sulla mente moderna. Reiff reputa la psicoanalisi qualitativamente diversa dai sistemi di cura tradizionali. Dal suo punto di vista, la psicoanalisi non è una terapia della dedizione, bensì un approccio che libera le persone dal tipo di dedizione richiesta dalla religione tradizionale e dalle altre istituzioni sociali.



Come fa notare l’autore, l’obiettivo della psicoanalisi, per Freud, non era quello di aiutare l’individuo a riaffidarsi ai valori della comunità, ma piuttosto quello di insegnargli ad affrontare gli aspetti conflittuali del vivere come singolo separato dalla comunità. Parte della preoccupazione di Freud riguardava il fatto che il sistema culturale di valori esistente fosse repressivo o, meglio, che le persone rispondessero alle richieste della società reprimendo duramente o rigidamente i loro istinti, dando così origine ai sintomi psichici. Egli sottolinea l’importanza del diventare consapevoli delle nostre passioni istintuali sotterranee, e utilizzare quindi le capacità razionali per modularle o domarle in modo riflessivo, invece di farlo in maniera rigida. In questo modo Freud credeva che le persone potessero sviluppare la capacità di scegliere come agire, evitando di essere governate inconsciamente dalle passioni istintuali o dalle rigide difese inconsce contro tali passioni. La sua attenzione era quindi rivolta alla rinuncia razionale, invece che alla repressione irrazionale o inconsapevole.



Così, secondo Reiff, l’analista, a differenza del prete, che è il portavoce di una religione organizzata, “parla per l’individuo sepolto vivo, per così dire, nella cultura. Così, per essere liberato da un super io culturale tirannico, deve essere coricato in modo corretto nel mondo presente. L’analisi non è un’iniziazione, bensì una contro-iniziazione per porre fine al bisogno d’iniziazioni” (1966, p. 77). Freud non era interessato a fornire alle persone una qualsivoglia forma di salvezza. Per molti aspetti, il suo sistema di valori era coerente con i valori della scienza e dell’età moderna. Da questa prospettiva, la conoscenza è potere, e la conoscenza di sé permette di scegliere. Secondo il pensiero di Freud l’individuo maturo è realista, e una persona realista non ha bisogno delle rassicurazioni della religione, che egli considerava un’illusione.



Ma, come osserva Reiff, c’è sempre stata una continua conflittualità interna alla psicoanalisi fra l’insistere di Freud sul fatto che essa non è una terapia della dedizione nel senso religioso tradizionale e il bisogno di trovare il modello di senso e redenzione offerto dalle più tradizionali istituzioni culturali di salvezza. In contrasto con “l’ermeneutica del sospetto” (Ricoeur, 1970) di Freud, Alfred Adler propose una filosofia di dedizione sociale. Jung tentò di portare una ventata di nuovo nella religione, trasferendo le divinità dentro l’uomo come archetipi. Reich sviluppò una psicologia basata sul misticismo sessuale/energetico. Più di recente, analisti come Wilfred Bion (1970), Michael Eigen (1998) e James Grotstein (2000) hanno sviluppato approcci che tentano di incorporare nuovamente lo spirituale attraverso ciò che può essere pensato come un modello di misticismo psicoanalitico.



Inoltre, ciò che Reiff mancò di comprendere è che, per certi aspetti, la psicoanalisi stessa è una terapia di fede o dedizione. Sempre più gli analisti stanno rendendosi conto che il processo analitico non è esente da suggestioni e persuasioni, e che un certo grado di indottrinamento nel sistema di valori dell’analista è sia inevitabile che auspicabile. Irwin Hoffman (1998) è stato particolarmente esaustivo nella sua disamina sul ruolo giocato dall’“autorità analitica”. Egli ci ricorda che Freud stesso (1926) pensava all’analista come a un “pastore laico” e riconosceva che egli gioca il ruolo di un’intima, amorevole autorità che è in continuità col tipo di autorevolezza che hanno i genitori. Freud credeva che questo ascendente dovesse essere usato per convincere i pazienti a venire a patti con la verità sui loro mondi interno ed esterno.



Partendo dall’idea di Freud di psicoanalisi come post-educazione, Hoffman prende a prestito il concetto sociologico di socializzazione secondaria (Berger e Luckmann, 1967) per spiegare il meccanismo attraverso il quale la relazione analitica influenza il processo di cambiamento. Egli sostiene che, esattamente come la prima costruzione di realtà del bambino è forgiata sul crogiuolo di relazioni umane affettivamente intense caratterizzate dalla dipendenza dai genitori, il cambiamento che avviene in psicoanalisi dipende inevitabilmente dal nuovo processo di socializzazione in cui l’analista funziona come un’autorità intima e amorevole. Così, a differenza di Reiff, che si sforza di distinguere la psicoanalisi dal tipo di cambiamento che ha luogo in quelle che egli definisce terapie della dedizione, molti analisti contemporanei ritengono che la psicoanalisi coinvolga inevitabilmente qualche grado di socializzazione all’interno del sistema di valori dell’analista e della comunità analitica (v. Hoffman, 1998; Renik, 1996)1.



Un altro aspetto che avvicina la psicoanalisi ad elementi della terapia della dedizione è la tendenza a sviluppare posizioni dottrinali a cui il fedele deve aderire per poter essere considerato un “vero analista”. Come hanno sottolineato Greenberg e Mitchell (1983), per molti anni la teoria delle pulsioni di Freud ha costituito la cartina di tornasole per verificare se uno era un vero analista, e il rifiuto della teoria pulsionale poteva portare alla scomunica dalla professione. Persino all’interno dei circoli post-moderni e pluralistici il credo nell’importanza di “gettare via il libro”, sta diventando una sorta di nuova dottrina (Hoffman, 1994; Greenberg, 2001).



La psicoanalisi e la cultura dell’individualismo



Un altro importante cambiamento nella sensibilità psicoanalitica, che ha avuto luogo nel corso del tempo, ha coinvolto un aumento dell’enfasi sull’importanza dello sviluppo di un autentico e vitale senso del sé e sulla costruzione di un significato personale. Freud insisteva sull’importanza di imparare a mediare i conflitti tra gli istinti e la civiltà in modo costruttivo. Come ha intuito Mitchell, molti analisti contemporanei sono più interessati ad aiutare i pazienti a costruire un senso personale per se stessi: “Ciò di cui il paziente ha bisogno non è una rielaborazione razionale delle fantasie infantili inconsce; ciò di cui egli necessita è una rivitalizzazione ed espansione della sua capacità di generare esperienze che sente come reali, significative e preziose… Se l’obiettivo della psicoanalisi ai tempi di Freud era la comprensione razionale e il controllo (processo secondario) sugli impulsi conflittuali guidati dalle fantasie (processo primario), oggi si pensa all’obiettivo della psicoanalisi più in termini di consolidamento di un senso di identità più ricco ed autentico” (1993, p. 24).



Questo cambiamento nella sensibilità psicoanalitica corrisponde a un importante cambiamento nel panorama culturale dai tempi di Freud ad oggi. La psicoanalisi nacque in un periodo in cui l’individualismo era in procinto di diventare più forte. Nella cultura vittoriana al tempo di Freud, il sé era visto come pericoloso, e l’enfasi era posta sulla padronanza di sé e sull’auto-controllo (Cushman, 1995). Nel corso dell’ultimo secolo, la cultura dell’individualismo ha continuato ad evolversi, e l’individuo è diventato sempre più isolato dalla comunità. Questo costituisce una lama a doppio taglio: da un lato, la persona più individualista della cultura contemporanea è più libera dall’influenza potenzialmente soffocante della comunità; dall’altro lato, è esclusa dal senso di pienezza di significato e benessere che può provenire dall’essere integrato in una comunità più ampia.



Secondo Philip Cushman (1995), la disintegrazione della rete unificante di credenze e valori, che ha sempre riunito le persone e dato significato alla vita, ha portato allo sviluppo di ciò che egli definisce il sé vuoto. Questo sé vuoto sperimenta l’assenza di tradizione, comunità e significato condiviso, come un vuoto interiore, una mancanza di convinzione personale e di valore, e una fame emozionale cronica e indifferenziata.



Christopher Lasch (1979), descrivendo una disposizione d’animo simile, ritiene che il crollo dei valori culturali tradizionali e la frammentazione delle strutture sociali che hanno per lungo tempo fornito una rete unificante di significati, abbiano portato allo sviluppo di una cultura del narcisismo. L’individuo, nella cultura contemporanea, tende ad essere narcisista nel senso che ha un’idea grandiosa o esagerata della sua unicità e delle sue capacità. Questo senso di sé grandioso e iper-individuato, è un tentativo difensivo di far fronte al sottostante senso di fragilità e isolamento che risulta dal crollo delle strutture sociali tradizionali e delle reti unificanti di significato. Secondo Lasch, le istituzioni di psicoanalisi e psicoterapia si sono assunte il compito di riempire il vuoto culturale lasciato dal crollo delle istituzioni culturali tradizionali. Il rischio, tuttavia, è che la psicoanalisi e le altre forme di psicoterapia, possano perpetuare o esacerbare la patologia cui stanno cercando di porre rimedio. Focalizzandosi sull’arricchimento del sé, esse possono creare un individualismo patologico. La popolarità di teorici come D. W. Winnicott, con l’insistenza sul vero sé, ed Heinz Kohut, con la normalizzazione del narcisismo, può essere interpretata come un riflesso del senso di individualismo radicato nella cultura contemporanea2.



Mentre un tempo le persone consideravano la soddisfazione come il sottoprodotto di una vita buona e morale, nella cultura contemporanea la ricerca della felicità rischia di diventare un obiettivo fine a se stesso. Si verifica, quindi, una perpetuazione del fine narcisistico di raggiungere l’auto-miglioramento o di sostenere il sé. A causa del senso d’isolamento prodotto dal crollo delle strutture sociali tradizionali, le persone diventano sempre più disperate nella loro ricerca d’intimità. Tuttavia, l’intimità diviene irraggiungibile come conseguenza delle stesse circostanze che, in primo luogo, riconducono all’intensificarsi della ricerca d’intimità. La vera intimità implica il lasciare andare i rigidi legami sé-altro che sono necessari per mantenere le difese narcisistiche. Proprio perché le persone sono così preoccupate di sostenere le difese narcisistiche, l’intimità diventa sempre più inafferrabile. Inoltre, a causa dell’intenso isolamento che consegue al crollo delle tradizionali strutture sociali, le persone hanno aspettative irrealistiche sulle loro relazioni intime, o pongono domande non realistiche su di esse, condannandole così al fallimento. La gente cerca, nelle proprie relazioni intime, quel tipo di trascendenza che tradizionalmente veniva dalla religione.



Gli sviluppi relazionali e la svolta postmoderna



Uno dei più importanti sviluppi nella psicoanalisi contemporanea è rappresentato dalla prospettiva relazionale (Aron, 1996; Benjamin, 1988; Ghent, 1989; Mitchell, 1988). Tale prospettiva coinvolge una moltitudine di sviluppi teoretici collegati, che hanno in comune il fatto di porre l’enfasi sul campo relazionale come unità base di studio, anziché sull’individuo come entità separata. Gli esseri umani vengono considerati esseri fondamentalmente relazionali per natura; la mente è vista come composta da configurazioni relazionali e il sé si considera formato in un contesto relazionale. Anche se i teorici relazionali fanno risalire le loro radici indietro fino a Sandor Ferenczi, il crescente impatto di questa prospettiva sul panorama tradizionale è, io credo, un riflesso dell’intensificarsi della crisi dell’individualismo nella cultura contemporanea: può in parte essere visto come un tentativo di rimediare agli eccessi di una prospettiva più individualistica. È anche interessante notare che, anche se la prospettiva relazionale sintetizza i panorami teoretici di entrambi i lati dell’Atlantico, la cultura americana ha giocato un ruolo particolarmente significativo nella sua origine e nel suo sviluppo. Credo che questo rifletta quel senso d’individualismo e isolamento che era estremamente intenso negli Stati Uniti. Sebbene la prospettiva relazionale possa essere considerata un correttivo all’eccessivo individualismo della cultura contemporanea, ad un altro livello essa rappresenta un’ulteriore incarnazione di quell’individualismo. Enfatizzando la reciprocità della relazione analitica e il coinvolgimento dell’analista nel campo relazionale, essa mette in dubbio le fonti tradizionali dell’autorità analitica. Questo è in accordo con l’enfasi democratica, posta da Western, alla sfida nei confronti della tradizione e del collocare l’autorità all’interno dell’individuo invece che nell’istituzione sociale.



Un’altra importante tendenza nel pensiero psicoanalitico contemporaneo è rappresentata dalla svolta postmoderna. Sempre più analisti stanno evidenziando la natura costruita della conoscenza umana, e i conseguenti limiti della nostra comprensione come analisti (Hoffman, 1988; Mitchell, 1993; Stern, 1977). L’epistemologia costruttivista afferma che la realtà è intrinsecamente ambigua, e prende forma solo attraverso la nostra interpretazione. Questa prospettiva ha profonde implicazioni per la natura dell’autorità analitica e procede parallelamente alla crescente democratizzazione della relazione terapeutica.



Associato con la svolta postmoderna, c’è stato un cambiamento in favore della visione del sé come multiplo, anziché come unitario (Bromberg, 1998; Mitchell, 1993; Pizer, 1998). Tale cambiamento è il riflesso di una modifica simile avvenuta all’interno di una serie di discipline diverse, come la filosofia, la critica letteraria, l’antropologia, la psicologia sociale, le scienze cognitive e la neuropsicologia. Anche se è al di fuori dello scopo di questo scritto discutere estesamente dei fattori che sottostanno a questo cambiamento culturale diffuso, vale la pena di indugiare per un momento sul suo significato all’interno del pensiero psicoanalitico, dati i paralleli tra la concettualizzazione psicoanalitica del sé come multiplo e la concezione buddista del sé.



Nel pensiero postmoderno, una delle spinte principali che sottostanno alla decostruzione del sé è quella di sfidare le funzioni potenzialmente oppressive della tradizione e dell’autorità. Jacques Derrida, per esempio, “uccide” l’autore del testo togliendogli la sua autorità ultima, sostenendo che il significato finale di un testo non può essere determinato in base alle intenzioni dell’autore. Costruire il senso è un’impresa ermeneutica senza fine, e la nozione di verità viene sostituita con un incessante gioco di infiniti significati. Michel Foucault mette in dubbio ciò che egli considera l’illusione del sé come agente autonomo e libero, analizzando il modo in cui reti decentrate e intricate di relazioni di potere all’interno della società conducono alla costruzione dell’esperienza soggettiva della personalità.



L’attuale interesse della psicoanalisi per la molteplicità del sé è stato senza dubbio influenzato dalla natura singolare di questo tipo di pensiero. Tuttavia sono presenti altri influssi. Susan Fairfield (2001), per esempio, sostiene che le teorie della personalità non catturano con precisione una qualche realtà sottostante, ma sono invece modellate sulla base dei vari bisogni intrapsichici dell’analista. L’autrice attira la nostra attenzione sulla mediocrità nascosta che spesso si associa alle critiche dei monisti (i sostenitori del sé unitario), che si aggrappano alla confortante convinzione che ci sia un sé stabile, coeso e unico. Sottolinea anche l’aggressività potenzialmente associata al desiderio di sfidare i limiti convenzionali, e suggerisce che il vedere il sé come multiplo possa anche rappresentare una misura controfobica per vincere la paura della frammentazione del sé, sostenendo che il sé sia realmente frammentato.



Mitchell (2001), mentre applaude alle riflessioni della Fairfield sul perché uno dovrebbe vedere il sé come multiplo, fa anche luce sulle implicazioni cliniche di questa prospettiva. La sua tesi centrale è che l’adozione della prospettiva del sé multiplo aiuta a liberarci da una visione della salute mentale che enfatizza il conformismo. In una discussione che ricorda in qualche cosa Jacques Lacan, egli afferma che l’insistenza ego-analitica americana sull’integrazione dell’io tende a valorizzare l’analisi e la sintesi razionali, e a patologizzare l’intensità emotiva. Al contrario, l’apertura ad una varietà di diversi stati dell’essere conduce a una maggiore imprevedibilità e passione nella vita. È interessante notare che, per certi aspetti, la comprensione di Mitchell delle implicazioni cliniche della molteplicità del sé è coerente con la sua iniziale enfasi sulla centralità dell’arricchimento e della rivitalizzazione del sé (Mitchell, 1993). Questa sensibilità è in accordo con l’affermazione della Fairfield che gli analisti americani tendono a vedere il sé multiplo come una “cornucopia” di possibilità.



Le origini del Buddismo



Il Buddismo ha avuto origine nel quinto secolo a. C., in quello che oggi è il nordest dell’India. Durante questo periodo la civiltà indiana era sottoposta a uno straordinario fermento: la società rurale e l’economia agricola stavano venendo gradualmente rimpiazzate da un’economia di mercato e dai centri urbani. Una classe di mercanti culturalmente nuova, diversa e sofisticata, era in ascesa; i tradizionali valori culturali e le credenze religiose venivano messi in dubbio, e un accresciuto senso di individualismo stava emergendo. Esattamente come l’individualismo di oggi è un’arma a doppio taglio, anche il crescente individualismo in India sembra essersi associato sia col malessere che con l’eccitazione.



La società agricola nella quale il Buddismo si è sviluppato era statica e conservatrice; era rigidamente divisa in quattro caste gerarchiche: i preti, i guerrieri, i contadini e i servitori. Queste caste erano ereditarie e si pensava rispecchiassero l’ordine archetipico del cosmo. La condotta etica consisteva nell’adempiere ai doveri e alle responsabilità propri di ogni casta. Questa visione del mondo, se fornisce struttura e coesione, lascia però poco spazio al cambiamento sociale e alla coscienza individuale. I Brahmani, o sacerdoti, erano i soli in possesso della sacra conoscenza dei Veda, che dettavano le responsabilità delle caste e le relazioni tra esse. Era dovere e compito dei Brahmani eseguire i vari riti sacrificali, incluso il sacrificio degli animali, per controllare l’universo.



Nel periodo precedente alla comparsa del Buddismo, una nuova tendenza religiosa aveva iniziato a diffondersi, la tradizione upanishadica. Essa comportava una reinterpretazione dei Veda, che enfatizzava l’importanza del significato interno delle cose, rispetto all’espressione esterna e magica dei riti sacri; allo stesso tempo conservava il sistema delle caste. Centrale nella filosofia upanishadica è il concetto di atman, che è l’equivalente, per alcuni aspetti, della nostra idea di anima. L’atman è l’essenza della persona, che trascende l’esperienza fenomenica. Esso è quindi il sé reale in contrapposizione al sé sperimentato. Questo atman è concettualizzato come coincidente con l’essenza unica e unificata che sta al di là delle apparenze. L’esperienza individuale di sé, come tutti i fenomeni al mondo, è quindi un’illusione, dietro cui si nasconde la realtà trascendente in cui tutti i fenomeni sono uno. L’incapacità di vedere al di là di questo velo d’illusione mantiene le persone intrappolate nel dolore dell’individuazione e nella sofferenza di vita e morte. Quelli che falliscono nel riconoscere la loro vera natura come parte dell’essenza universale sperimentano il dolore e la pena di vivere e, dopo la morte, rinascono ancora all’interno di cicli infiniti di vita e di morte. L’obiettivo è riconoscere la natura illusoria del sé e unificare il vero sé, o atman, con la sottostante essenza universale. Le condizioni storiche che hanno portato a percepire la vita come piena di dolore possono essere oggetto di speculazione. Può essere stato in parte collegato allo stress associato all’aumentata civilizzazione e al crollo dei valori tradizionali. Il rapido sviluppo dei centri urbani può aver generato un incremento dell’incidenza delle pestilenze (Gombrich, 1988). Lasciando da parte le condizioni che hanno dato origine a questa prospettiva, tuttavia, una delle sue conseguenze è stata la svalutazione dell’esperienza terrena dei sensi, in favore di quella trascendente.



Le due pratiche principali usate per guadagnare la trascendenza erano la meditazione e la mortificazione della carne. La meditazione, in questo contesto, comportava lo stare seduti in silenzio utilizzando una varietà di tecniche di concentrazione per mettere a fuoco la mente, placando così il pensiero discorsivo. La mortificazione della carne implicava il sottoporsi a varie condizioni fisiche estreme di freddo, caldo, fame e così via, come modo per vincere le richieste del corpo, sperimentando così la trascendenza.



Il Buddismo delle origini può essere compreso, sotto diversi aspetti, come reazione a questa visione del mondo. Prima di tutto, il Budda negava l’esistenza di un atman o di qualsiasi sé trascendente o anima. Allo stesso tempo, egli non ha mai pensato che il sé non esistesse (come spesso è stato interpretato), piuttosto riteneva che il sé fosse incoerente, nel senso che si costruisse momento per momento sulla base di una varietà di componenti: memorie, sensazioni fisiche, emozioni, concetti, disposizioni (incluso sia il condizionamento inconscio che quello ereditato) e così via. Inoltre egli aveva capito che la costruzione del sé è sempre influenzata da cause e condizioni costantemente mutevoli. C’è qualche somiglianza tra questo insegnamento del Budda e la formulazione upanishadica dell’atman: in entrambi i casi, il presupposto è che l’esperienza del sé come entità consistente e isolata rappresenta il cuore del problema, e la modifica di tale esperienza costituisce la soluzione.



La prospettiva buddista, tuttavia, è, per molti aspetti, più moderata. Prima di tutto, non concettualizza il sé individuale come illusorio, ciò che è illusorio, ancora una volta, è l’esperienza del sé come consistente o immutabile. Dal punto di vista buddista, il sé, come ogni cosa al mondo, è transitorio o impermanente. La morte, la malattia e il lutto sono ineliminabili aspetti della vita. La sofferenza è il risultato del tentativo di aggrapparsi a ciò che si desidera, evitando ciò che causa dolore. La liberazione emerge come conseguenza del riconoscere la natura impermanente della realtà, e a seguito della liberazione dal desiderio di essere auto-centrati. Non c’è un sé trascendente che debba essere realizzato, come nella visione upanishadica, e quindi non c’è un sé che sia separato dagli aggregati della forma e dell’esperienza psicologica o mentale. Da questo punto di vista, la prospettiva buddista è meno dualistica della visione upanishadica, e si presta di meno a dare origine a forme estreme di ascetismo. Il Budda ha vigorosamente rifiutato l’ascetismo estremo come pratica spirituale e ha proposto, invece, ciò che viene definito come La Via di Mezzo, che rappresenta una via intermedia tra i due estremi dell’ascetismo da un lato e dell’edonismo e della sensualità dall’altro. L’obiettivo nel Buddismo diventa, quindi, non tanto quello di trascendere l’esperienza terrena, quanto quello di trovare un modo più saggio di vivere al suo interno.



Questa differenza viene fuori nel tipo di tecniche meditative utilizzate nelle due diverse tradizioni. Nella tradizione upanishadica, la meditazione tende a coinvolgere la concentrazione dell’attenzione su di un oggetto di focalizzazione, con lo scopo di vivere un’esperienza di assorbimento. Ciò porta a un ritiro dei sensi dall’esperienza terrena, a una riduzione della stimolazione interna e alla conseguente esperienza di pace o tranquillità, che si ritiene associata alla realtà trascendente che si desidera raggiungere.



Questa forma di meditazione, che qualche volta viene definita meditazione di concentrazione, costituisce una delle forme di meditazione buddista, ma, di per sé, non è considerata sufficiente per arrivare alla liberazione. La seconda forma di meditazione, che ha un ruolo centrale nella maggior parte delle tradizioni buddiste, consiste in un’osservazione distaccata della propria mente. La meditazione di concentrazione gioca un ruolo importante nell’aiutare l’individuo a sviluppare la capacità attenzionale necessaria per osservare la propria esperienza in modo pieno, ma il vissuto di assorbimento meditativo non è l’obiettivo. Il fine di questa seconda forma di meditazione, che viene definita meditazione dell’insight o meditazione di visione profonda, è quello di aiutare chi medita a sviluppare una maggiore consapevolezza della molteplicità dei contenuti della coscienza come essi si rivelano, e una capacità duratura di mantenere un atteggiamento di accettazione non giudicante dell’intera gamma dell’esperienza. Quest’obiettivo è in accordo con l’enfasi che la tradizione buddista pone sull’imparare a vivere pienamente in questo mondo, invece che ricercare esperienze che vadano oltre quella terrena. La meditazione di visione profonda porta ad un maggiore apprezzamento della natura impermalente e sempre mutevole di tutti i fenomeni, incluso il sé. Essa conduce anche ad apprezzare il ruolo che la mente gioca nella costruzione della realtà.



Un’altra importante caratteristica del pensiero buddista delle origini è il rifiuto di tutte le speculazioni metafisiche. Da questo punto di vista esso, almeno nella sua prima forma e in alcune varianti contemporanee, è essenzialmente pragmatico e agnostico per natura. È pragmatico in senso filosofico (v. Rorty, 1982), nella misura in cui la verità è definita come ciò che è efficace nell’alleviare la sofferenza umana. Ed è agnostico nel senso che rifiuta di impegnarsi in speculazioni metafisiche. C’è un racconto in cui il Budda usò l’analogia di un uomo colpito da una freccia. In una situazione di tale urgenza, domande come chi ha costruito la freccia e che tipo di arco è stato usato sono irrilevanti. Ciò che è centrale è il fatto pratico di rimuovere la freccia. Inoltre, affidarsi a una visione metafisica o a una dottrina teologica è una forma di asservimento, e interferisce con l’apertura indispensabile per arrivare all’illuminazione o al risveglio della vera esistenza.



Una delle implicazioni di questa caratteristica del primo pensiero buddista è stata quella di minare la struttura teologica alla base del sistema delle caste. A livello sociale, poi, il pensiero buddista delle origini è stato una forza profondamente democratizzante. Ha sovvertito l’autorità della classe dei sacerdoti e negato il valore delle pratiche rituali di natura magica. Il comportamento etico non è più stato definito sulla base dell’adempimento del proprio dovere come membro di una classe, e non è più derivato nessun beneficio dall’osservanza dei rituali o dal dipendere dalla classe dei sacerdoti. Invece, l’azione etica è stata definita in termini di azione disinteressata, secondo i precetti dell’agire corretto.



Per molti aspetti, la spinta della prima tradizione buddista è stata analoga a quella della Riforma Protestante in Europa. I primi buddisti erano interessati a purificare la tradizione upanishadica dagli aspetti che vedevano come problematici, esattamente come Lutero e Calvino volevano purificare la cristianità. Essi desideravano sradicare gli elementi magici e di superstizione, eliminare i rituali vuoti e stabilire un rapporto più diretto tra l’individuo e l’esperienza della salvezza (o ciò che i buddisti definiscono illuminazione). Proprio come la Riforma Protestante conteneva un aspetto democratizzante, nel mettere in dubbio il ruolo del clero come intermediario, incaricato da Dio, tra l’individuo e Dio stesso, allo stesso modo il Buddismo ha eliminato il ruolo, sancito dalla divinità, della classe dei sacerdoti, e ha enfatizzato la responsabilità dell’individuo per il proprio destino spirituale. E come il tentativo di liberare la cristianità dagli elementi magici ha avuto conseguenze sia desiderabili che indesiderabili, così anche il tentativo del Buddismo di purificare la religione indiana dai suoi aspetti magici ha avuto le stesse conseguenze. Entrambe le prospettive hanno posto grande insistenza sul significato interno della spiritualità, ma entrambe hanno sacrificato parte del magico e del mistero di cui il cuore dell’uomo è affamato.



Conflitto ed evoluzione all’interno del pensiero buddista



Fin dal principio, nel Buddismo si è animato il conflitto tra la prospettiva pragmatica/agnostica, che fonda la sua anima, e il bisogno di fede, di certezze epistemologiche e di assoluti metafisici. Per diversi aspetti, questo corre parallelo al conflitto, all’interno della psicoanalisi, tra la visione di Freud della psicoanalisi come un approccio puramente razionale, scientifico e analitico, e la tendenza a dare vita a una nuova terapia della fiducia e della cura. Un omologo di questo conflitto può essere individuato nell’evoluzione della filosofia buddista. La filosofia e la psicologia buddiste degli inizi erano codificate in un corpo di scritti, chiamato Abhidharma. Questi testi pongono l’accento sul fatto che il sé può essere decostruito in una serie di elementi costitutivi. Si suppone che tali elementi, nel loro sviluppo, dipendano l’uno dall’altro e da cause e condizioni mutevoli. È sulla base di questo che il sé è visto come mancante di un’esistenza reale. In pratica, si ritiene che il processo meditativo consenta di sperimentare la comparsa e l’allontanamento di vari elementi costitutivi del sé e questo insight conduca all’esperienza dell’illuminazione.



Nel corso del tempo, questa prospettiva venne reificata, e si diffuse la tendenza a considerare i vari elementi costitutivi del sé come aventi natura essenziale e sostanziale. Vennero offerte diverse e alternative teorie su ciò che potevano essere questi elementi costitutivi del sé. La scuola filosofica Madhyamika nacque in parte come reazione a questa tendenza. Questa prospettiva utilizzò una sofisticata analisi linguistica e logica per scomporre l’analisi abhidharmica del sé nei suoi elementi costituenti e dimostrare che nessuno di questi elementi possiede una realtà intrinseca. L’ipotesi non è che tali fenomeni siano inesistenti, quanto piuttosto che essi siano privi di un’esistenza intrinseca. In altre parole, tutti i fenomeni esistono in funzione della nostra costruzione degli stessi. Questa prospettiva anticipò l’ermeneutica contemporanea e il pensiero costruttivista di centinaia di anni. La tradizione Madhyamika non rappresenta un costruttivismo radicale, è invece un po’ più vicina a ciò che Hoffman (1998) definisce costruttivismo dialettico. Essa estende il principio buddista della Via di Mezzo a livello epistemologico, spingendo per una posizione tra gli estremi del realismo naif e del costruttivismo radicale. Mette in luce come la vuotezza in sé sia solo un concetto e non possieda alcuna realtà intrinseca. Come lo hanno esposto i filosofi Madhyamika, il concetto di vacuità è assimilabile a una medicina, una medicina contro la malattia del realismo naif. Ma, come per ogni altro medicinale, una dose eccessiva può essere dannosa.



Tuttavia, i critici della posizione Madhyamika la interpretarono come una forma di costruttivismo radicale, che conduce al nichilismo. La scuola di filosofia Yogachara tentò di correggere ciò che, del pensiero Madhyamika, vide come una tendenza verso il nichilismo, adottando una posizione che, in alternativa, tese al metafisico e al trascendente. La scuola Yogachara ritiene che sia la percezione che l’oggetto della percezione derivino da un unico seme, che è contenuto in un tipo di substrato della coscienza. Questo sottostrato di coscienza è paragonabile ad un fiume, che è costantemente mutevole e tuttavia rimane lo stesso. Possiede sia gli aspetti personali che quelli universali.



Nel Buddismo c’è anche quella che viene chiamata tradizione Tathagatagarbha, che sostiene che tutti gli esseri senzienti sono dotati della natura del Budda e quindi hanno il potenziale per “risvegliarsi” e realizzare la loro identità intrinseca come esseri illuminati. Questa essenza del Budda, anche definita quiddità (“come essa è”, “in quanto tale”), o tathata in sanscrito, è spesso considerata un equivalente della vuotezza, ma ha una qualità più positiva. Essa è descritta come senza inizio e senza fine e come permeante ogni cosa. In alcune tradizioni questo concetto dell’essenza del Budda, o suchness, sembra essere preso più alla lettera, sconfinando così nel tipo di sostanzialismo contro cui il Buddismo delle origini aveva combattuto. In altre tradizioni, tuttavia, il concetto è assoggettato al tipo di logica decostruttivista, caratteristica dell’approccio Madhyamika.



A un livello più pratico, il contrasto tra i poli di pragmatismo/agnosticismo e fede/assolutismo si riflette nel modo in cui il Budda viene concettualizzato nelle diverse tradizioni. Nel Buddismo antico, e in alcune forme di Buddismo contemporanee, il Budda è empaticamente visto non come una figura divina. È un essere umano che arrivò all’illuminazione attraverso i propri sforzi, e che servì da modello per altre persone alla ricerca di spiritualità. Dopo la sua morte egli non fu più considerato attivo in modo diretto nel mondo; il Budda non è, quindi, qualcuno a cui rivolgere la proprie preghiere. Nel tempo, diverse dottrine e tradizioni svilupparono l’idea del Budda storico solo come personificazione del principio d’illuminazione. Da questo punto di vista, il cosmo è popolato da un numero infinito di Budda, passati, presenti e futuri, ciascuno dei quali costituisce una presenza attiva nel mondo e aiuta gli esseri senzienti a raggiungere l’illuminazione. In alcune tradizioni buddiste, i praticanti pregano o si rivolgono all’uno o all’altro dei diversi Budda, esattamente come i cattolici pregano i santi. A livello della dottrina filosofica, c’è la consapevolezza che questi Budda non esistano in senso assoluto e che, come tutti i fenomeni, essi siano privi di esistenza intrinseca. Tuttavia, a livello psicologico, essi hanno per le persone la stessa funzione che hanno i santi nella tradizione cattolica o gli dei e le dee nelle culture pre-moderne.



Un altro esempio di questo contrasto può essere individuato nel ruolo che la credenza nella rinascita gioca nelle varie tradizioni buddiste. Nonostante il Buddismo antico abbia rifiutato la nozione di sé eterno o atman, accettò quella di rinascita. Come nella tradizione upanishadica, una formulazione dell’obiettivo del Buddismo delle origini era (e in qualche forma di Buddismo contemporaneo continua ad essere) quello di ottenere la liberazione dal samsara, o ciclo di morte e rinascita. Questo stato di liberazione, definito nirvana, è concettualizzato come quello in cui cessano tutte le esigenze centrate sul sé. Eppure, a livello della pratica, l’obiettivo è spesso formulato nei termini di raggiungere una vita migliore nel successivo ciclo di rinascita. La mia impressione è che ci sia sempre stato un certo contrasto tra la dottrina buddista ufficiale dell’anatman, o non-sé, e la fede nella rinascita. La filosofia buddista cerca di ricomporre questo contrasto in vari modi. Per esempio, sostenendo che ciò che passa da una vita all’altra non è il sé nella sua sostanza o l’anima, ma piuttosto una sorta di connessione causale. L’analogia che viene utilizzata è quella della fiamma che passa da una candela all’altra. La fiamma che passa da una candela a quella successiva non è esattamente la stessa, ma non è neppure completamente differente. Ma, secondo me, questa soluzione è lontana dall’essere soddisfacente. Alcune tradizioni buddiste ridimensionano l’importanza della dottrina dalla rinascita. La tradizione zen, per esempio, tende ad interpretare le buone o le cattive rinascite come stati della mente.



D’altro canto, il Buddismo tibetano pone grande enfasi sul principio della rinascita. Infatti c’è l’usanza di scegliere leader spirituali importanti di età avanzata, perché si ritiene che essi siano reincarnazioni di leader spirituali deceduti. Ad esempio, il Dalai Lama, il supremo leader spirituale e temporale del Tibet, è considerato la quattordicesima reincarnazione del primo Dalai Lama.



Quando il Buddismo si diffuse in Cina, esso fu influenzato dalla cultura preesistente, dalla filosofia taoista e dal confucianesimo, che erano dominanti in quel periodo. Sebbene una varietà di forme diverse di Buddismo si sia sviluppata in Cina, il Buddismo Chan (più conosciuto con il nome giapponese di Zen) è, forse, quello più comunemente collegato alla Cina. Lo Zen è spesso caratterizzato dalla qualità dell’essere diretto e legato alla terra. L’antica cultura indiana era portata ad apprezzare il pensiero filosofico astratto e la speculazione metafisica. Essa tese ad assumere una tendenza pessimistica verso il mondo. Come abbiamo visto, nella tradizione upanishadica la vita è sofferenza, e l’obiettivo è rappresentato dalla ricerca della liberazione dal ciclo infinito di rinascite, che avviene attraverso la comprensione dell’illusione della propria individualità. Il pensiero cinese antico aveva un sapore più ottimistico, umanistico e terreno. Nella tradizione taoista, la liberazione si ottiene sintonizzandosi con l’armonia naturale e spontanea dell’universo, il Tao. Questo Tao non è qualcosa che può essere definito a parole o afferrato con un concetto. In effetti, ogni tentativo in questo senso interferisce con una possibile funzionalità in questa dimensione di armonia. Si può agire in accordo col Tao solo quando si è in grado di liberarsi dal tentativo di concettualizzarlo, agendo così in modo spontaneo e inconsapevole di sé. Questo ci consente di sintonizzarci ed essere ricettivi verso la configurazione del momento.



Sebbene originariamente il Budda fosse servito come esempio del modo in cui tutti gli esseri umani potevano raggiungere l’illuminazione attraverso i propri sforzi, gli sviluppi successivi del Buddismo in India tesero a rappresentare l’illuminazione come uno stato sempre più straordinario, rarefatto e trascendente, accessibile a pochi. Lo Zen cercò di riportare l’illuminazione sulla terra, dove effettivamente era, e cercò di demistificarla e demitizzarla.



C’è un elemento iconoclastico nello Zen, che fu probabilmente influenzato da un’antica rappresentazione taoista del saggio come qualcuno che veniva liberato dalle convenzioni e dal pensiero stereotipico. L’illuminazione, nella tradizione zen, viene generalmente associata alla spontaneità e alla libertà dal dover inibire la propria autoconsapevolezza e dal conformismo. L’illuminazione è vista come uno stato in cui gli eventi sono vissuti in modo diretto, senza l’intrusione dell’autoconsapevolezza riflessiva. C’è una disinteressata apertura all’esperienza.



In Tibet il Buddismo assunse una forma molto diversa dal Buddismo cinese. In Tibet alcuni sviluppi del Buddismo indiano (in particolare il Buddismo tantrico) si fusero con la tradizione indigena tibetana del Bon, che contiene forti elementi magici e sciamanici. Tutto questo risultò in una sintesi interessante di pratiche magiche e sciamaniche con la visione e l’epistemologia buddiste. La tradizione tibetana pone grande enfasi sulla figura del maestro (definito guru o lama), che è visto come la personificazione del Budda e la via d’accesso all’illuminazione. La cosmologia buddista tibetana è popolata da un pantheon [che consta] di dei e dee che vengono invocati durante le sessioni di meditazione, che includono elaborate visualizzazioni. Nello stesso tempo queste divinità sono viste come prive di esistenza, e come creazioni della mente del meditatore stesso.



Nel Buddismo tibetano, una delle pratiche meditative fondamentali è quella definita del guru yoga. L’obiettivo del guru yoga è di facilitare lo sviluppo di fede e devozione verso il proprio lama. In termini psicoanalitici, la tradizione tibetana cerca di favorire il dispiegarsi di un transfert idealizzante nei confronti del maestro, e di usare questo come veicolo di cambiamento. Questo transfert costituisce un’ispirazione continua per lo studente, per procedere lungo il difficile sentiero dello sviluppo spirituale nonostante le numerose difficoltà, aiutandolo a generare e mantenere in vita l’idea che il cambiamento (o il sollievo dalle sofferenze) è possibile. Il lama o il guru servono come promemoria viventi del fatto che un tale cambiamento è possibile, dal momento che funzionano come personificazioni dei princìpi su cui lo studente spera di poter fondare la propria realizzazione. Inoltre, essere in relazione con un lama, che personifica qualità speciali, aiuta lo studente a sentirsi investito di potere.



Nella tradizione tibetana, la relazione con il lama non è mai interpretata, come invece avviene nella psicoanalisi. Fin dal principio, tuttavia, si insegna allo studente a coltivare una visione paradossale nei confronti del lama; egli è visto, da un lato, come la personificazione dei più alti ideali e valori della tradizione buddista e, dall’altro, come un essere umano, con limiti e difetti umani.



Come in gran parte della tradizione tibetana, il guru yoga fa riferimento all’antico trucco indiano della corda, in cui lo yogi si arrampica su di una corda sospesa a mezz’aria, distrugge la parte di corda dietro di sé e scompare. Allo studente s’insegna ad evocare, nella sua immaginazione, un mondo di divinità della meditazione o ad attribuire al lama poteri straordinari; poi gli si insegna ad usare queste immagini, costruite nella sua fantasia, per aiutarsi a coltivare certe attitudini verso la realtà. Alla fine di ogni seduta di meditazione, il meditatore dissolve l’immagine, riportandola alla non essenza da cui ha preso origine. Egli distrugge la corda.



Anche se ci sono molte varianti del guru yoga, tutte includono qualche combinazione della pratica della visualizzazione e di preghiera o incantazione, pensate per aiutare lo studente a vedere il lama come l’incarnazione del Budda (e delle qualità che il Budda incarna) e a stabilire una profonda connessione con lui, in modo da, alla fine, interiorizzare le sue qualità. Per esempio, il meditatore visualizza il lama come manifestazione di un Budda o di un’altra divinità circondata da un seguito di figure d’importanti lignaggi o circondata da varie dakini (divinità femminili visualizzate per concentrarsi sulla mente). Diversi colori di luce sono poi visualizzati come emananti dalle dakini e dal lama. Essi lavano e purificano il meditatore dal bisogno di essere centrato su se stesso, aiutandolo a riconoscere tutti i fenomeni come privi di esistenza intrinseca.



Questa particolare pratica mette in luce due caratteristiche delle pratiche di visualizzazione del Buddismo tibetano. In primo luogo, la visualizzazione è impregnata di una sorta di logica o realtà transizionale, per usare i termini winnicottiani. Anche se la visualizzazione è intenzionalmente costruita dal meditatore, è anche trattata come se avesse vita propria (si prega il lama visualizzato). Allo stesso tempo tu ricordi esplicitamente a te stesso, attraverso le incantazioni prescritte, che non la visualizzazione, ma neppure il lama stesso, hanno alcuna esistenza intrinseca. Il meditatore cerca così di entrare in una sorta di spazio transizionale, nel senso che i confini tra realtà soggettiva e oggettiva vengono intenzionalmente resi meno nitidi. Egli si sforza di mantenere una sorta di doppia visione, da un lato sapendo che l’esperienza è soggettiva, dall’altro lato trattandola come se fosse oggettiva o reale.



In secondo luogo, questa pratica implica la costruzione immaginaria di un mondo in cui i normali confini dell’identità personale diventano permeabili. Nella visualizzazione, il lama diventa identico al Budda, e la mente del lama diviene inseparabile da quella del meditatore. Questa identificazione aiuta a sciogliere le costrizioni della comune logica dualistica e a sfidare la distinzione convenzionale sé/altro. Quando il meditatore evoca un intero stuolo di divinità minori e maggiori e, facendo questo, riconosce che esse contemporaneamente sono e non sono creazioni della mente, il meditatore attinge a una ricca e vasta esperienza che rimpicciolisce la realtà convenzionale.



Il Buddismo e la cultura psicoanalitica



La secolarizzazione e il ritorno del rimosso



La tendenza alla secolarizzazione nel mondo moderno, anche se profondamente liberante per certi aspetti, ha anche contribuito a far sperimentare il sé come vuoto e, in alcune culture più tradizionali, è stata vista come una forma di oppressione e un assalto agli stili di vita tradizionali. In certi casi questo ha causato il risorgere dell’interesse religioso in una varietà di forme diverse, una sorta di ritorno del rimosso. A metà del ventesimo secolo, in pochi avrebbero predetto che la religione sarebbe diventata, ancora una volta, un’importante forza sociale. Eppure, dalla drammatica influenza del fondamentalismo islamico in Medio Oriente e a livello internazionale, alla crescente influenza della destra cristiana nella politica nord americana, sta diventando sempre più chiaro che la tendenza verso il secolarismo si è drammaticamente rovesciata. Come ha sottolineato Karen Armstrong (2000), l’ascesa del fondamentalismo religioso deve essere compresa non come un ritorno alla prima forma di fede religiosa, ma come una reazione alla crisi spirituale e culturale della modernità. Nel suo estremismo e rigidità, questo rappresenta un fragile e difensivo tentativo di riportare in vita una cultura frammentata e di puntellare un senso del sé sotto assalto.



Un’altra reazione è legata all’emergere della spiritualità New Age, che implica una sincretica fusione di diverse spiritualità sia orientali che occidentali con la psicologia popolare. Questa forma di espressione religiosa deriva da una sete di significato e da un genuino desiderio di spiritualità. Ma, a differenza di forme più mature di spiritualità, che enfatizzano l’equilibrio tra i bisogni del sé e il bene di un insieme più vasto di persone, essa tende verso forti elementi di concentrazione narcisistica sul sé e onnipotenza personale.



Abbiamo visto come sia il Buddismo che la psicoanalisi si sono dibattuti negli anni nell’ambito del contrasto tra il polo dell’agnosticismo o ateismo e quello della fede o devozione. All’interno della psicoanalisi, la tendenza a deificare Freud e a trattare le sue parole come vangelo può essere vista come un’altra forma di questo ritorno del rimosso.



Da una prospettiva psicoanalitica contemporanea, una delle attrattive del Buddismo è il modo in cui la sua sensibilità agnostica e le sue radici nell’epistemologia costruttivista entrano in risonanza con la svolta postmoderna. Certamente il Buddismo, come tutte le religioni, è passato attraverso varie forme d’istituzionalizzazione, e ha spesso perso questa sensibilità agnostica. È, quindi, importante non idealizzare il Buddismo, un particolare pericolo per gli occidentali che hanno cominciato a sentirsi estranei rispetto alle proprie tradizioni spirituali e cercano un significato spirituale in una tradizione straniera, non contaminata da associazioni negative. L’enfasi postmoderna sulla critica all’autorità, che gioca un ruolo importante nel dialogo psicoanalitico contemporaneo, può, tuttavia, sfidare gli aspetti istituzionalizzati del Buddismo, che oscurano le sue dimensioni più emancipatorie. La critica postmoderna può aiutare a far luce sui diversi e insidiosi modi in cui il Buddismo, come tutte le tradizioni religiose, può essere utilizzato per servire gli interessi dei privilegiati.



Il costruttivismo nel buddismo e nella psicoanalisi



Una delle attrattive del pensiero buddista da una prospettiva psicoanalitica è che l’epistemologia costruttivista, che risulta così rilevante nella filosofia buddista, è compatibile con la tendenza al costruttivismo che caratterizza il pensiero psicoanalitico contemporaneo. Alla luce di questa compatibilità, è interessante pensare alle spinte che stanno dietro a questa tendenza nelle due differenti tradizioni. Per quanto riguarda la psicoanalisi, un’importante influenza ha avuto il generale avvicinamento al costruttivismo nella filosofia e in altre discipline. Ma, in più, un impulso centrale è stato il desiderio di democratizzare la relazione terapeutica, enfatizzando i limiti della conoscenza dell’analista. Collegato a questo è l’importanza della reciprocità della relazione analitica e della co-costruzione della realtà da parte di paziente e analista. Il porre l’accento su questi aspetti è coerente con la tradizione occidentale dell’individualismo democratico e con l’accortezza delle diverse forme di autorità. La tendenza verso il costruttivismo in psicoanalisi è coerente anche con la crescente enfasi posta sull’importanza di costruire narrative terapeutiche nel contesto della crisi post-moderna dell’assenza di senso.



Nel costruttivismo buddista, la prima indicazione è quella di coltivare un radicale senso di apertura. Si crede che i concetti ci rendano schiavi e che la tendenza alla reificazione generi sofferenza. L’enfasi non è posta sulla costruzione di narrative adattive, ma piuttosto sulla decostruzione radicale di tutte le narrative. È interessante notare che l’enfasi posta sull’apertura radicale è simile, per certi aspetti, alla crescente consapevolezza, nel pensiero analitico, dell’importanza della franchezza dell’analista e della tolleranza dell’ambiguità (v. Bion, 1970; Stern, 1997; Eigen, 1998).



Ci può essere qui una preziosa complementarietà tra le due tradizioni. Gli analisti, nonostante l’attrazione per il pensiero costruttivista, tendono ancora ad avere un atteggiamento distorto teso a voler capire e aiutare i pazienti a capire. Ci sono volte in cui l’esperienza della comprensione può essere d’aiuto; specialmente in una cultura più individualistica come la nostra, la costruzione del senso personale (che il Buddismo tende a negare) può essere molto importante. Tuttavia, lasciar stare il bisogno di capire può portare a sperimentare sottomissione, accettazione e reverenza di fronte al mistero della vita.



Sé multipli e non-sé



L’enfasi che il Buddismo pone sul riconoscimento dell’insostanzialità del sé offre un possibile antidoto contro la configurazione del sé narcisistico o “vuoto”, caratteristica della nostra cultura. Prima, tuttavia, è importante tenere a mente che, esattamente come l’adozione della visione del sé come multiplo può riflettere un tentativo contro-fobico di padroneggiare la paura dell’auto-frammentazione (Fairfield, 2001), l’adozione della prospettiva buddista del sé come vuoto può rappresentare un tentativo di affrontare il proprio senso soggettivo di vuotezza del sé, normalizzando questo stato.



In apparenza, ci sono somiglianze tra il concetto buddista di non-sé e le concezioni psicoanalitiche contemporanee del sé multiplo. Infatti, il crescente interesse degli analisti per la molteplicità del sé può contribuire a creare un clima di ricettività verso la concettualizzazione buddista del sé. È importante, tuttavia, essere consapevoli delle diverse funzioni che la sfida alla concezione tradizionale del sé assume nelle due tradizioni. Come abbiamo visto, la fascinazione della psicoanalisi contemporanea per il sé multiplo sembra derivare, almeno in parte, da un desiderio di sfidare le visioni monolitiche della salute mentale, che sono, per natura, implicitamente conformiste. L’enfasi sulla concezione buddista del non-sé tende a diminuire il senso d’isolamento esistenziale, enfatizzando la natura costruita del confine tra sé e altro e l’interdipendenza di tutti gli esseri viventi. Come scrive Francis Cook, nel pensiero buddista “Non c’è una realtà trascendente ‘al di là’ o una realtà diversa da questo mondo di esseri interdipendenti. È un luogo in cui l’individuo emerge da un ambiente estremamente vasto di altri individui – i genitori, i nonni, la cultura, il suolo, l’acqua, la pietra, la foschia e molto, molto altro – e prende il suo posto come ogni altro individuo. Una volta nel mondo, l’individuo è costantemente ed enormemente condizionato dal vasto ambiente degli altri individui” (Cook, 1989, 24).



È interessante notare che, per certi aspetti, questa prospettiva è paragonabile alla teoria delle relazioni oggettuali, in cui il sé è costruito attraverso l’interiorizzazione dell’altro. Dal punto di vista della teoria delle relazioni oggettuali, tuttavia, l’obiettivo è liberare il sé, sganciando ciascuno dai legami con i vecchi oggetti interni. Da una prospettiva buddista, invece, la libertà deriva dal riconoscere che non esiste un sé indipendente dagli altri3.



C’è un famoso passaggio tratto da Dogen, un noto maestro buddista giapponese del tredicesimo secolo, che recita come segue:



Studiare la via del Buddha significa studiare il sé



Studiare il sé significa dimenticare il sé



Dimenticare il sé significa essere resi autentici da una miriade di cose



Così, quando siamo in grado di vedere veramente il modo in cui noi costruiamo la nostra esperienza del sé, la barriera tra sé e altro si dissolve. Emerge quindi un’esperienza di autenticità, non dall’esperienza del vero sé come individuo, ma dall’esperienza di essere in relazione con l’altro, come ogni dito di una mano è legato all’altro. Qualcosa di simile a questa prospettiva lo si ritrova nel concetto di Burber di relazione I-Thou, che sottolinea che relazionarsi all’altro come soggetto (anziché come oggetto) è associato all’esperienza di essere interconnesso. Un ulteriore dialogo tra la prospettiva buddista e quella psicoanalitica può aiutare la psicoanalisi a recuperare una dimensione mistica – nel senso di sperimentare la sensazione di essere tutt’uno con il cosmo. Il rischio, con ogni tipo di soluzione spirituale, è certamente quello di usarla in modo difensivo, come un modo per evitare di affrontare i conflitti emotivi o come tentativo di riempire il sé vuoto o di supportare un senso di onnipotenza narcisistico. La tradizione buddista, che non è sicuramente immune da queste tentazioni, almeno cerca di neutralizzarle in diversi modi. La tradizione zen, in particolare, enfatizza il “this-worldly” o gli aspetti quotidiani della pratica del Buddismo e, coerentemente, si concentra sull’evitare l’escapismo4 spirituale, lasciando delle cicatrici nel narcisismo spirituale degli studenti.



Ad esempio, in una nota storia zen, uno studente chiede al maestro: “Come posso raggiungere l’illuminazione?” Il maestro risponde: “Hai finito di mangiare il riso?” “Sì”, replica lo studente. “Allora”, risponde il maestro, “Lava la ciotola”. Come illustra questa storia, l’enfasi è posta sulla “magia ordinaria” di essere completamente immersi nella vita di tutti i giorni, piuttosto che cercare soluzioni idealizzate o scorciatoie. Nelle parole del poeta zen P’ang-yun: “Potere miracoloso e attività meravigliosa – Raccogliere acqua e spaccare legna” (Watts, 1957, p. 133).



C’è anche un’iconoclastia intrinseca al Buddismo, che è coerente con alcuni dei recenti sviluppi in psicoanalisi che sottolineano l’importanza della spontaneità e della sensibilità personale del terapeuta (v. Hoffman, 1998; Ringstrom, 2001). I leggendari maestri zen si distinguono spesso per la loro spontaneità, per l’essere non convenzionali e per la tendenza ad usare tattiche inaspettate per scuotere gli studenti dai loro modi ordinari di vedere le cose, con l’obiettivo di avvicinarli a uno scorcio di illuminazione o a un’esperienza incondizionata. Nel Buddismo tibetano esiste la tradizione della “saggezza folle”: alcuni insoliti e molto rispettati maestri agiscono in un modo che li fa sembrare eccentrici o pazzi, dal punto di vista degli standard convenzionali. Tuttavia si crede che la loro eccentricità, la tendenza e la capacità di trasgredire gli standard convenzionali siano segni della loro illuminazione, invece che sintomi di psicopatologia. Così, per esempio, uno dei più amati e popolari eroi del Tibet era un personaggio di nome Drunkpa Kunley, noto per comportamenti disdicevoli, come ubriacarsi e accoppiarsi con prostitute. Allo stesso tempo, egli era considerato un maestro illuminato, che guidava (o forse provocava) molte persone all’esperienza dell’illuminazione.



Come ogni altra religione o istituzione sociale riconosciuta, il Buddismo possiede elementi profondamente conservatori. Al suo interno c’è sempre stata una certa tensione tra gli elementi più conservatori e quelli più radicali. Ma per quanto conservatore, c’è sempre stato qualcosa di sovversivo nel Buddismo, fin dalle origini. Il Budda stesso, profondamente consapevole dei limiti delle parole e dei concetti, presumibilmente paragonò i suoi insegnamenti ad una zattera con cui attraversare un fiume. Appena si abbandona la zattera dopo aver attraversato, ci si rende conto che i vari insegnamenti buddisti sono solo un veicolo per trasportare le persone lungo la via del risveglio o dell’illuminazione. Aderire a questi insegnamenti come se avessero una qualche realtà intrinseca sarebbe contrario alla spinta di base del Buddismo. Nella tradizione zen si dice: “Non confondere il dito che indica la luna con la luna”, ancora una volta enfatizzando la natura pragmatica dei concetti.



Il reincanto del mondo



Le culture pre-moderne guardavano al mondo come ad un posto incantato. In queste culture, le distinzioni tra realtà interna ed esterna e tra soggetto e oggetto erano meno nitide che nella cultura moderna. Il sociologo Morris Berman definisce questo “consapevolezza partecipe”. Egli scrive: “La visione della natura che dominava in occidente fino alla vigilia della rivoluzione scientifica era quella di un mondo incantato. Le rocce, gli alberi, i fiumi e le nuvole erano visti tutti come meravigliosi e vivi; gli esseri umani si sentivano a casa in questo ambiente. Il cosmo, in breve, era un luogo di appartenenza. Un membro di questo cosmo non era un osservatore alienato in esso, ma un partecipante diretto del suo divenire. Il suo destino personale era connesso con il destino del cosmo e questa relazione dava un senso alla sua vita” (Berman, 1981, 16).



Al contrario, per la consapevolezza moderna, l’universo è meccanicistico e funziona sulla base di principi impersonali e sull’idea che sia inerte e privo di vita. Gli esseri umani vivono fuori dalla natura. La moderna consapevolezza è, dunque, fondamentalmente alienata. Non c’è una fusione estatica con la natura, né un senso di appartenenza al cosmo.



Ernest Becker dice qualcosa di simile: “La caratteristica della mente moderna è l’aver bandito il mistero, la fede naive, la speranza semplice. Noi mettiamo l’accento su ciò che è visibile, chiaro, sulla relazione di causa ed effetto, sulla logica – sempre sulla logica. Conosciamo la differenza tra i sogni e la realtà, tra i fatti e le finzioni, tra i simboli e i corpi. Ma immediatamente possiamo vedere che queste caratteristiche della mente moderna sono esattamente quelle della nevrosi. Ciò che caratterizza il nevrotico è che ‘conosce’ la sua relazione vis-a-vis con la realtà. Non ha dubbi; non c’è niente che gli si possa dire per fargli cambiare idea, per dargli la speranza del credere” (Becker, 1973, 201).



Come hanno sottolineato Hans Loewald (1980) e, più di recente, Mitchell (2000), la psicoanalisi ha involontariamente teso a riprodurre i valori di una cultura che sperimenta il mondo come disincantato. Privilegiando il processo secondario rispetto a quello primario e celebrando il trionfo del principio di realtà sul principio di piacere come essenza della salute mentale, ha contribuito alla perdita di significato.



L’avvicinamento a una prospettiva costruttivista all’interno della psicoanalisi, tuttavia, ha aperto la porta alla riconsiderazione della relazione tra realtà e fantasia. Tradizionalmente la fantasia era vista come una distorsione della realtà e il compito analitico consisteva nell’aumentare l’insight sulla natura di questa distorsione. Ma, come mostra Mitchell nella sua esegesi della prospettiva di Loewald: “Separare la fantasia dalla realtà è solo uno dei modi di organizzare l’esperienza. Perché la vita sia significativa, vitale e forte, fantasia e realtà non possono essere troppo separate l’una dall’altra. La fantasia staccata dalla realtà diventa irrilevante e minacciosa. La realtà staccata dalla fantasia diventa insulsa e vuota. Il senso dell’esperienza umana è generato dalla reciproca e dialetticamente arricchente tensione tra fantasia e realtà; ciascuna necessita dell’altra per svegliarsi” (Mitchell, 2000, p. 29).



È impossibile, per noi, tornare alla visione del mondo dei nostri antenati in modo genuino o autentico. Possiamo rifiutare la visione moderna, ma non possiamo mai sfuggirle del tutto. Essa colora inevitabilmente il modo in cui facciamo esperienza della realtà. È possibile raggiungere qualche grado di reincanto del mondo, in cui sperimentare un senso di consapevolezza partecipante, senza un atto di rifiuto o autoinganno? L’approccio del Buddismo tibetano, che integra pratiche e rituali di natura più magica con l’epistemologia costruttivista, può fornire qualche indicazione. La cultura tibetana in cui originariamente queste pratiche si svilupparono era una cultura prescientifica e tradizionale, in cui la realtà magica e soprannaturale esisteva come parte dell’esperienza di tutti i giorni, proprio come nella cultura occidentale prima dell’Illuminismo e della nascita dell’era scientifica.



In questa cultura, ciò che distingueva il Buddismo tibetano non era l’uso di pratiche di natura magica, ma piuttosto la co-opzione dei rituali e dei simboli magici per raggiungere l’obiettivo buddista di arrivare a comprendere che tutti i fenomeni sono privi di esistenza intrinseca. Al contrario, in un contesto occidentale contemporaneo, l’utilizzo delle tecniche di meditazione del Buddismo tibetano, o di pratiche che da esso derivano, può avere una diversa funzione. Può diventare un modo di partecipare all’esperienza di una realtà incantata, che non è normativa nella cultura contemporanea, mentre, allo stesso tempo, ci ricorda il nostro stesso ruolo nel costruire quella realtà. Un attento esame dei processi attraverso cui operano queste pratiche può quindi avere un qualche ruolo nel raffinare il pensiero psicoanalitico attuale su come il cambiamento possa avere luogo.



Riduzionismo versus non-dualismo



Come ha sottolineato Becker (1973), una delle intuizioni fondamentali di Freud aveva a che fare con il riconoscimento, da parte degli esseri umani, dell’essere irrevocabilmente creature. Sempre iconoclasta, realista e distruttore d’illusioni, Freud insistette a ricordarci che, alla fine, nonostante tutte le nostre nobili aspirazioni e ambizioni, noi siamo fondamentalmente animali motivati da istinti aggressivi e sessuali. Molti analisti contemporanei sono critici rispetto a questa prospettiva e la considerano riduzionista. Tuttavia è importante riconoscere la genialità della visione di Freud a questo proposito e il suo appassionato impegno nel punzecchiare le nostre ambizioni e nel rivelare i nostri auto-inganni. Il problema sorge quando lo spirito è visto come qualcosa di separato dagli istinti di base. Noi immaginiamo che, in qualche modo, possiamo liberarci del nostro essere creature e immaginiamo ci sia una chiara distinzione tra sacro e profano. Il pericolo, sempre presente, è che la spiritualità possa portare al moralismo, anziché alla moralità, e alla dissociazione e alla proiezione, anziché all’accettazione.



Dalla prospettiva buddista, questo tentativo di separare il sacro dal profano giace al centro del dilemma dell’uomo. Tuttavia, piuttosto che considerare la spiritualità come un derivato degli istinti più bassi, l’enfasi è posta sull’aiutare le persone a riconoscere che il sacro e il profano sono tutt’uno. Nella tradizione del Buddismo Mahayana, per esempio, si evidenzia che il samsara (l’esistenza condizionata e non illuminata o il ciclo di vita e morte) non è diverso dal nirvana (lo stato d’illuminazione in cui tutti i bisogni centrati sul sé cessano di esistere). In altre parole, non c’è paradiso o stato ideale da raggiungere. C’è solo questo mondo e il momento presente; e l’illuminazione consiste nella realizzazione esperienziale di questo. La tradizione zen è nota per il suo legame con la terra. Ad esempio il maestro zen Lin-chi disse: “Non c’è posto nel Buddismo per usare lo sforzo. Solo essere ordinari e niente di speciale. Libera l’intestino, orina, indossa i vestiti e cibati. Quando sei stanco vai e sdraiati” (Watts, 1957, p. 101).



Nel Buddismo tibetano alcune tecniche di meditazione utilizzano immagini sessuali come modo per esprimere la natura non-duale della relazione tra il sacro e il profano. Mentre c’è qualcosa di giusto nell’insistenza di Freud sul considerare le nostre più alte sensibilità e talenti come derivati della sessualità e dell’aggressività, c’è anche qualcosa d’infondato in questo. Il suo riduzionismo finisce per sminuire il valore dei nostri più alti successi e aspirazioni, piuttosto che celebrare la bellezza della natura umana con tutti i nostri difetti, imperfezioni e auto-inganni. L’insistenza buddista sulla non-dualità fornisce una prospettiva che risuona con le importanti intuizioni di Freud sulle nostre motivazioni più basse, ma, nello stesso tempo, rappresenta un correttivo al suo riduzionismo.



Collocare la psicoanalisi all’interno della vita



Nell’elogiativa recensione di Ritual and Spontaneity in the Psychoanalitic Process di Irwin Hoffman, Donnel Stern afferma che il libro di Hoffman si distingue per il fatto di “collocare la psicoanalisi all’interno della vita, piuttosto che intorno” (2001, p. 464). Ciò a cui egli si riferisce qui è l’impegno di Hoffman a mantenere una prospettiva esistenziale, che sottolinea come lo sforzo continuo di creare un significato di fronte alla mortalità giace al centro del dilemma umano. Una delle ragioni per cui il libro di Hoffman s’impone è che, con poche eccezioni (la più nota Otto Rank), gli psicoanalisti tradizionali tesero a non concentrarsi su questa dialettica o, per lo meno, a non considerarla centrale.



Tradizionalmente queste preoccupazioni esistenziali sono state, di certo, al centro di tutti i sistemi religiosi, ed è comprensibile che gli psicoanalisti, nel desiderio di prendere le distanze dai loro predecessori religiosi, siano riluttanti ad addentrarsi in questo territorio. Tuttavia sappiamo tutti, a un certo livello, che il nostro cuore e la nostra anima sono lasciati intatti se non siamo in grado di indirizzare le preoccupazioni esistenziali fondamentali sul senso della vita (o sulla potenziale assenza di senso) verso l’ombra, sempre presente, della morte.



Nei periodi della vita in cui le cose vanno bene, quando sia noi che i nostri cari siamo in salute, siamo capaci di ritirarci rapidamente dietro una maschera di diniego e la morte diventa un’astrazione, invece che qualcosa di cui preoccuparsi nell’immediato. Come il protagonista de “La morte di Ivan Ilyich” di Tolstoj prima della malattia, noi tutti ci relazioniamo alla morte come a qualcosa che accade agli altri, ma non a noi stessi – o come a qualcosa che ci accadrà un giorno in un futuro lontano.



Il Buddismo pone il confronto con la morte, la perdita e la sofferenza, al centro delle cose. E, alla fine, offre un rifugio, non nella promessa di una vita futura migliore o della protezione da parte di una figura divina, ma nella forma di un percorso verso una maggiore accettazione della vita come essa è, con il suo dolore e la sua sofferenza. Ci sono due caratteristiche chiave di questo percorso. La prima è la fede che il pieno riconoscimento e accettazione dell’impermanenza di ogni cosa conduce, paradossalmente, a un’esperienza di pace e alla capacità di valorizzare a pieno la vita. È interessante che Freud stesso espresse una sensibilità simile in un breve saggio scritto a ridosso della Prima Guerra Mondiale. In questo articolo (Freud, 1915), egli riporta una conversazione con un giovane poeta che aveva espresso abbattimento nel contemplare la natura transeunte dell’esistenza. Freud risponde che il riconoscimento del fatto che tutto ciò a cui teniamo e abbiamo caro sia intrinsecamente transeunte può originare abbattimento o un maggiore apprezzamento di ciò a cui teniamo. Il fattore determinante è se siamo capaci di accettare a pieno questa transitorietà intrinseca, senza indietreggiare di fronte al lutto che è collegato a questa accettazione.



Il secondo principio è il riconoscimento che siamo tutti membri della comunità umana, che siamo tenuti insieme dal legame della condivisione del dolore e della sofferenza nella vita. C’è una vecchia storia buddista che immortala l’importanza di questo senso di comunità. Una madre, a cui era recentemente morto il figlio, andò dal Budda e gli chiese di riportarlo in vita. Il Budda rispose che se lei gli avesse portato un seme di senape dalla casa di qualcuno che non aveva mai conosciuto la perdita, lui l’avrebbe aiutata. Andando di casa in casa, la donna cominciò a realizzare che una simile casa non poteva essere trovata. Cominciò a sentirsi gradualmente meno separata dagli altri nel suo dolore e capace di trovare pace nel mezzo della sua sofferenza.



Freud (1927) credeva che la religione costringesse le persone a rinunciare ai loro istinti, attraverso le promesse di una salvezza illusoria e le minacce di una punizione eterna. Egli riteneva che fosse importante per le persone avere il coraggio di riconoscere in modo genuino e accettare le avversità, la crudeltà e le umiliazioni della vita, abbandonando il conforto illusorio della religione, per poter dedicare le proprie energie a creare una vita migliore sulla terra. Data l’antipatia di Freud verso ogni tipo di religione, c’è un’affinità ironica tra la sua visione e la prospettiva buddista su questa questione. Entrambe le visioni hanno una qualità stoica, coraggiosa e intransigente. Tuttavia, mentre la visione freudiana, a volte, cade nel pessimismo e nel cinismo, la prospettiva buddista è più ottimista. Quest’ottimismo non è affatto naif o semplice. Come ho approfondito in diversi punti nel corso di questo capitolo, la visione buddista di quale tipo di cambiamento sia possibile ha un sapore delicato e paradossale. Come lo espresse meravigliosamente Ch’ing-yuan: “Prima che avessi studiato lo Zen per trent’anni, vedevo le montagne come montagne e le acque come acque. Quando giunsi ad una conoscenza più approfondita, arrivai al punto in cui vedevo che le montagne non sono montagne e le acque non sono acque. Ma ora, che ho compreso la sua sostanza autentica, ho trovato pace. È solo per questo che vedo, ancora una volta, le montagne come montagne e le acque come acque” (Watts 1957, p. 126).



Se abbiamo intenzione di collocare la psicoanalisi all’interno della vita piuttosto che intorno, sarà necessario accogliere la sfida di affrontare ciò che Hoffman (1989) definisce dialettica del significato e della mortalità in modo più sostenuto e sistematico. Il dialogo tra Buddismo e psicoanalisi può giocare un ruolo prezioso nel facilitare questo processo.



Un dialogo



Il pensiero post-moderno ha sfidato la visione scientifica, che era dominante ai tempi di Freud. Esso ha relativizzato il valore della razionalità e della scienza e ha illustrato il pericolo di qualsiasi tipo di narrativa del maestro – religiosa o scientifica – che marginalizza o esclude il valore dell’altro. Freud considerava la religione un’illusione. Ma, per la prospettiva post-moderna, la fiducia di Freud nella visione scientifica è essa stessa una forma di religione. Il dialogo tra Buddismo e psicoanalisi fornisce un confronto tra due diverse strade verso la liberazione. La pratica psicoanalitica contemporanea incarna, per molti aspetti, i valori occidentali dell’individualismo democratico. Da un lato, la crescente enfasi sulla natura relazionale di tutta l’esperienza umana può essere vista come un correttivo all’eccessivo individualismo della cultura occidentale. Dall’altro lato, la crescente enfasi sulla mutualità della relazione analitica e sulla natura posizionale di tutta la conoscenza è coerente con quest’insistenza sul valore dell’individuo e sulla sfida alle tradizionali fonti di autorità. Anche l’enfasi contemporanea sulla costruzione del significato personale e sull’arricchimento e la rivitalizzazione del sé è in accordo con questi valori. La liberazione, in questo modello, tende ad essere associata con la libertà.



Il modello buddista della liberazione enfatizza la libertà dai bisogni centrati sul sé. In questa prospettiva, l’esperienza del sé come autorevole e legato giace al centro del dilemma umano. Per certi aspetti, la prospettiva buddista può servire come correttivo all’eccesso d’individualismo che si evidenzia nel pensiero psicoanalitico. Essa può anche aiutare a riconquistare la dimensione spirituale perduta, in un modo che sia in sintonia con la sensibilità post-moderna contemporanea. D’altro canto, la psicoanalisi può fornire un importante contrappunto a certe prospettive buddiste. Il valore dell’individualismo democratico può rappresentare un correttivo alla tendenza, che il Buddismo condivide con tutte le religioni, a cristallizzarsi in un’ortodossia religiosa. Inoltre, l’enfasi psicoanalitica sulla motivazione inconscia può ridurre il rischio di utilizzare la spiritualità in modo difensivo. Il dialogo tra Buddismo e psicoanalisi, quindi, ha in sé il potenziale per arricchire entrambe le tradizioni. Attraverso questo incontro, il Buddismo sarà inevitabilmente trasformato, esattamente com’è stato trasformato quando si diffuse dall’India alle altre culture asiatiche. E la psicoanalisi sarà inevitabilmente trasformata, esattamente come quando si estese al di fuori della sua cultura d’origine della Vienna di fine secolo. Mentre è impossibile predire quali nuove forme terapeutiche e spirituali potranno alla fine emergere da questo incontro, il contributo di questo libro consiste nell’aprire un importante scorcio sul processo rivoluzionario in corso.



 



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Note:




1 Certo questa è una semplificazione. È forse più preciso concettualizzare la psicoanalisi come un processo attraverso cui i valori sono negoziati da analista e paziente (v. Mitchell, 1993; Pizer, 1998). Inoltre, come sottolinea Lewis Aron (1999), è importante distinguere tra i valori della comunità analitica e i valori del singolo analista. Come suggerisce Aron, la comunità analitica può essere concettualizzata come un “terzo” che media la relazione diadica tra paziente e analista. È essenziale per l’analista riconoscere il modo in cui i valori personali e quelli della comunità si interpenetrano e si influenzano a vicenda; ed è essenziale, quando emergono, negoziare le tensioni tra essi in modo riflessivo. Anche dati questi fattori qualificanti, tuttavia, è ancora importante riconoscere che il processo analitico implica inevitabilmente un’influenza sociale.





2 Riconosco che la concettualizzazione del “vero sé” di Winnicott implica il riconoscimento che esso consiste in un processo evolutivo in corso – la “continuità dell’essere” – piuttosto che in un’entità statica. Tuttavia, argomenterei ancora che la popolarità di quest’aspetto del pensiero riflette un senso di importanza dell’individuo che è culturalmente radicato.





3 Certo si può sostenere che l’obiettivo di essere liberati dai propri legami con i vecchi oggetti non è necessariamente incompatibile con l’obiettivo di riconoscere che non c’è un sé indipendente dagli altri. Per esempio, W.R.D. Fairbairn concorderebbe con l’idea che liberare qualcuno dall’attaccamento ad oggetti interni cattivi gli permetterebbe di aprirsi a nuove relazioni. Tuttavia, questo è ancora diverso dall’esperienza d’interdipendenza valorizzata dal pensiero buddista.





4 Condizione psicologica caratterizzata dalla tendenza alla fuga dalla realtà, dai problemi, dalle responsabilità [N. d. C.].